Vita e morte sull’isola nuda

Nel film di Kaneto Shindo “L’isola nuda” (Hadaka no shima) del 1960 molta parte è assegnata a un’azione compiuta ripetutamente, per innumerevoli volte, da due persone, marito e moglie, che vivono su una piccola isola nel mare interno del Giappone presso Hiroshima con due figli ancora bambini. Conducendo, a turno, una barca spinta da un solo remo a poppa, raggiungono la terraferma, dove riempiranno due secchi di legno con l’acqua raccolta da un canale (la loro isola ne è evidentemente del tutto sprovvista) che porteranno poi sulle spalle, appesi ai due capi di un bilanciere. L’isola è impervia, il sentiero che sale dal punto in cui attracca la barca è assai ripido, così portare il bilanciere con i due secchi colmi d’acqua (a occhio almeno trenta chili di peso, forse anche quaranta) è un’operazione ardua, da compiere lentamente, calcolando bene ogni passo, perché oltre a sé stessi bisogna tenere in equilibrio l’attrezzo, anzi tutto insieme, perché i vari elementi compongono un’entità organica, dove i secchi sono la parte passiva, da governare. Soprattutto la donna, per ovvi motivi (è anche piuttosto esile, a differenza del marito) si vede che fa molta fatica, e una volta, già praticamente arrivata in cima all’isola, dove i due bagnano una per una le loro piantine, un secchio le sfugge rovesciandosi e disperdendo il prezioso contenuto. Lui, dopo un attimo di fissità – ma già mostrandosi corrucciato – accorre verso di lei soltanto per sferrarle un pugno, che la fa cadere a terra: tanto grave è l’accaduto, e infatti lei non accenna ad alcuna reazione, di nessun tipo, soprattutto non parla, perché nessuno dei quattro parla mai durante tutto il film, fino alla fine (quando la donna avrà un grave cedimento morale, e stavolta rovescerà deliberatamente un secchio). Vediamo fare questa operazione, dall’una o dall’altro, oppure da entrambi insieme, in fila indiana, moltissime volte, negli stessi luoghi, anche se le stagioni cambiano, e le vediamo scorrere tutte una dietro l’altra. Evidentemente, essa è stata caricata dall’autore (regista e scrittore del film) di una forte valenza simbolica, oltre la veridicità dei fatti; infatti, Shindo ammetterà candidamente che le piantine, soprattutto di patata dolce, che costituiscono in massima parte la coltura dei due, non avrebbero bisogno di tutta quell’acqua (che pure serve ad altri impieghi, come la cucina e l’igiene della famiglia). Inoltre, lui sapeva benissimo (provenendo da una famiglia di agricoltori) che non si bagnano mai le piante in pieno sole, come si vede fare nel film, bensì al mattino presto o alla sera. Tali inesattezze sono quindi deliberate, perché non era interessato a rispettare la verosimiglianza, quanto piuttosto a mettere in scena una sorta di apologo, dove certe azioni sono fortemente simboliche. E infatti Shindo ha anche dichiarato la sua intenzione di significare che, come si devono bagnare regolarmente le piante, per farle crescere bene, così andrebbe ‘innaffiato’ lo spirito degli uomini, con la stessa dedizione e sollecitudine. Per quanto poi riguarda la scelta di mostrare tante e tante volte il faticoso e difficile trasporto dei secchi, essa è sicuramente azzeccata, per come quel gesto rimanda a molti miti arcaici, sia giapponesi sia occidentali (quello di Sisifo è, ovviamente, l’esempio che subito ci viene in mente) e non ha quindi alcuna difficoltà ad essere compreso da persone appartenenti a qualsiasi cultura – e lo stesso vale per tutti i gesti compiuti nella vita di tutti i giorni dai due, (soprattutto) all’epoca in cui il film uscì nelle sale ancora consueti per contadini e montanari di tutto il mondo. “L’isola nuda” può apparire come un documentario, per come è girato e per il fatto che i due attori compiono realmente, con genuina fatica, tutti i loro gesti, dal trasporto dei secchi alla conduzione della barca; ma si tratta bensì di un film ‘astratto’, un apologo appunto, che va oltre il dato reale mentre lo mostra con assoluta autenticità e senza alcuno dei soliti escamotage usati normalmente nel cinema («Volevo fare un film puro, anche poetico, e tutto visivo, con soltanto un commento musicale non intrusivo, e senza dialoghi», dirà il regista).
Il film si snoda attraverso questa ripetitività, con poche eccezioni, per lo più felici (vedi la pesca del grosso pesce da parte del figlio maggiore e la successiva vendita al mercato in città, seguita da un pranzo di tutta la famiglia al ristorante). Ma decisiva è l’unica eccezione drammatica, anzi tragica, la morte proprio del bimbo più grande, il bravo pescatore. Dopo, c’è una scena che ho trovato veramente straziante, come raramente mi accade guardando un film, quando dopo l’arrivo della scolaresca di compagni del bimbo morto, accompagnati da una maestra e da un sacerdote, per la cerimonia funebre, dalla casetta in cui vivono si vedono uscire i due, uno dietro l’altro, reggendo, lei davanti e lui dietro, la cassa di legno con il figlio morto. Questa volta la loro fatica non ha un fine vitale, positivo, non è un lavoro proiettato verso il domani, per la sopravvivenza e la conquista del benessere, ma esattamente il suo contrario: quello che ora sentono nelle braccia è il peso della morte, la potenziale fine della speranza, la soluzione di continuità. Credo che questa sequenza, a quel punto del film gli dia un fortissimo guadagno, elevandolo di molto e facendolo diventare qualcosa di davvero intenso e disarmante, nella sua micidiale evidenza, trasmessa allo sguardo dell’osservatore (io ieri sera) educato e preparato dall’ora abbondante che la precede. Quando si era assistito alla ripetizione quasi maniacale di quel gesto, diventatoci sempre meno estraneo, anzi familiare, attraverso il processo di identificazione tipico in chi guarda un film; per cui, ad ogni nuova apparizione di uno dei due caricato con il bilanciere sempre più ci pare quasi di provare quella fatica, e di percepire quel peso sulle nostre stesse spalle, sempre più intensamente. Peso e fatica perfettamente espressi dalla curvatura del bilanciere sulle spalle dei due.
Ancora dopo, proprio alla fine (subito prima è davvero commovente la scena di lei che, dalla sommità dell’isola guarda verso l’isola più grande, abitata da molti, l’esplosione di fuochi artificiali a sera, attonita, per l’infelice coincidenza della morte del figlio con qualche festa locale), la donna, appena giunta sul campo, dove già il marito stava bagnando come sempre le piantine, si ferma per qualche secondo a fissare il secchio pieno d’acqua, posato a terra. Poi, d’improvviso e deliberatamente, lo rovescia, e andando oltre nella sua furia strappa dal terreno molte piantine, incapace di rassegnarsi alla perdita del figlio, rabbiosa verso tutto ciò che vede come la causa vera della tragedia, accaduta soprattutto perché l’isola è lontana da dove vive tutta la gente, e perciò il medico ci ha messo troppo tempo a raggiungerla, arrivando infatti solo quando il bimbo è già morto. Questa volta il marito non osa reagire, smette di lavorare e la guarda a lungo con grande intensità, visibilmente preoccupato (lei è ora a terra, in preda a una crisi di sconforto piangendo disperata), per qualche minuto. Dopodiché si rimette al lavoro, lentamente riprende a bagnare le piantine una ad una, con cura: questo è quanto ritiene di dover dire (senza profferir parola) alla moglie, questa è la sua decisione, dolorosa e non facile da prendere, perché anche lui ha molto sofferto e ancora soffre per la perdita del figlio. Lei allora si riprende, sembra capire, o forse semplicemente si rassegna, e piano piano riprende a sua volta i gesti abituali, che poco prima aveva deciso di ripudiare per sempre, con rabbia.
Di fondamentale importanza, secondo me, la scelta del luogo, il paesaggio meraviglioso che circonda l’isola, ammirabile soprattutto dai punti più in alto, quello dove c’è la casetta e quelli in cui i due accudiscono le loro colture, quando sempre vediamo mare e montagne, e cieli meravigliosi, sullo sfondo. Sembrerebbe un contrasto doloroso, e spietato, ma forse è anche, questo contrappunto idilliaco alla loro enorme e continua fatica, ciò che la alimenta e la legittima1. La piccola famiglia infatti, nonostante stenti e sacrifici continui, appare a suo modo felice, soprattutto i due bimbi, e si può immaginare che soltanto la presenza del figlio superstite dia alla coppia un residuo di energia e di speranza per rimanere ancora lì, dopo la tragedia, riprendendo le abitudini brevemente, e forzatamente, interrotte.

[scritto il 22 dicembre 2020]

1: avevo immaginato qualcosa del genere quando, circa due anni fa durante una passeggiata, mi ritrovai in una piccola borgata di montagna ormai abbandonata, in Val Pellice (ne parlo nel testo Invincibili, contenuto in “Stare fermi”, pubblicato nel 2019). Erano molti i segni evidenti di quanto doveva essere duro viverci, la fatica e i sacrifici ineluttabili, giorno dopo giorno, tutto richiedeva un impegno costante, senza distrazioni. Ma da lì, guardando verso sud, verso il fondovalle e poi il versante opposto, la vista era magnifica, sicuramente quelle persone ci ritornavano spesso con lo sguardo, per sentirsene corroborati, e forse rimanevano in quei luoghi nonostante tutto proprio perché quegli sforzi, la durezza di quella vita, erano il prezzo da pagare per vivere lì, e poter gettare di quando in quando lo sguardo verso quell’ampiezza mirabile e confortante.

Un Racconto di Canterbury del 1943

All’inizio di “A Canterbury Tale”, di Michael Powell e Emeric Pressburger, c’è un momento in cui, nel passaggio (una frazione di secondo) da un fotogramma all’altro sono compressi circa 600 anni. Vediamo un falconiere rilasciare il suo falco, nel XV secolo, e poi osservarlo attentamente mentre volteggia in cielo. Quei volteggi vediamo noi stessi, finché a un certo punto il falco esce dall’inquadratura, dirigendosi verso sinistra, un attimo prima che dall’alto cominci a scendere verso di noi, a grande velocità, la sagoma sempre più vicina e più chiara di un Hurricane.1 Dopo, rivediamo il falconiere, è proprio lui, ma indossa un elmetto, ora è un soldato inglese del XX secolo, siamo nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa sequenza davvero stupefacente – subito dopo una bella introduzione in cui vien fuori con chiarezza che quello del film sarà un Racconto di Canterbury aggiunto a quelli creati da Chaucer nel XV secolo – stabilisce con certezza come il tema del film sia soprattutto il tempo, e il tempo, in tutte le sue possibili scansioni e designazioni, strutturerà tutto il film. Sono infatti continui, disseminati praticamente in ogni sequenza, dati temporali spesso molto precisi, senza dei quali il film perderebbe ogni consistenza. Dopo la straordinaria sequenza in apertura, di cui si è detto, assistiamo all’arrivo del treno, sul quale viaggiano due militari, sergenti per la precisione, uno dei quali, americano, è in licenza, si trova quindi in una fase in cui il tempo è sospeso e sta a lui decidere cosa farne, dandogli insomma una struttura. Ecco che, constatato di essere costretto a passare la notte in un paesino nei pressi di Canterbury – dove era diretto, se non fosse sceso dal treno per errore –, si informa subito sul prossimo treno, e apprende che il primo partirà il mattino dopo alle 8:57. Poi, l’episodio della colla nei capelli (che informerò di sé tutta la storia, con le indagini dei tre giovani per individuare l’autore del gesto proditorio) da subito mette sul tavolo un’altra questione legata al tempo, perché l’episodio avviene poco prima della mezzanotte, e questo elemento sarà decisivo per capire quale pista seguire. Ma tutta l’inchiesta dei tre (i due soldati e una ragazza venuta in campagna “per dare una mano” in tempo di guerra) viene costruita man mano soprattutto incrociando i dati orari, quelli delle aggressioni e quelli dei giorni in cui il magistrato locale, Colpeper, era di servizio nella squadra antincendio, autorizzato quindi, nonostante il coprifuoco, a muoversi attraverso il villaggio. Ancora, apprendiamo che la ragazza, Alison, era già stata lì tre anni prima, e che Bob Johnson – il sergente americano – non riceve lettere dalla sua fidanzata da otto settimane. E nel piacevole dialogo fra quest’ultimo e il falegname locale molti elementi di misura temporale affiorano, soprattutto in relazione alla stagionatura del legname. Lo stesso sergente Johnson, alla fine, quando si troverà all’interno della Cattedrale, rapito guardando verso l’alto, pensando a una chiesetta costruita, in legno, dal nonno in Oregon, pronuncerà una data, 1887, come per stabilire una relazione, appunto temporale, fra i due luoghi, uniti dalla sua presenza in quel momento lì a Canterbury. Frequenti sono poi, nelle conversazioni fra i personaggi, le allusioni a date o ad orari, legati ad appuntamenti, per il pranzo o per una proiezione di diapositive a casa del magistrato (quando lui parlerà esplicitamente della presenza, persistente nel paesaggio circostante, di tracce risalenti a molti secoli prima). Poco prima della parte finale, quando i quattro – i sergenti, la ragazza e il magistrato – si ritroveranno insieme nello stesso scompartimento del treno diretto a Canterbury, sappiamo subito, dalla bocca di Colpeper, che il treno impiegherà dieci minuti ad arrivare, e questa informazione crea un istantaneo stato di suspence, perché quel tempo dovrà essere tutto speso per le spiegazioni, dato che i tre hanno ormai capito che lui è l’autore delle aggressioni e lui sa che loro sanno. Si mette quindi subito a parlare, velocemente, per ottimizzare quel poco tempo, ed è convincente, almeno nei confronti dell’americano e della ragazza, mentre l’altro, apparentemente, è irremovibile nel suo intento di denunciarlo alla polizia (ciò che poi non farà). L’aspetto veramente interessante di questa intensa sequenza è la sua durata, che sembra proprio quella reale, dei dieci minuti occorrenti al treno per giungere a destinazione (non è esattamente così, ma sembra esserlo, ciò che è sufficiente). Inoltre, se si compara con quella iniziale col falco e l’Hurricane, là il tempo era compresso all’estremo, seicento anni in una frazione di secondo, qui è dilatato, quei dieci minuti ci paiono davvero lunghi2, i personaggi non vogliono perderne neppure un attimo, e così noi che guardiamo: stiamo attenti ad ogni attimo, concentrati come forse mai prima nel corso del film.
Oltre alla sequenza all’inizio, ce n’è almeno un’altra, verso la metà, in cui emerge, diversamente ma con pari intensità, l’idea di un tempo immobile, dove è possibile trascorrere da un secolo all’altro in una frazione di secondo, rimanendo immobili guardando il paesaggio, e stando in ascolto. La ragazza, mentre sta passeggiando, sbuca in una radura da dove si può vedere un vasto paesaggio intatto, dal quale sbucano le torri della Cattedrale di Canterbury. Lì è un tratto del famoso Cammino dei Pellegrini, e così lei, fermandosi, riesce a udire i suoni, le voci e i rumori che avevamo udito all’inizio del film, vedendo sfilare il corteo dei pellegrini del XV secolo. Dall’erba alta sbuca Colpeper (era lì sdraiato, non visto da lei) il quale fa capire ad Alison di sapere molto bene cosa le è appena accaduto: le dice qualcosa come “ascoltare qualcosa che non è fuori ma dentro di noi”, cercando insomma di dare del fenomeno appena esperito dalla ragazza una spiegazione razionale. Ma noi avevamo udito, distintamente, quegli stessi suoni con lei, quindi non abbocchiamo.

Ps: ho fatto una breve ricerca sul Cammino dei Pellegrini verso Canterbury, mosso da una vaga intuizione, scoprendo che esso fa parte della cosiddetta Via Francigena, che partiva – anzi, parte tuttora – da Londra verso Roma, e della quale Canterbury, con la sua Cattedrale, è una delle prime tappe. La Via passa anche vicino a Torino, in Val di Susa, dove viene indicata bensì come Sentiero dei Franchi, e io ne ho percorso spesso qualche tratto, durante una delle mie escursioni, anche la scorsa estate. Anche questo evento – tutto mio, interiore – ha luogo allo stesso modo di quel prodigioso effetto di montaggio all’inizio del film di Powell e Pressburger, comprimendo il tempo, ma anche lo spazio, in modo subitaneo e vertiginoso. E crea un legame con lo stesso film ancor più saldo ed efficacie.

1: celebre caccia della RAF, prodotto dalla Hawker. Curiosamente, ‘hawk’ significa ‘falco’ in inglese, e qualche dizionario propone anche ‘falconiere’ come traduzione di ‘hawker’ (anche se il significato più comunemente ammesso è ‘venditore ambulante’).
2: trascorrono in effetti 7′ e 16”, ed è forse la sequenza più lunga del film.

[scritto il 1° aprile 2021]

Agire con decisione pur non sapendo che fare

in un certo senso una posizione disperata sarebbe una possibilità
H. Heissenbüttel

Ultimamente vedo o rivedo molti noir americani degli anni ’40 e ’50, tutti in b/n, spesso – e sono quelli che preferisco – girati in esterni, al di fuori degli studi di posa, e se è notte le figure emergono dall’ombra improvvisamente, una parte di loro, il volto o una mano, illuminata da una luce cruda e tagliente, grazie al forte contrasto con il buio fitto. Vi si vedono sempre persone in difficoltà, anche estreme, che devono risolvere, e in fretta, senza poter troppo riflettere o esitare, un problema che non avevano mai affrontato prima, e che si è presentato improvvisamente, cambiando le loro vite. Sanno di fare una scelta rischiosa, le cui conseguenze potrebbero essere fatali per loro, ma se ne assumono la responsabilità, e spesso si vedono perfino costretti a trasgredire la legge. Tutto ciò devono farlo, quasi sempre, da soli, nessuno li può aiutare, quasi mai, e spesso ci lasciano le penne, ma non sempre. Possono essere dalla parte della legge o al di fuori, ma ovviamente quelli a cui ci si sente più vicini, per i quali si prova più simpatia, fino a immedesimarci in loro, sono persone comuni, che si trovano inopinatamente, e senza averne avuto l’intenzione, catapultati in prima linea, accusati di qualcosa che non hanno commesso, oppure minacciati, di morte, loro o i loro cari, moglie o figli (“Desperate / Morirai a mezzanotte”, oppure “Criss Cross / Doppio gioco” – anche se qui una reale intenzione, sia pure venuta fuori forzosamente, c’è, nel protagonista, che poi peraltro, in un soprassalto di buon senso, pentito, si rivolterà contro i gangster a cui si era associato per fare la rapina). Ma possono anche essere fuorilegge, incalliti (il Richard Conte di “Cry of the city”), pentiti (il Victor Mature di “The kiss of death”) o ‘in erba’, come il Farley Granger di “They only live by night / La donna del bandito”. Spesso accade che si simpatizzi per loro, e non credo sia per caso, è evidente come il regista, o gli sceneggiatori, abbiano messo le cose in modo da far scaturire tale sentimento, semplicemente mostrando poliziotti anche troppo zelanti, seriosi o sprezzanti, intrisi di un moralismo che può infastidire, mentre il bandito, pur a sua volta spietato, violento e privo di scrupoli, ha comunque una sua etica, una certa lealtà, e si può innamorare di una giovanissima Debra Paget che sembra una santa, di quelle coinvolte in miracoli, ciò che accade a Richard Conte, ancora in “Cry of the night”. Mentre il suo rivale, il poliziotto, ex-amico d’infanzia, Victor Mature, quasi sempre torvo in volto – mentre Conte è spesso sorridente, fa battute argute, è brillante – davvero esagera a perseguitarlo fino alla fine, quando lo ucciderà, sparandogli alle spalle. Fra l’altro Marty Rome / Conte a un certo punto viene accusato di un delitto che non ha commesso (che non avrebbe mai potuto commettere, per la brutalità e crudeltà dei fatti, che non gli appartengono) e poi uccide lo spregevole avvocato che lo voleva incastrare, coinvolto, lui sì, in quel delitto.
Ma soprattutto mi interessa, di questi personaggi, vedere come si comportano trovandosi in certe situazioni, quando devono agire prontamente, prendere decisioni senza sapere quale potrebbe essere quella giusta, perché non hanno alcuna esperienza di un tale caso, e nessuno, o quasi nessuno, li può aiutare; essi infatti intuiscono che un comportamento ‘normale’, magari chiedendo l’aiuto della polizia, non soltanto non gli sarebbe di alcun aiuto, ma addirittura potrebbe metterli ancor di più nei guai (Steve Brodie in “Desperate / Morirai a mezzanotte”). Mi piace seguirli mentre agiscono, sempre istintivamente, perché non c’è nemmeno il tempo per riflettere, ovvero, la riflessione deve avvenire con estrema rapidità, immediatamente seguita dall’azione (oltre al precedente, ancora il Mature di “The kiss of death”).
Talvolta queste persone riescono a scamparla, sottraendosi a ingiuste persecuzioni (di gangster o poliziotti), altre volte no, gli va male, e comunque, si può anche perdere, ma con la coscienza a posto, dopo aver fatto del nostro meglio dando proprio tutto: mi sembra che questa sia la lezione che si può apprendere guardandoli. Sono passati 70 o 80 anni, ma mi sembra che in certi frangenti si possa ancora capitare facilmente, e si capiterà sempre, e dovremo sempre cavarcela da soli, senza manuali e senza ‘applicazioni’ varie. In quei film questo insegnamento veniva fuori con chiarezza. Credo fossero, e ancora sono, utili e costruttivi, pur senza averne avuto l’intenzione.
C’è un altro aspetto, relativo agli attori che interpretano i protagonisti di certi film, spesso persone che hanno sofferto nella vita vivendo situazioni analoghe e recitando se ne saranno sicuramente ricordati. Mature era veramente un italo-americano (il padre veniva dal Trentino), così come Conte, che aveva entrambi i genitori di origine italiana. Questo potrebbe spiegare perché i due sembrano così autentici, e credibili, nella propria parte – soprattutto Conte, che spesso non pare nemmeno stia recitando – così come due comprimari in “Cry of the city”, italo-americani a loro volta, che impersonano i genitori di Marty Rome.

Ps: ieri sera, 6 aprile, ho rivisto un film dei fratelli Taviani uscito poco meno di quarant’anni fa, “La notte di San Lorenzo”, pieno di personaggi e di piccole storie, quasi tutte innescate dal gesto di Galvano Galvani [Omero Antoniutti]. L’anziano fattore, non convinto, istintivamente, dalle assicurazioni del vescovo – che parla a nome dei nazi-fascisti che controllano il paese – dopo averci lungamente riflettuto, in silenzio, senza parlarne con nessuno, a un certo punto si alza in piedi su una sedia, riesce ad ottenere un minimo di silenzio (colpendo con un piede il cassetto semiaperto di un tavolo lì vicino, per fare rumore zittendo il cicaleccio) e dichiara a tutti i compaesani che lui non si recherà alle tre di notte in chiesa, come richiesto dalle autorità, ma se ne andrà prima, appena fatto buio, verso gli orti, incontro agli americani, dati ormai per molto vicini. Pacatamente, con poche ma ferme parole, propone a chiunque voglia seguirlo di partire tutti insieme a lui e ai suoi familiari, vestendosi di nero per non essere visti. Galvano ha deciso di trasgredire a un ordine emesso da un’autorità (peraltro auto-elettasi tale, quindi illegittima, sebbene potente, nei loro confronti) sentendo con forza la necessità di fare quella scelta, proprio per salvarsi da un molto probabile grave pericolo. Pericolo aggravato dal fatto di trovarsi in una situazione di oggettiva prigionia, dato che sarebbero rinchiusi nella chiesa dagli usurpatori, per favorire l’esplosione delle mine messe nelle case e facilitare così la loro fuga di fronte all’avanzare degli Alleati. Questo conta: come i protagonisti di certi noir americani1, Galvano prende una decisione difficile, disobbedendo a un ordine e uscendo dalla maggioranza; decisione che non gli eviterà – a lui e a chi lo seguirà – seri pericoli. Ma essi saranno affrontati da uomini liberi, sia pure in fuga, ciò che gli darebbe un certo vantaggio, rispetto alla molto probabile sciagura (che infatti poi avverrà) da subire inermi, chiusi dentro la chiesa come animali nella stalla2.

[scritto il 24 marzo 2021]

1: va notato che le vicende del film, ispirate a fatti veri, ebbero luogo nel 1944, nello stesso periodo storico in cui vennero girati molti noir americani. Inoltre, come molti di quelli (“La donna del bandito / They only live by night” in particolare) i fatti salienti avvengono quasi sempre di notte.
2: la chiesa verrà colpita da un proiettile di cannone che esplodendo sterminerà la folla dei paesani lì rinchiusi, uccidendone, o ferendone gravemente, moltissimi.

I baccelli e le gemelle De Havilland

Avevo visto per l prima volta “L’invasione degli ultracorpi” in televisione, moltissimi anni fa, in una rassegna dedicata a Don Siegel (saranno stati gli anni ’70, verso la fine forse). Da allora, in verità, mai più, quindi mai al cinema, per dire. Ho acquistato il dvd, si presentava come un’edizione curata, e che quindi ne valesse la pena, ma soprattutto, vedendolo sul sito di Amazon, mi è venuta voglia di rivederlo, stranamente, perché non ci avevo mai più pensato in tutti questi anni, non che mi ricordi. Il dvd è stato effettivamente restaurato, si vede bene, a parte una zona scura sull’angolo destro, in alto, che appare di quando in quando. Altrimenti l’immagine è nitida e ben contrastata, e sicuramente l’ho visto meglio ieri sera che non la prima volta. Non dura molto, direi un’ora e un quarto circa, eppure non si perde tempo, il regista avrebbe potuto benissimo allungarlo, sfruttare di più certe sequenze, che invece vengono fuori molto secche, concise. L’effetto è stato potente, ero davvero incollato allo schermo, anche se di quando in quando notavo qualche faciloneria, apparente, come se la sceneggiatura avesse delle debolezze, fatti che si verificavano in maniera non del tutto convincente. Non sembra plausibile che i due amici del medico trovino la ‘creatura’ in formazione sul biliardo di casa, arrivata lì non si sa come, e ciò nonostante reagiscano con relativa compostezza, come lo stesso medico e la sua amica. E che non chiamino subito la polizia, o un’ambulanza, anche questo appare poco credibile. Ma poi mi sono reso conto che il film è un lungo incubo, ovvero un sogno che pian piano, poi sempre più rapidamente, e irresistibilmente, si trasforma in un incubo. E in un sogno, o in un incubo, accadono le cose più inverosimili, questo si sa, e mentre le sogniamo, generalmente, le accettiamo senza battere ciglio, tanto siamo avvinti dalla la situazione, senza poterla controllare. Tra l’altro, si tratta di un incubo davvero tremendo, perché coinvolge tutti gli aspetti della vita del protagonista, di chi fa il sogno: gli amici, l’intera comunità in cui vive ‘da sveglio’. Ciò che accade è orribile, forse la cosa più orribile che si possa immaginare, e che pure ha un fondamento nella realtà, perché ogni tanto ci accade di non riconoscere più qualcuno che si conosceva da anni, o da sempre. Infatti, pare che nelle intenzioni degli autori (regista, produttore, sceneggiatori) ci fosse proprio quella di portare l’attenzione sulla progressiva ‘disumanizzazione’ della società, che semmai, secondo la tesi del film, potrebbe suscitare una reazione soltanto identificandone la causa in un agente esterno ad essa, nel caso in questione i mostruosi baccelli provenienti dal cosmo. E a proposito della scarsa considerazione di quasi tutti per i chiari segnali d’allarme mandati da alcuni (la sorella di Becky e il piccolo Grimaldi soprattutto) è interessante come essi – soprattutto ‘grazie’ allo psichiatra, probabilmente fra i primi ad essere ‘doppiati’ – vengano fatti passare per alienati, vittime di una presunta “isteria di massa”, potenzialmente degni di essere curati come malati di mente. In una scena che mi ha colpito molto, il dottor Kaufmann (lo psichiatra) riesce quasi a convincere il collega portando argomenti apparentemente razionali, con la persuasione del ‘buon senso’ che rifiuta tutto ciò che esula dalla cosiddetta normalità. Così smonta le affermazioni del medico e dei suoi due amici su quanto sostengono di aver visto addebitandolo ad allucinazioni “prodotte dalla mente ma irreali”. Mi hanno fatto venire in mente qualcosa, quelle parole, mi pare di averle sentite dire, o lette, anche troppo spesso negli ultimi tempi
Curiosamente, e del tutto incidentalmente, proprio due sere prima avevo visto un film realizzato undici anni prima di “L’invasione degli ultracorpi” che pur non essendo ascrivibile, come questo, al genere delle fantascienza, aveva qualcosa in comune. In “Lo specchio scuro”, la vicenda di due gemelle identiche (interpretate da un’unica attrice) riesce a mettere a disagio lo stesso spettatore, oltre agli altri personaggi del film, che non riescono mai a distinguere una gemella dall’altra, né quando sono insieme e neppure, tanto meno, quando sono sole. Il tenente di polizia si trova in grave difficoltà proprio perché impossibilitato a stabilire l’identità di ognuna, e lo psicologo che accetta la sua proposta di provare, con le sue capacità e la sua esperienza in materia di gemelli, a smascherare l’inganno, dovrà fare moltissima fatica, arrivando molto vicino a lasciarci la pelle, per mano della gemella ‘cattiva’, o folle (anche qui la tendenza inesorabile è sempre quella di assegnare la patente di pazzo a chi devia dall’ordine precostituito, sfuggendo alle strettoie della morale comune – come riesce di fare alle due gemelle per quasi tutto il film, e l’assassina del dottor Peralta non può essere incastrata dalla legge).
Tornando al film di Siegel, una delle sequenze più riuscite, le più impressionanti per lo spettatore, è quella in cui, al mattino presto dopo una notte insonne nascosti nello studio del medico, lui e la fidanzata si accorgono di uno strano – data l’ora – affollamento nella piazza davanti alla finestra da cui stanno guardando. Continua ad accorrere gente verso il centro della piazza, dove il capo della polizia locale impartirà a tutti le istruzioni per diffondere ovunque i terribili baccelli. Così i due nascosti nello studio medico capiscono, con orrore, che tutta la cittadina, ormai, è stata conquistata dai replicanti, e loro sono rimasti gli unici a sfuggire all’invasione del corpo dei cittadini da parte delle presenze aliene prodotte dai baccelli. Poi, la fuga dei due dalla città, soprattutto la prima parte quando corrono affannosamente su per la scala, inseguiti da un folto gruppo di alieni, tutti con le sembianze dei loro concittadini, è davvero angosciante, e la sensazione prosegue ancora a lungo, aumentando quando si trovano, nascosti, sotto le tavole sulle quali passano tutti gli inseguitori, che pure non li trovano. Ma l’apice dell’orrore si raggiunge quando il medico sta baciando la fidanzata, e si accorge, dopo un attimo, che non è più lei, e si ritrae terrorizzato, capendo che ora è diventata un nemico, e infatti lei urla subito in modo di farsi sentire dagli altri, per fargli sapere che è nascosto lì, perché accorrano a catturarlo. In un attimo, la sua vita è cambiata, si è attuato un completo rovesciamento, il colpo è micidiale, peggio che se lei fosse morta. Perché non è più lei, ora.
Ho trovato molto interessante nel film la soluzione escogitata dagli autori per l’invasione vera e propria, da parte degli alieni, nel corpo dei personaggi: essa accade mentre stanno dormendo, e al risveglio nessuno è più sé stesso, sostituito da un’entità altra, spassionata e irriconoscibile, pur avendo assunto il carattere, e la memoria, di quella persona. Quindi, «non dormire!», ripete spesso il dottor Bennell (l‘attore Kevin Mc Carthy) alla fidanzata e agli stessi amici. Non dormire per non sognare, si potrebbe dire, per paura di una realtà altra da quella vissuta da svegli, dove spesso persone che ci sono note e anche care cambiano completamente atteggiamento, diventando ostili e pericolose per noi. Paura – forse ancestrale – del sogno, della possibilità, sempre temuta, che possa catturarci per sempre, impedendoci di ritornare alla realtà che avevamo lasciato addormentandoci. Perciò, io credo, si potrebbe davvero considerare il film come la rappresentazione di un terribile incubo, ciò che sarebbe stato ancor più chiaro – obbligando a identificarci ancor più nel protagonista, diventando noi stessi protagonisti in prima persona del sogno – se si fosse mantenuta la sua primitiva forma, quella voluta da Siegel e dal produttore Wanger. Ma gli studios la rifiutarono, preferendo la sovrapposizione di una cornice narrativa in flash-back, con un finale più o meno rassicurante, in luogo del tremendo «They’re here already! You’re next! You’re next!» rivolto dal dottore direttamente alla platea dei cinema, e a noi che vediamo il film seduti in casa nostra davanti a uno schermo televisivo.

[scritto il 7 marzo 2021]

Andarsene

“Andarsene (storie silenziose e nascoste)” è stato pubblicato a Torino da leppi lampi labors nel mese di luglio 2020, in 50 copie, ha 60 pagine + 4 di copertina, in carta usomano bianca, nel formato (chiuso) cm 13 x 19. All’interno 16 testi (più uno in Appendice) scritti nel 2019, e due immagini fuori testo, una a colori e una in b/n.

Anèddoti in prima persona [estratto da Andarsene]

Alcuni dei testi compresi in questo volume mi sembrano poter essere definiti anèddoti1 ‘in soggettiva’, se è vero che sono narrati usando la prima persona singolare dei verbi – mentre generalmente viene usata piuttosto la terza, singolare o plurale. La modalità ‘in soggettiva’, ovvero le inquadrature tutte dal punto di vista di un’unica persona, che pure non si vede mai – a meno che non si trovi di fronte a uno specchio – viene molto raramente utilizzata nel cinema, e ogni volta per brevi sequenze2, e ne sono stati fatti effettivamente pochissimi tutti così, perché è praticamente impossibile sostenere sempre quell’unico punto di vista, ciò che dopo un po’ stanca e trasmette anche un certo senso di disagio. Ma allora come facciamo noi, ognuno di noi, per un’intera vita, sempre, a vedere e vivere tutto da quell’unico punto di vista perfino mentre si dorme, nei sogni? Perciò i momenti forse più rilevanti di questa raccolta di testi si trovano all’interno di Cadere, e sono quelli in cui descrivo la perdita della consapevolezza di me per un secondo o forse meno, ellissi che non potrò mai riempire con alcun ricordo, perché mentre quei fatti accadevano non ero cosciente, non vedevo le cose dal mio solito, immutabile punto di vista, non vidi infatti niente, e niente potrei mai ricordarmi. Insomma, io credo proprio che a contare di più in questa antologia di testi siano quegli unici istanti sfuggiti al mio controllo, quando accadde qualcosa che non vidi e non vissi e rimane perciò escluso dal racconto, indescrivibile. E che sono perduti per sempre, per quanti sforzi potessi mai fare per recuperarli.
Ma ci sono anche altri momenti notevoli, per motivi analoghi, che ho vissuto e che echeggiano in questo libro, ad esempio quelli descritti in Andarsene, quando per pochissimi secondi non fui in grado di riconoscermi, dato che mi vedevo da dietro, come non può mai succedere. Oppure quelli descritti in Senza titolo, quando, anche lì per qualche attimo, non mi riconoscevo nel riflesso dei finestrini, soprattutto di quelli di sinistra, più lontani da me. Infine, nell’epigrafe a Gli occhi di Bette Davis, nella descrizione fatta da Cormac McCarthy delle mosse del cieco, che sembra guardare nel fondo del bicchiere, parrebbe balenare qualcosa di molto simile ai momenti sopra descritti, tutti vissuti da me, qualcosa che non saprei davvero definire (come forse, credo, nemmeno McCarthy), essendo effettivamente indicibile. Forse in quei pochi attimi fugaci il cieco sembra avere una particolare coscienza, che potrebbe consistere in una momentanea perdita di quella sua abituale, a cui assiste inerme, come è accaduto a me stesso quella mattina.

C.F. , 31 dicembre 2019

1 il termine anèddoto deriva dal greco e significa, etimologicamente. ‘inedito’. Propriamente, cosa inedita, episodio o fatto inedito, quindi ignoto o segreto. (…) In senso più ampio, fatto particolare e curioso della vita privata di qualcuno (cit. Vocabolario Treccani).
2 mi viene in mente ora quella di “L’uomo senza passato” di Kaurismäki in cui il protagonista, pestato a sangue, si rialza e raggiunge barcollando i bagni di una stazione, mentre tutti lo guardano – ed è come se guardassero noi – con occhi atterriti, perché dev’essere sfigurato dalle botte e pieno di sangue. C’è almeno un film tutto girato dal punto di vista del protagonista, che si vede, appunto, qualche rara volta quando passa davanti a uno specchio, credo si intitoli “Una donna nel lago”, ma non ricordo di averlo visto.

chi volesse ricevere una copia di questo libro scriva al recapito presente in Contatti

Lo scoiattolo di Peter Handke

Mentre ero seduto, leggendo un libro, su una panchina del viale che porta al cimitero, l’ultimo tratto, con la coda dell’occhio ho notato, alla mia destra, un movimento quasi inconfondibile. Era uno scoiattolo, di quelli grigi che ogni tanto si vedono lì nei pressi; si è fermato un attimo guardando me che lo guardavo, poi è sparito dietro un platano (si muovono rapidi e silenziosi, sembrano volare, anche se stanno camminando, o correndo). Dopo pochi secondi è spuntato fuori da dove si era messo per nascondersi, mi ha ancora guardato bene negli occhi, addirittura avvicinandosi di qualche centimetro, come se si aspettasse che gli dessi qualcosa da mangiare (possibile che ogni tanto qualcuno gli lanci qualcosa, noccioline o roba simile: l’avrei forse fatto anch’io, ma non avevo niente con me). Appurato che non poteva avere niente di interessante da me è di nuovo sparito dietro l’albero, ma dopo qualche attimo, girandomi, l’ho rivisto, aveva deciso di attraversare la strada, il controviale, carrozzabile (al centro, dove stanno le panchine, è pedonale e ci passa lentamente, ogni tanto, qualche corteo funebre). In quel momento stava arrivando un camioncino, non velocissimo – il semaforo a poche decine di metri era rosso – ma neanche tanto piano, eppure lo scoiattolo non si è fermato. Ho mandato un grido di allarme e di paura, mentre mi alzavo dalla panchina, guardando lo scoiattolo che correva verso il lato opposto, passando sotto il camioncino. Quando stava per raggiungere il bordo, salvo, mi pare di aver notato una lieve sbandata: temo che una ruota l’abbia toccato, forse passandogli sopra la punta della coda, all’ultimo istante. Ce l’ha poi fatta ad arrivare di là, sparendo oltre una ringhiera che delimita un terreno, ma non so in quali condizioni.

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lo sguardo fuori

Lo sguardo fuori, fuori dall’inquadratura, quando qualcuno che vi si trova non guarda verso di noi ma altrove, il suo sguardo elude il nostro, che invece siamo concentrati, il nostro sguardo si concentra sull’inquadratura, come se tutto il mondo fosse lì, e nient’altro accadesse al di fuori. Quando qualcuno rappresentato in una inquadratura, fotografica o video o cinematografica, rivolge lo sguardo verso l’esterno – oppure ci volge le spalle – è come se uscisse dall’inquadratura, o si apprestasse a farlo, o comunque pensasse a qualcos’altro, qualcosa che sta appunto al di fuori, e sfugge alla possibilità di essere visto, da noi che stiamo guardando quell’inquadratura. Quello sguardo, quel pensiero, quell’intenzione appena dissimulata, mentre sono tutti rivolti verso qualcosa che sta fuori, esprimono un desiderio di libertà, di raggiungerla, o recuperarla – quando si è perduta.

(scritto nel mese di aprile 2021)

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un appunto

Lo scorso mese – era aprile – ho trovato su uno scaffale della mia libreria un libro di cui mi ero dimenticato, molto vecchio, un tascabile, con alcuni racconti lunghi, o romanzi brevi, di Conrad. Credevo di non averlo neppure mai letto, invece no, ho trovato diverse sottolineature, segno inequivocabile che, chissà quanti anni fa, l’avevo letto. In fondo, proprio sull’ultima pagina, bianca, a sinistra, prima della terza di copertina, c’era qualcosa che avevo scritto io a matita.

Una concentrazione dello sguardo.
Lo sguardo prolungato fino all’ossessione.
Opere come prodotto di una ossessione.
L’artista preda e strumento di una ossessione.
L’ossessione segnale di presenza vitale (?)
vitalità autodistruttiva.

SCHUBERT, anche

(scritto nel mese di maggio 2021)

ps: questo piccolo evento dell mese scorso è uno fra tanti analoghi, accaduti soprattutto quest’anno. Già da qualche tempo, infatti, mi capita spesso di rileggere libri vecchi pescati sui ripiani della mia libreria, e quasi sempre, essendo passati molti anni dalla prima volta, me li ricordo poco, anzi, spesso mi accorgo che me li ero proprio dimenticati, e quindi diventano prime letture. Talvolta mi rendo conto che un certo libro lo avevo già letto soltanto quando arrivo a una pagina che contiene un passo sottolineato: fino a quel momento ero convinto di non averlo mai letto prima. Poi succedono cose come quella descritta sopra, che mi sorprendono sempre molto, perché di certi particolari mi ero proprio dimenticato completamente. Una volta, in fondo a un certo libro, infilato fra l’ultima pagina e la terza di copertina, trovai un messaggio manoscritto. Ci ho messo un po’ a capire chi poteva averlo scritto, era rivolto a me, risaliva a molti, moltissimi anni fa, cose dimenticate ormai, che subito mi sono riapparse alla memoria. A quei tempi era normale scambiarsi messaggi scritti a mano, magari su pezzi di carta recuperati.

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Elogio della noia

La noia è l’affermazione di un tempo dilatato, senza scadenze, senza limiti. Nella noia l’ego si dissolve, tutto diventa oggettivo, noncurante, come il soggetto, che assiste senza agire, passivamente, immobile. Nella noia può esserci la vera libertà, perché non ci sono più impegni o costrizioni. Si osserva, si ascolta, e nella vera noia non si pensa nemmeno più. Le cose appaiono e poi svaniscono, i rumori irrompono e poi, spentasi la loro eco, il silenzio torna a prevalere, solenne, sconfinato. Come solenne e sconfinata è la noia.
Nel nostro tempo la noia non esiste più, tutto viene riempito, gli occhi vedono sempre nuove immagini, gli orecchi odono sempre nuovi suoni e nuove voci, che coprono i rumori e il silenzio fra i rumori. Molti anni fa si entrava nel cinema anche dopo mezz’ora, o quando quasi era finito, si stava lì dentro a lungo, chi voleva lo rivedeva più volte, non era vietato come ora.

(scritto l’8 maggio 2021 guardando “Goodbye Dragon Inn”).

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Allestire una mostra

Ogni volta è la prima volta, non avevamo mai fatto quello che stiamo per fare, e dobbiamo capire con cosa abbiamo a che fare, prima di mettere questa cosa qui o quell’altra là. Dobbiamo improvvisare, fare una cosa per la prima (e unica) volta. Non abbiamo mai imparato, non impareremo mai, ogni volta è la prima volta. E’ così, più o meno, che cominciammo a parlare, a camminare, e allo stesso modo proviamo a conoscere qualcosa o qualcuno che non avevamo mai visto prima, e che non rivedremo mai più così.

Le cose là fuori, nella natura o per le strade di qualsiasi città, hanno quasi sempre, misteriosamente ma indiscutibilmente, una loro naturale collocazione, determinata da eventi casuali. Gli oggetti vengono spostati dal vento, modificati dalla pioggia o dall’azione involontaria dei passanti, e stanno sempre là dove sembra che davvero debbano stare. E poi la luce si alterna all’oscurità, il giorno alla notte, spesso basta un attimo, quando una nuvola copre il sole, per mutare l’apparenza delle cose, trasformare un paesaggio in un altro, da un momento all’altro sotto i nostri occhi, noi impotenti e affascinati, o impauriti. All’interno, nelle case, sta generalmente a noi decidere dove una certa cosa dovrebbe stare, e lo stesso vale per una mostra, sia pure con motivazioni, apparentemente, differenti. Si tratta di stabilire un ordine, sia pure temporaneo, effimero, che abbia la stessa naturalezza che riscontriamo là fuori, dove generalmente regna il caos, dove in genere nessuno realmente decide la collocazione delle cose, che è peraltro instabile, oltre che indeterminata. In una mostra, dove degli oggetti vengono costretti a convivere in uno spazio, il compito di chi allestisce, di chi deve decidere questa collocazione, è arduo. Deve sostituirsi al caso, al vento e alla pioggia, perché il risultato di questo compito, ancorché provvisorio, serbi, sia pure per un tempo limitato, l’energia immanente e l’autorevolezza del caos che regna là fuori. La partenza è da un campo vuoto, vasto e indecifrabile, di cui non è possibile stabilire un inizio, un accesso, una fine o uno sbocco. Da lì si comincia a tracciare un percorso, che non sappiamo dove può portarci, ma sappiamo dover essere chiaramente tracciato, percorribile quindi, perché questa è la vera natura di una strada, che si può percorrere anche senza darsi una meta, perché la sua vocazione è quella di condurre, di non porre limiti al movimento, ma di mantenere attiva l’energia che ci spinge a percorrerla, ovunque possa portarci.

Andrey Tarkovsky, “Stalker”
Roman Polansky, “Repulsion”
Thomas Bernhard, “Eventi”
Tanizaki Jun’ichirō, “Libro d’ombra”
Eric Rohmer, “Le rayon vert”

[testo scritto fra il 17 novembre 2007 e il 9 febbraio 2008, tratto dal libro “Allestire una mostra – e altre iniziative apparentemente inutili (storie di e/static e blank, 1999-2018)”, attualmente in preparazione]