A proposito del passero, anche

I passeri sono sempre imprevedibili, non c’è quasi nulla nel loro comportamento di ripetitivo, né di strettamente codificato. Invece, ad esempio, le rondini: passano la giornata in un continuo andare e venire dal nido, per nutrire i piccoli, e anche soltanto per controllarli (non è infatti credibile che ogni volta che rientrano al nido, spesso per un secondo o due, portino sempre qualcosa da mangiare). Le seguo dalla mia finestra sulla piazza, rivolta ad est, seguo i loro raid descriventi – sempre a velocità folle – delle ampie curve, dal basso verso l’alto e viceversa, oppure da sinistra a destra e poi da destra a sinistra. Invece alla sera, poco dopo il calare del sole, dalle finestre che danno verso ovest, le si può vedere mentre sorvolano lo spazio aperto, freneticamente, con frequenti bruschi cambi di direzione, per ingoiare – si presume – i tanti insetti che proprio a quell’ora iniziano ad affollare quello stesso spazio. Forse – chissà – questo cibo è per loro, strameritato, mentre probabilmente i piccoli si saranno addormentati nel nido, sazi.
Il passero no, non è, o quantomeno non appare, così giudiziosamente occupato, semmai sembra sempre giocare, rincorrendo i suoi simili che a loro volta, a turno, lo rincorrono, senza mai smettere di cinguettare, anche se il tono cambia un po’, e ora pare gioioso ora irritato, perfino arrabbiato, nel pieno di una delle rapide zuffe così frequenti in una giornata-tipo di qualsiasi passero.
Talvolta ne vedo uno posarsi sul balcone, come se ci fosse caduto (talmente il volo è irregolare e disarmonico, a differenza delle rondini, o delle gazze); zampetta per un po’ a casaccio, becchettando ogni tanto chissà cosa (un occhio umano non vede niente lì) e poi si ferma, accorgendosi di essere osservato, e ricambia lo sguardo, che poi sono molti, dato che sposta di continuo la testa per guardare ora con un occhio ora con l’altro. D’improvviso, riprende il volo, e in tutt’altra direzione, come se non facesse differenza, basta volar via, altrove, da qualche parte purchessia.
Eccone un altro afferrare col becco una pagliuzza, ben più lunga di lui, ancorché leggerissima; rimane per qualche attimo fermo, come se cercasse di capire il da farsi, poi spicca il volo, perdendo inevitabilmente la pagliuzza. La riafferra, come prima, e riprova a portarla via, chissà dove. Al terzo tentativo senza esito si stanca, abbandona la preda e fugge via, dove non si sa. Viene da pensare che quel gesto non avesse un fine preciso (come ad esempio raccogliere tutto ciò che possa servire alla costruzione di un nido), ma fosse bensì inutile, giocoso.
Sarebbe interessante poter disegnare un tracciato degli spostamenti, soprattutto aerei ma non soltanto, di un passero, e fare altrettanto con quelli di una rondine o di una gazza, per confrontarli fra loro. Quelli di questi ultimi due uccelli sarebbero composti per lo più da curve, molteplici nel caso di una rondine, più rade per una gazza. Invece quello di un passero sarebbe un groviglio insensato e inestricabile, composto di curve ma anche di angoli, oppure linee rette, o a zig-zag.
Potrebbe sembrare che la rondine, a suo modo, oppure la gazza, in un modo diverso, seguano fedelmente uno spartito, basato precipuamente sulla ripetizione, quindi prevedibile, entro certi limiti. Il passero no, improvvisa, parte da un punto A come se volesse raggiungere quello B, invece a metà strada cambia direzione, qualcosa lo ha distratto, attirandolo verso C o D. Così non ci si può annoiare seguendo le evoluzioni di un passero, perché non si sa mai cosa farà dopo, anche soltanto un secondo dopo. Diversamente, le rondini, a seguirle per lungo tempo, sono ipnotiche, grazie anche al loro stridere, complementare al volo; che segue sempre traiettorie ben definite, tese, e sempre alla massima velocità. Mentre le gazze, quando si alzano da terra e, volando con un effetto di ‘ralenti’, descrivono una larga curva fino a raggiungere la cima di un albero o la sommità di un muro, sono allettanti e riposanti per lo sguardo di chi segue le loro evoluzioni. Inducono a una calma, a una rilassatezza, negate a chi provi a seguire il comportamento di un passero.

Da queste parti, fra campagna, collina e pendici della montagna, capita di incontrare persone anziane, quindi fragili, epperò teneramente ardite, che allettate e incoraggiate dai primi caldi escono “a fare una passeggiata”. È facile imbattersi in loro un po’ ovunque mentre camminano sotto il sole costeggiando i campi; paiono disperse e smemorate e si fermano, di quando in quando, sedendosi dove capita, magari su un basso muretto presso un incrocio, per qualche minuto guardandosi attorno, oppure nel vuoto, ascoltando. Lo fanno perché si stancano facilmente e siccome non avevano, partendo, una meta strettamente determinata, non si peritano di modificare i piani, che forse neppure esistono, quantomeno non sono inderogabili. Non hanno orari troppo rigidi, possono partire quando vogliono, se lo vogliono, e arrivare quando possono, quindi è la camminata a contare, quel che si vede, ode e pensa mentre, sempre lentamente, la si fa. Il cinguettare dei piccoli uccelli intorno a loro, passeri per lo più, li accompagna e li conforta, rallegrandoli. E forse gli piace riconoscersi nel loro andamento erratico, indeterminato e imprevedibile. Ancorché ben più lesto del loro.

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Akio e l’iwabue*

frame dal video “Akio Suzuki: trigger”, 2003, di Franco Rivoira e Patrizia Roussel

Quando venne a Torino nel 2003, Akio Suzuki aveva ancora con sé il prezioso flauto di pietra che si può ascoltare in questo disco. Lo suonò nel corso della sua performance nello spazio di e/static, e poi ancora una volta, pochi giorni dopo, in un luogo di forte valenza che si trova in Val d’Angrogna: la Gheiza ’d la tana, una grotta formatasi in tempi lontanissimi in seguito all’accumulo di enormi massi caduti dall’alto della montagna. È un luogo sacro per i Valdesi che da secoli popolano questa valle e quella limitrofa, più vasta, la Val Pellice. Per entrarci bisogna chinarsi e quasi strisciare per superare un tratto bassissimo, lungo forse un metro, dopo il quale, entrati appunto nella Gheiza, lo spazio si amplia in modo del tutto inaspettato, quando ci si va la prima volta. Il nome della grotta significa ‘chiesa’ in italiano, i valdesi vi tenevano le loro funzioni nei tempi più difficili, quando venivano perseguitati dalla Chiesa cattolica, per mano dei Savoia. Akio, che ha sempre in testa un berrettino di lana o di cotone intessuti, di cui soprattutto in pubblico non si priva quasi mai, quel giorno di aprile del 2003, appena entrato nell’antro, appreso che si trattava di un luogo sacro, una chiesa appunto, se lo tolse in segno di rispetto. Dopodiché suonò il suo flauto (peraltro anticamente usato come strumento di purificazione prima dei riti shintoisti) per pochi minuti in modo sublime, grazie anche all’eccellente acustica della Gheiza.
Al suo ritorno in Italia tre anni dopo, per allestire una mostra personale nello stesso spazio del 2003, Akio non aveva più con sé la pietra sonante, gliela avevano rubata – mi sembra un anno prima – nella stazione di Saint-Nazaire a Parigi, mentre era seduto su un treno aspettando la partenza. Aveva appoggiato lo strumento, avvolto in un panno e contenuto in una borsa, su un ripiano nello scompartimento. Raccontandomi il fatto Akio era ancora turbato, anche se non più come subito dopo essersi accorto della sparizione, quando lo sconforto, acuito da un senso di colpa, lo prostrò per diversi giorni. Bisogna sapere che il flauto – iwabue il suo nome in giapponese – era antichissimo, venne raccolto molti secoli fa nei pressi della baia di Ise, dove un tempo arrivava il mare, e si tramandava di padre in figlio, segretamente, come Akio mi raccontò rievocando la sua personale esperienza del rito. Il padre glielo fece vedere per la prima volta quando lui aveva già 37 anni, togliendolo dal panno in cui era avvolto, quindi lo suonò, per una sola volta, e infine glielo affidò. Risulta così facilmente comprensibile la misura dello scoramento in cui precipitò Akio quel giorno a Parigi, e che non riuscì a superare ancora per molti giorni. Ma il suo carattere positivo, e la sua natura infantilmente limpida e serena, lo aiutarono infine a superare il trauma.
Ho raccontato questi fatti per far capire a chi entrerà in possesso di questo disco che avrà l’occasione, davvero rara e preziosa, di ascoltare quel meraviglioso strumento traendolo dal nulla in cui è andato irrimediabilmente perduto. Soprattutto chi lo udrà per la prima volta in assoluto potrebbe vivere un’esperienza analoga a quella dello stesso Akio Suzuki quando il padre gli affidò il flauto dopo averlo brevemente suonato. E sarà forse possibile, ascoltando con la giusta attenzione, percepire qualcosa del potere sovrumano di un suono davvero unico. Esso agiva con tale forza sullo stesso Akio da trasportarlo, mentre con gli occhi chiusi soffiava attraverso i fori della pietra, verso tempi e luoghi lontanissimi, altrimenti inaccessibili, come mi disse lui stesso nel 2003, quel giorno in Val d’Angrogna.
Infine, un valore aggiunto: ad occuparsi, magistralmente, della registrazione, realizzata nell’anno 2000 all’aperto in luoghi diversi – tutti accuratamente scelti da entrambi – della penisola di Tango, in Giappone, includendo anche certi suoni naturali contemporanei all’esecuzione, è stato Felix Hess, grande amico di Akio, artista a sua volta e suo coetaneo, purtroppo scomparso nell’ottobre del 2022.

17-18 maggio 2026

*: questo testo verrà incluso nel libretto che accompagnerà Kan, il disco con le registazioni dell’iwabue suonato da Akio Suzuki nel 2000, prossimamente pubblicato da Holidays Records.

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Relazioni imprevedute

quattro chicchi di limone, 24 aprile
la prima, 24 aprile
una peonia, forse (in giardino), 28 aprile
una pietra dissotterrata, 29 aprile
frammenti di stelo di luppolo selvatico, 30 aprile
un codirosso (forse femmina), 1° maggio
due, 5 maggio
un fiore (mai visto), 13 maggio
nel sole, 14 maggio
chiodo, 14 maggio
nel secchio, 14 maggio
da un film del 1987, 21 maggio
in giardino di matttina presto, 22 maggio
precipizio, 2 giugno
fra l’erba, 7 giugno
riemerso, 12 giugno
da un film del 2024, 12 giugno

(in corso)

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Sur place

Quando ero bambino, moltissimi anni fa, uno degli sport più in voga e più seguiti era il ciclismo su pista. C’erano alcuni italiani molto bravi, sopra tutti il grande Antonio Maspes, e poi Sante Gaiardoni, e Bianchetto-Beghetto, che gareggiavano su tandem. Li seguivo spesso alla tv, erano gare elettrizzanti, i pistard, cosiddetti, correvano velocissimi negli anelli dei velodromi, con due rettilinei paralleli e due curve incredibili, che raggiungevano, all’apice, pendenze vertiginose, costruite apposta così per contrastare la forza centrifuga nonché, credo, per ottenere, scendendo dall’apice verso il bordo interno della pista, una forte accelerazione. Ma penso servissero anche a complicare lo sviluppo delle gare, grazie a certi tagli da paura, dall’alto verso il basso, per sorpassare l’avversario.
La caratteristica per me di gran lunga più particolare e più conturbante di questo sport era il cosiddetto surplace. Per quanto mi ricordo, nessuno dei due ciclisti (si correva uno contro uno, ad eliminazione) voleva partire prima, per non dare all’altro la possibilità di sfruttare la sua scia e poi superarlo di slancio sul traguardo. Così quello che da sorteggio doveva partire per primo, poco dopo la partenza si fermava, ma tassativamente – pena la squalifica, forse – senza scendere dalla bici, e senza neppure appoggiare un piede a terra, ma rimanendo in equilibrio, apparentemente immobile, per diversi secondi, talvolta anche per molti minuti. E l’altro ovviamente lo imitava, per non cadere nella trappola e iniziare per primo al posto suo la volata verso il traguardo. Erano bensì i due tutt’altro che immobili, perché per stare fermi ci si deve sempre muovere, nel modo giusto, per contrastare la forza di gravità che costantemente ci spinge a terra1. Piccoli spostamenti del bacino, prodotti dalle gambe fortissime del pistard, e altri, altrettanto piccoli, spesso appena percettibili, del manubrio, governato da avambracci muscolosi e potenti. Uno sforzo davvero notevole anche sul piano nervoso, perché bisognava avere la pazienza di aspettare una mossa falsa dell’avversario, e il primo che cedeva allo stress psico-fisico e si metteva in movimento, generalmente avrebbe poi perso la gara, spesso superato dall’altro proprio sul filo di lana, magari per pochissimi centimetri. Assistere a uno di questi surplace, durante i quali il tempo sembrava rimanere sospeso indefinitamente, era molto avvincente, e la tensione degli atleti si trasmetteva agli spettatori, che seguivano quel duello fra immobili in silenzio, così come in assoluto silenzio rimanevano i due. A noi bambini questa cosa piaceva moltissimo, li imitavamo con le nostre biciclette spesso pesanti e scomode, mentre quelle dei pistard erano leggerissime, prive anche di freni e cambio, dotate soltanto, per quanto mi possa ricordare, di un rapporto durissimo, che soltanto loro, forti e allenati com’erano, potevano azionare partendo da fermi dopo un surplace. Inoltre, non avevano nessun meccanismo a ruota libera, dovevano quindi sempre pedalare senza mai fermarsi, per non rischiare blocchi istantanei del mezzo e quindi incidenti anche gravi.
Da allora, mi è capitato di vedere pochissime cose che avessero lo stesso ammaliante fascino emanato dal surplace; so che il ciclismo su pista esiste ancora (è molto popolare soprattutto in Giappone) ma non ho mai più guardato una gara. Il ricordo di quei duelli misteriosi fra persone immobili e silenziose, in attesa di partire improvvisamente a tutta velocità, rimane ancora molto vivo in me, come qualcosa di veramente unico, e non soltanto negli sport agonistici.

1 Vedi il ragguardevole Arti del corpo. Sei Casi di stilitismo, un saggio di Gian Antonio Gilli pubblicato nel 1999.

Due performance

L’attenzione dello spettatore di una cosiddetta performance è rivolta verso qualcosa che sta per avere luogo al suo cospetto, qualcosa che non conosce, perché non ha mai visto prima – non era mai accaduto – e magari non ha mai visto prima nemmeno il ‘performer’, non lo conosce e non è in grado di anticipare quel che potrà fare. Si concentra allora soltanto sul presente, non ci sono ricordi specifici che possano aiutarlo a prevedere o a immaginare; si crea così una situazione di attesa senza aspettative, con una sola certezza: qualcosa certamente accadrà, lì davanti a lui.
In questo modo anche lo spettatore, seppure passivamente, non facendo cioè altro che assistere all’azione del performer – dopo averla attesa – esegue, segretamente, la sua performance, trovandosi, per tutto il tempo in cui la vera performance accade, e perfino un po’ prima che abbia inizio, ad avanzare su una invisibile corda tesa. Misurando ogni passo, prestando attenzione ad ogni respiro, ad ogni battito del suo cuore, attimo per attimo.

(questo testo, nella sua forma originaria, risale all’8 maggio 2009; l’ho modificato e ridotto negli ultimi giorni, fino ad oggi)

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Munizioni di denuncia (pronte a detonare)

“Il titolo della mostra [Carne da cannone] fa riferimento a corpi sacrificabili, a una materia destinata a essere consumata da un sistema più ampio. Nello slittamento dal campo militare alla dimensione visiva e simbolica, le immagini di B. si trasformano in munizioni di denuncia di un presente violento e opprimente: compresse, cariche, pronte a detonare sulla superficie della tela, in un’esplosione non solo formale, ma anche emotiva e politica. Un eccesso che rifiuta la compostezza.
La sua pittura, ricca e traboccante, è spesso contraddistinta da una travolgente densità visiva e si sviluppa sia sul fronte che sul retro dei sottili tessuti che utilizza come base [?], moltiplicando le possibilità espressive e i livelli di lettura. Combinando riferimenti iconografici della cultura alta e di quella popolare, estratti di letteratura, fumetti, giornali, canzoni e messaggistica istantanea, l’artista trasforma lo spazio del quadro in un luogo pullulante e ossimorico, un labirinto semiotico in cui immagini, parole e simboli apparentemente incongruenti coesistono liberamente come in un flusso di coscienza.”

Dal comunicato stampa diffuso da una nota fondazione artistica per pubblicizzare (non potrei trovare un termine più appropriato) la mostra di una giovane pittrice. Il cui nome, per delicatezza e discrezione, ho espunto dal testo, conservandone la sola lettera iniziale. Ho portato io stesso in corsivo (per rappresentare il mio sconcerto e/o la mia inadeguatezza a comprenderne il senso) alcuni passaggi del comunicato, in parte gli stessi che nel testo originale appaiono in grassetto. Lascio ogni eventuale commento al lettore.

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Transeunte

In un sogno fatto la mattina del 26 febbraio, subito prima del risveglio, rivolgendomi a qualcuno che forse mi aveva fatto una domanda, dico: «Trovo ragguardevole, degno di rispetto e stima, il lavoro del tale [credo fosse un fotografo] per come prova a fermare momenti – di realtà in continuo divenire, cosiddetta transeunte – che gli capita di cogliere mentre hanno luogo. Ma fermare certi momenti, certi eventi, non è realmente possibile, perciò egli fa qualcosa, quanto gli è possibile, per trattenerli appunto in un’opera».

Oppure: «Gli capita di vivere esperienze, momenti talmente intensi che li vorrebbe fermare, trattenendo lo scorrere del tempo. Ma ciò, in quanto transeunti, non è possibile, si può soltanto creare qualcosa che li rappresenta e in qualche modo ferma il loro apparire una volta e per sempre. Opere che possono essere di varia natura, nel suo caso fotografie».

Il termine transeunte era sicuramente presente nella mia dichiarazione, me ne ricordo benissimo, mentre del resto ho un ricordo più labile. Ovvero, sono sicuro del senso, meno delle parole che avevo pronunciato.

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Da dove viene il fuoco?

La sera del 16 febbraio scorso, su un grande prato in leggera pendenza, in una località chiamata Stallè, grossomodo sul confine fra i comuni di Luserna San Giovanni e Angrogna, diverse centinaia di persone di tutte le età (molti i bambini) si sono riunite, a partire dalle 19 circa, intorno a un grande falò1(così viene chiamato da quelle parti), una sorte di covone costituito da rami e sterpaglie ammucchiati nei giorni precedenti intorno a un palo alto circa 6 metri. Alle 20 in punto (momento segnalato da uno scoppio udibile ad alcuni chilometri di distanza dal luogo) si appicca il fuoco alla grande forma conica, che ben presto, a causa del vento piuttosto sostenuto proveniente per lo più da Nord, si trasforma in un’enorme torcia ardente. Dopo circa mezzora le lingue di fuoco sono alte forse anche dieci metri, quando il vento cessa, e lunghe poco meno quando il vento riprende a soffiare, portando lontano particelle incandescenti, ora verso l’alto ora all’intorno (e in questo caso chi si trova più vicino al rogo si affretta a distanziarsene). Nonostante il gran numero di persone presenti, e qualche suono indistinto proveniente da un impianto audio nei pressi del rogo, a dominare è un tenue brusio che assomiglia al silenzio, come se tutti i presenti fossero muti (parlano fra loro, a bassa voce, ma ciò che dicono si può udire soltanto a un metro di distanza).
Questa specie di silenzio fa risaltare il secco crepitare delle fiamme, ipnotico quanto quelle.

Arrivando lì, per un minuto o due ci si sente sopraffatti, non si riesce nemmeno a pensare. Poi l’emozione si attenua e lo sguardo divaga spesso dal fuoco alle facce dei presenti e viceversa, ci si chiede che cosa stia succedendo. O forse, anche, che cosa successe un tempo lontano, secoli fa, quando il rito (di questo infatti si tratta) ebbe inizio. Ma il fuoco è sempre quello di allora, soltanto gli astanti sono cambiati; anche se non pochi fra loro sono figli dei figli dei figli di quelli che appiccarono il fuoco al primo falò, e poi restarono lì in silenzio a guardare, mantenendo la giusta distanza per evitare di essere afferrati da qualche fiammata spinta dal vento in una direzione imprevista. Esattamente come sta succedendo ora.

Sostando ancora per un po’ nei pressi del falò, brandelli di immagini appaiono e scompaiono, guizzando come quei piccoli frammenti incandescenti, e queste segrete apparizioni, frammiste a suoni e voci intrasentiti, sembrano voler contraddire l’atmosfera generale del momento, pacatamente gioiosa, «ecumenica»2, di pace e solidarietà. Ora ci si sente pervasi da un senso di disagio, perfino di inquietudine, per qualcosa di cui si percepisce il potere, e che intimorisce. Quando finalmente il rogo si rivela in tutta la sua incontrollabile terribilità, a pochi passi da noi, minaccioso.

Nei giorni seguenti, le folate di vento di quella sera porteranno a un aumento delle temperature. Le giornate si stanno lentamente allungando da quasi due mesi ormai, e l’inverno, quest’anno particolarmente rigido, inizia ora la sua parabola discendente, come sempre accade intorno alla metà di febbraio.
Già da qualche giorno, nei prati spuntano le primule.

1 Ufficialmente, il nome completo è bensì Falò delle libertà, anche se non so se si tratti di una denominazione antica, primigenia, oppure applicata soltanto recentemente.

2 In questi termini viene presentato l’evento, da parte degli organizzatori.

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Certe visioni

Certe visioni, o allucinazioni – non so bene come chiamarle – che a volte si hanno, inaspettatamente e all’improvviso, io credo che abbiano soprattutto un valore. Irrompono nella realtà ‘ordinaria’, mentre facciamo altro, per lo più ripetendo atti e comportamenti, e la turbano, scrostando strati di ruggine e scorie che vi si erano depositati nel tempo senza che ce ne rendessimo conto.
Dopo la visione, o allucinazione, ci sembra di vedere meglio di prima, come se ci fossimo risvegliati da un sogno ad occhi aperti. Non dura a lungo questo stato di superiore consapevolezza, ma può bensì provocare effetti duraturi, che rimarranno come ‘precedenti’ aiutandoci ad avere una più intensa percezione della realtà mentre la viviamo attimo per attimo.

(scritto il 24 maggio 2025, quasi dimenticato, sembra appartenere, oggi mentre lo rileggo, a un’epoca della mia vita molto lontana, e a una condizione mentale forse irrecuperabile)

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Forme di vita

Nel film Saboteur (Hitchcock, 1942) la gente comune e gli sfigati vengono fuori molto meglio dei cosiddetti normali, quelli perbene; vedi l’autista che dopo aver avuto brevemente a che fare con il fuggiasco, siccome si fida di lui, gli piace (sembra un po’ la parabola del Buon Samaritano), lo aiuta a sfuggire ai suoi inseguitori ‘autorizzati’ (leggi: polizia). Poi il cieco che lo accoglie subito in casa e gli dà rifugio e cibo, basandosi sull’istinto (gli basta ascoltare la sua voce); anche per lui quell’uomo in fuga è degno di essere aiutato, soprattutto in un paese come gli Stati Uniti d’America che sono nati e si sono poi sempre proposti come paese della libertà: tutti sono innocenti, fino a prova contraria, e hanno diritto a difendersi e perfino a fuggire quando quella è l’unica possibilità rimastagli per difendersi da un’accusa ingiusta. Infine la troupe dei freaks circensi, che dopo una breve discussione con l’unico di loro che vorrebbe denunciare la coppia di fuggiaschi (ma viene prontamente messo a tacere) li nascondono nella loro carrozza a un fermo di blocco. Alla luce di tutti questi episodi, si può dire che questo sia un film quasi eversivo.

In Shop around the corner (Lubitsch, 1940) la battuta di lei, Margaret Sullavan, a James Stewart, per prendere, sia pure garbatamente, le distanze da lui (“Signor Kralik, noi in questo momento siamo insieme nella stessa stanza, ma non sullo stesso pianeta”) è per me una delle più memorabili ed elettrizzant mai udite al cinema.

In The Twilight Samurai (di Yoji Yamada, 2002) il samurai cieco riconosce la moglie, da cui aveva dovuto separarsi da molto tempo (e che non gli si è manifestata, rimanendo in incognito), dal sapore dei cibi che gli prepara.

In un altro film (I massaggiatori ciechi e la ragazza, di Shimizu, 1938), Toku, il cieco innamorato della fascinosa Mieko Takamine, già la prima volta che si incontrano fugacemente per strada – o forse nell’albergo – ne è subito attratto e dice al suo amico, anche lui cieco, che ha percepito distintamente il “profumo di Tokyo”.

L’ex-soldato giapponese della XX guerra mondiale – in un film semi-documentario di cui non ricordo il titolo – che va in cerca di coloro che durante il conflitto si erano macchiati di crimini e atrocità per farli confessare, e arriva a picchiarli quando si ostinano a tergiversare oppure mentono.

L’eclisse del 15 febbraio 1961 che appare in Barabbas (il produttore Dino De Laurentiis volle espressamente che venisse ripresa e inserita nel film). Avvenne fra le 8:38 e le 8:40 di quel giorno. Io c’ero, e osservai il fenomeno con i miei compagni di classe, accompagnati dal nostro maestro presso i resti del castello di Novi Ligure, la parte più alta della città. Recentemente l’ho rivista, l’eclisse del 1961, proprio in quel film.

« 4 o 5 pesche… 5 o 6 pomodori… »: lo dico alla signora del mercato dei contadini di Porta Palazzo e lei, veramente onesta e rispettosa, non mi dà cinque pesche o sei pomodori, ma, rispettivamente, quattro e cinque.

Saburi Shin in Fratelli e sorelle della famiglia Toda, di Ozu (1941) quando rimprovera duramente il fratello e le due sorelle sposate – con i rispettivi coniugi – e li caccia dal pranzo commemorativo del padre, un anno dopo dopo la sua morte. Lui era considerato il figlio scapestrato, aveva sempre creato problemi al padre, e infatti anche stavolta arriva in ritardo a una cerimonia celebrativa (una tantum anche giustificato, venendo dalla Cina via mare). Ma quando capisce cosa è successo durante la sua assenza, come i suoi congiunti hanno mancato di rispetto alla madre e all’adorata sorella minore (Mieko Takamine), reagisce con durezza: affrontandoli rinfaccia ad ognuno di loro le sue mancanze, rimproverando tutti aspramente per avere così mancato di rispetto anche al padre deceduto un anno prima. È severo e inflessibile, ma senza mai perdere la calma e senza neppure alzare più di tanto la voce. Infine li caccia, uno ad uno, dalla sala del banchetto, rimanendo solo con la madre e l sorella, che quindi esorta a godere del lauto pranzo, senza darsi alcuna pena, spiegando loro che doveva farlo, doveva dare una lezione a fratello e sorelle. Loro, dopo un iniziale imbarazzo, si lasciano convincere da lui, si rilassano e iniziano a mangiare, sicuramente rassicurate dalla presenza del figlio/fratello e contente di stare in sua compagnia. Questa scena è esaltante, ogni volta che vedo il film mi galvanizza; Saburi Shin è bravissimo, anche per come passa con disinvoltura e naturalezza dal ruolo della pecora nera a quello del vero maschio alfa, autentico successore del padre come figura di riferimento, più autorevole, della famiglia Toda.

una lingua che non concede nulla all’attualità – cioè alle regole che definiscono ciò che si può dire e il modo in cui dirlo.
(G. Agamben, da Una voce, sul sito di Quodlibet, 13 ottobre 2023)

Mississippi John Hurt all’età di nove anni ebbe in dono dalla madre la sua prima chitarra. Non era niente di che, probabilmente fu presa da un rigattiere, ma per il piccolo John emanava un’aura quasi mistica, e all’inizio la lasciava appoggiata sul letto, fissandola a lungo. Spesso le mosche, abbondanti nello stato del Mississippi, nel sud degli USA, dove viveva, si posavano sulle corde, facendole debolmente risuonare. Nel 1928, all’età di 35 anni, MJH incise otto tracce, dopodiché, quando, con l’avvento della Grande Depressione, la piccola casa discografica chiuse i battenti, sparì nel nulla, dimenticato, anche se in verità rimase sempre lì ad Avalon, la sua città, a far lavori di fatica per un magro guadagno. Per decenni, suonò e cantò soltanto occasionalmente per feste locali o in qualche locale da ballo, finché qualcuno, nel 1963, riuscì a scovarlo (guidato dalla sua Avalon Blues, una di quelle otto incisioni, da poco riscoperta) e lo portò al centro della scena, dove non era realmente mai stato, concedendogli tre anni – gli ultimi della sua vita – di prosperità e di successo, cercato dai più importanti festival di musica popolare.
Storie simili si trovano leggendo le note contenute in Dust In The Nettles e Sumer Is Icumen In, due cofanetti di cd dedicati alla musica folk inglese più lontana dai riflettori: Anne Briggs, Vasti Bunyan, Clive Palmer e gli altri due di C.O.B. fra i tanti. Ragazzi e ragazze che avevano una passione, e spesso anche molto talento, e provavano a fare qualcosa di importante, per loro. Cose anche molto belle che però all’epoca quasi nessuno notò, per cui molti fra loro lasciarono perdere e si misero a fare lavori ‘normali’, per trovare di che vivere. Oppure, come i tre citati, rifiutavano questa che gli sembrava una resa alla normalità e rimanevano ai margini della società, spesso vivendo in vecchie roulotte trainate da un cavallo e girando continuamente per le campagne del Regno Unito.

“We seated [Edna and myself] behind a large pillar. While we were scanning the menu, some of the customers recognized us. The word spread like wildfire. Back rushed the [head] waiter, waving us to a nice table by the window, where we’d be visible to all his guests. But Edna remained seated and motioned to me to be seated…[the headwaiter] said “I’m so sorry, I thought you were just common people.” Edna looked at him and said sweetly, “We want to thank you for treating us like humble people. You have just paid us the highest compliment. That will be all. Please send us the waiter.”
(C. Chaplin, rievocando un episodio dagli anni trascorsi con Edna Purviance, quando si presentarono in un ristorante esclusivo, vestiti in modo piuttosto dimesso – ora si direbbe casual – e, scambiati per hoboes, furono fatti sedere a un tavolo molto defilato)

Nella controcultura americana un hobo era un vagabondo che si spostava continuamente, spesso viaggiando di nascosto sui treni merci. Distinto dal tramp (un tipo di vagabondo che lavorava il meno possibile) e dal bum, che a differenza degli altri due non lavorava proprio mai e viveva di espedienti, l’hobo non disdegnava il lavoro purché fosse provvisorio, aborrendo la ripetitività della vita normale e sentendo come necessario il continuo spostamento e la vita all’aperto. Una specie di figura romantica post-litteram, non pochi di questi hoboes erano poeti o scrittori: Jack London, prima, e Jack Kerouac dopo sono considerati come appartenenti a questa schiera, quanto meno per una parte della loro vita; ma anche Woody Guthrie, Harry Partch e addirittura Robert Mitchum (fra i 14 e i 16 anni d’età), furono hoboes.
Avevano un gergo piuttosto ampio e articolato, che utilizzavano quotidianamente per comunicare fra loro senza essere capiti dagli altri, i commons. Carrying the banner [portare la bandiera], ad esempio, significava stare costantemente in movimento, per evitare di essere pizzicati (dalla polizia) per vagabondaggio o anche soltanto per non cadere preda del gelo, in inverno. Elevated [elevato] definiva chi si trovava sotto l’influsso di droga o alcool. On the fly [‘al volo’, o ‘in volo’] significava “saltare su un treno in corsa”. Tokay blanket stava per “bere alcool [il tokay è un vino di origine ungherese] per scaldarsi”. Meraviglioso Cover with the moon [coprirsi con la luna], per “dormire all’aperto”.
Il compianto artista americano Terry Fox (che ebbi la fortuna di conoscere durante gli anni di e/static e con il quale collaborai) pubblicò il libro Hobo Signs, una sorta di catalogo di segni usati dagli hoboes per comunicare senza parole, tracciandoli ovunque ci fosse la necessità di segnalare qualcosa di importante ad altri simili. Terry ci lavorò per un decina di anni, riuscendo a recuperare, in giro per gli USA, 52 di questi segni, incisi o scritti un po’ ovunque, su muri, staccionate, cassette postali, vagoni ferroviari, ecc..

(…) I sopravvissuti che ci circondano non hanno bocca né orecchie, non parlano né ascoltano, contano soltanto. Parlargli non serve. I poeti e i filosofi sono morti – per questo con loro possiamo parlare.
(G. Agamben, da Una voce, sul sito di Quodlibet, 10 dicembre 2025)

Mi è capitato in passato di scrivere con la maiuscola una parola a cui volevo dare un’importanza o un significato particolare. Ora so che sbagliavo. È bene vedere tutto in minuscolo, la maiuscola impedisce di vedere. E di capire, quasi che una volta sottolineate la priorità o l’importanza, comprendere non fosse più necessario. Più in generale, se qualcosa – fosse anche il termine dio, o, peggio, la parola stato – ha bisogno della maiuscola, vuol dire che non si crede abbastanza nel suo primato. Come meravigliosamente ha scritto la poetessa greca Kikì Dimulà: «Se la pioggia cade in maiuscolo / la guardo; se cade in minuscolo / la amo». In minuscolo vediamo, in minuscolo viviamo e, se dio e lo stato non ce le imporranno, senza maiuscole ce ne andremo dalla minuscola, amabile terra.
(G. Agamben, ibid., 12 dicembre 2025)

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