Una disavventura di Andrea Se Chirico

In una nota Pinacoteca torinese, sita all’interno di un vasto centro commerciale, cosiddetto, che occupa con le sue configurazioni piranesiane una parte cospicua degli spazi dove avevano luogo le attività produttive di una nota marca di automobili del secolo scorso, è stata appena inaugurata una mostra di Alberto Savinio. Ho deciso di andare a visitarla, attratto pressoché irresistibilmente da un nome che per me ha contato molto, in un periodo cruciale della mia vita, molti anni fa. Di Savinio avevo acquistato e letto molti libri, tutti quelli che si potevano reperire a quell’epoca, quando l’interesse per la sua opera multiforme era alquanto labile, non sorprendentemente. È difficile, infatti, immaginare che un approccio come il suo, leggero ancorché profondo, ironico e colto, possa, già allora ma ancor meno oggi, incontrare il favore di un pubblico che non sia piuttosto esiguo e refrattario alle lusinghe del gusto corrivo, della volgarità e degli ‘effetti speciali’ applicati a un po’ tutte le forme di espressione artistica.
Del suo versante pittorico mi interessai in minor misura e conoscevo quasi soltanto le opere utilizzate per le copertine di buona parte dei suoi libri; grandi mostre sue ce ne saranno forse state, anche se io non ne avevo mai vista una, soltanto qualche quadro emergente di quando in quando all’interno di collezioni museali. Peraltro, Savinio iniziò tardi a dipingere con regolarità, probabilmente perché voleva sottrarsi al rischio del confronto con il fratello Giorgio De Chirico, autore di un’opera pittorica ben più vasta, a partire dal 1910, a sua volta scrittore, sia pure occasionalmente e sempre in maniera allusiva alla sua pittura. Lui, Andrea De Chirico detto Alberto Savinio, divenne (anche) pittore molti anni dopo il fratello, forse quando capì di poter creare opere che pur richiamando, inevitabilmente, quelle del fratello, se ne distinguevano, a un occhio un minimo attento, per certi aspetti, soprattutto per l’approccio meno grave, decisamente più ironico (laddove nei quadri di Giorgio l’ironia è invece del tutto assente), spesso ammiccante verso l’osservatore.
Orbene, la mostra visitata l’altra sera presenta diverse opere, comprese quelle a me già note, si visita in un tempo relativamente breve ed è appagante, un caso raro, in questi tempi, di proposta artistica che non miri a un facile effetto sconcertante (quante volte si legge o si sente dire la parola-slogan “provocazione”) e non ostenti forme debordanti e impudiche dai colori squillanti o deprimenti, a seconda, ma sempre aggressivamente, come se l’autore volesse dominarci, da padrone a schiavo, per intenderci. Analogamente alle sue opere letterarie, la pittura di Savinio è amichevole, spesso ti sorride o ti fa sorridere, mai banailmente in entrambi i casi.
Purtroppo, l’occhio mi cadrà poi, inevitabilmente – dopo avere scansato i cartelloni zeppi di di date nella prima sala della mostra – sulla ‘brochure’, cosiddetta, che una mano decisa, sia pure cortese (il tipo è comunque stato pagato per farlo, si deve pur mangiare) mi aveva appioppato all’entrata, senza neppure una parola, che so, qualcosa come «posso darle questo libretto informativo?»1. Essa contiene, appunto, informazioni sulle varie iniziative disponibili al momento lì, la prima delle quali, ovviamente, è la mostra di Savinio, il progetto forse più impegnativo, un po’ il fiore all’occhiello. Sono poche righe, ma dense, ahimè, per il solito malvezzo di imbottire certi testi con il maggior numero possibile di ingredienti, per “spiegare” al pubblico cosa si sta preparando a vedere, ovvero per istruirlo, il che vale a dire catechizzarlo. Ebbene, in chiusa di quel testo “informativo”, si coglie una sconsiderata affermazione, forse tenuta per la fine in modo da rimanere impressa più delle altre, così come di un film rimane spesso impressa la sequenza, o l’inquadratura che lo chiude. “L’universo dell’artista […] anticipa temi della cultura contemporanea, prefigurando la ricombinazione digitale delle immagini e dell’intelligenza artificiale [sic!] e interrogando nozioni quali originalità e autorialità, eccetera”.
Non si è potuto esimere, l’autore (o autrice, cambia poco, anzi nulla) dallo sferrare la zampata dell’idiota inconsapevole di esserlo che prende come una missione la pratica della attualizzazione di cose appartenenti al passato, che non vengono osservate e considerate soprattutto alla luce del tempo in cui furono create, no, ma devono bensì essere estratte a forza dalla loro epoca e buttate qui davanti a noi, sullo schermo livido di un computer oppure, ben più spesso, ahinoi, di uno ‘smartphone’, affiancate a qualsiasi bruttura (ce ne sono a miliardi) usuale nella nostra epoca ultra-superficiale. Insomma, normalizzate, perché questa è la missione, si deve normalizzare tutto, buttare ogni cosa nel calderone dell’attualità, cosiddetta2. Ma cosa c’entra mai, porcaccio giuda, Savinio con l’intelligenza artificiale, come hai potuto tu ignoto propagatore, o propagatrice, della volgarità e del conformismo imperanti, accostare due termini inconciliabili, che si trovano agli antipodi? Con un minimo di attenzione in più, e di cura, soprattutto di rispetto per l’opera di un artista scomparso da più di settant’anni, avresti potuto approfondire la tua ricerca (figuriamoci, ricerca… ma facciamo finta che) esplorando il contesto artistico e culturale di quel periodo, quando l’uso spregiudicato, soprattutto libero, delle immagini, prendendole da ogni contesto, anche da quello ‘ordinario’ dei giornali o delle réclamés, era già stato fatto spesso e volentieri dagli artisti di Dada, perfino dai Cubisti e dagli stessi Metafisici, e poi dai Surrealisti, fino a, nel secondo dopoguerra, New Dada e Pop Art. No, bisogna attualizzare, cacciare a forza l’opera di uno spirito elevato, libero e indipendente, nella melma dell’attualità, appiccicandogli concetti e idee che gli sono del tutto estranei e che soprattutto la volgarizzano togliendole forza e oscurando la sua autentica originalità. Non è un peccato veniale, tutt’altro, perché è assolutamente certo che da ora in poi il 99% degli addetti alla comunicazione, operanti in tutti i meandri della rete internet, prenderà compulsivamente ad appropriarsi, con il temibile strumento del copia-e-incolla (quasi un’arma impropria), di quella frase e la rilancerà in modo continuativo, ad oltranza e spensieratamente, cosicché chiunque, capitando mentre scorre frenetico lo schermo della sua adorata scatoletta portatile su quel nome, Alberto Savinio, leggerà la diabolica, definitiva frasetta: “artista che prefigurò nella sua opera la ricombinazione digitale delle immagini e dell’intelligenza artificiale”. Una bestialità, che già avrà attecchito, come un parassita invisibile ma micidiale, nell’amorfa e inerme massa cerebrale di più di un visitatore della mostra.
È veramente troppo, il mio caro vecchio amico Andrea De Chirico. alias Alberto Savinio, non merita un trattamento simile.

1 In verità, quella sera mi ero limitato a metter via il librino nella mia borsa, senza leggerlo, senza neppure sfogliarlo – per mia fortuna, perché così il mio umore durante la visita della mostra non è stato irreparabilmente guastato. Soltanto in seguito, un mattino poco dopo la colazione, mi è capitato fra le mani e ho letto, distrattamente, quella breve nota informativa.

2 Mi sovviene un altro caso, risalente ad alcuni anni fa, di questa pervicace e perniciosa attitudine a vedere “prefigurazioni” di sorta ovunque, in modo del tutto insensato. In una mostra alla Galleria Sabauda in cui ad opere del passato si accostavano interventi di artisti ‘contemporanei’, cosiddetti, qualche demente, aizzato, è lecito immaginare, dall’entusiasta curatrice del progetto, aveva osato, grazie a uno strumento, abusato, di manipolazione delle immagini digitali, sostituire a un libretto tenuto in mano da una dama, credo ottocentesca, niente meno che uno ‘smartphone’. Non occorrono commenti.

Mentre

Mentre l’alone di fiato condensato sul vetro della finestra si riduce sempre più fino a svanire, le silenziose armate di Gengis Khan invadono l’Eurasia, un falco pellegrino si lancia in picchiata sulla sua preda, che non avrà scampo, e nell’occhio di un ignoto animale, estinto da milioni di anni, ancora riverbera la luce che si sprigionò quando un immane meteorite cadde su Chicxulub.

Su quel che si è trovato

Si è andati in un certo luogo per un motivo, sapendo che lì avremmo trovato qualcosa o qualcuno. Colti di sorpresa dalla presenza di altre cose o di altre persone, imprevista, prestiamo loro la stessa attenzione, le guardiamo, ascoltiamo, annusiamo, tocchiamo.
A lasciare la sua traccia nella comunicazione dell’esperienza sarà quel luogo nella sua interezza, in quel particolare momento, con tutto ciò che era presente lì.
Qualcosa di irripetibile e irrecuperabile se non in parte, attraverso una descrizione fatta in un certo modo, con un approccio non selettivo, onnicomprensivo.

La luce del giorno

Nelle stanze, non molto grandi, all’interno di un’antica casa in uno sperduto paesino del Monferrato che pare fuori dal tempo, si entra direttamente dalla strada. Che è deserta e silenziosa, auto non ne passano, ci sono soltanto due ragazzi seduti fuori, di fianco all’ingresso. Accolgono i visitatori con un sorriso e un’informazione preziosa, «Si può salire al piano sopra, ci sono cose anche lì». I locali, in cui sono state collocate alcune opere d’arte, sono deserti come la strada e altrettanto silenziosi, li percorro quasi in fretta, devo ancora capire bene dove mi trovo e cosa sto facendo lì. Il viaggio per arrivarci è stato abbastanza lungo e un po’ difficoltoso nell’ultima parte, quando mi sono dovuto fermare ed entrare in un bar per chiedere informazioni su che strada fare. Salendo per una scala assai ripida, fortunatamente affiancata su un lato da un mancorrente, raggiungo il piano superiore. Lì c’è Clepsydra, appoggiata su una mensola accanto a una fotografia: una piccola scultura grigia con venature bianche, la cui forma, pur ricordando quella di una clessidra mostra anche tratti antropomorfi, piccole sporgenze apparentemente femminee. Nella stanza successiva, su un basamento, due sculture molto diverse fra loro; la mia attenzione è soprattutto attratta da quella a sinistra, Ut sol…, in agata italiana, più grande dell’altra, e trattata molto diversamente. È una figura di uomo seduto, ma scomodamente, con la testa piegata verso l’alto, verso una finestra da cui proviene copiosa la luce del giorno. Girando intorno alla figura per osservarla più accuratamente, noto che i suoi arti destri, braccio e gamba, sono stranamente incurvati (e il piede è innaturalmente piegato), più distesi invece i due sinistri: il braccio è completamente disteso, la mano larga poggia a terra, tutto il braccio sembra una colonna che regge la figura bilanciando con la sua dirittura gli atteggiamenti contorti degli arti di destra. È come se la figura fosse sottoposta a due opposti impulsi contemporaneamente, uno verticale e uno orizzontale. Cerco di capire da dove sarebbe meglio guardarla, seppure, essendo una scultura a tutto tondo, non ci dovrebbe essere un solo punto di vista. All’improvviso, mentre mi sposto lentamente alla ricerca del ‘punto giusto’, sento un ronzio che mi è familiare e guardando verso il basso scorgo un eterottero (la cosiddetta ‘cimice asiatica’): dopo un breve volo si è posato sul pavimento, però maldestramente, toccando terra sul dorso, le zampe che annaspano nel tentativo di recuperare la giusta posizione, appoggiandole sul pavimento. Quei gesti durano pochi secondi, io li seguo con attenzione, pur essendomi ben noti (questi insetti abbondano ovunque in campagna in questa stagione, quasi ogni giorno me ne trovo almeno uno in casa). Quando alzo lo sguardo mi accorgo di trovarmi in una posizione dalla quale posso vedere la scultura di profilo, e subito capisco che quello è il punto di vista migliore: la figura appare leggera, la luce del sole, proveniente dalla finestra (a cui si rivolge come farebbe una pianta in crescita), la illumina in modo tale da farla sembrare trasparente in alcune sue parti, e il suo naso addirittura risplende. Sorprendendo me stesso, faccio una cosa che non mi è abituale, o che comunque non faccio più da molto tempo. Non ho con me una fotocamera, soltanto il mio vecchio telefono cellulare, che scatta immagini a bassa qualità, molto piccole. Decido comunque di scattarne qualcuna, per imprimermi nella memoria la scultura vista di profilo, la testa piegata verso l’alto, il naso che sembra emanare una propria luce. Ne faccio forse sei o sette, poi decido di tornare nella prima stanza, per rivedere la piccola scultura grigia, che ora mi appare un po’ meno interessante, impressionato come sono dall’altra, la figura seduta. Che ritorno a guardare ancora una volta prima di andarmene da lì, e appena entrato nella stanza mi avvedo che a terra, proprio dove l’avevo visto pochi minuti prima, c’è sempre quell’insetto, ora però del tutto immobile. Devo averlo schiacciato mentre scattavo le foto, senza accorgermene.

Al ritorno, sulla stessa strada percorsa all’andata, quando avevo incrociato pochissime auto, senza vedere quasi nessuno in giro, improvvisamente scorgo nello specchietto retrovisore una grossa moto che sbuca velocissima da una curva, una delle tante; alla sua guida un uomo con casco integrale in testa, inconoscibile. Mi raggiunge in pochi istanti superandomi di slancio, subito seguita da un’altra, e poi ancora, due, tre, cinque, tutte altrettanto veloci, guidate da uomini (o donne) con in testa un casco integrale, alcune sfiorando lo specchietto retrovisore sinistro della mia auto. Il rumore prodotto dai motori a due tempi è fortissimo, quasi assordante. Nel giro di un minuto circa saranno passate forse una cinquantina di moto, una dietro l’altra, mentre io, che avevo rallentato fin quasi a fermarmi, stavo il più possibile vicino al margine destro della carreggiata, per non non intralciare la loro corsa. Dopodiché, sono sparite nel nulla da cui erano uscite poco prima.

Scritto il 3 ottobre 2026 e modificato nei giorni seguenti.

(le sculture descritte nel testo sono di Paolo Piscitelli)

p.s.: due settimane circa dopo la mia visita ho saputo che in quelle stanze aveva sede, un tempo, una macelleria; ciò che spiega il motivo dell’accesso diretto dalla strada. E forse anche altre cose.

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Hanging Rock e altri luoghi (2)

Parigi è, probabilmente, la città che contiene il maggior numero di ‘luoghi cinematografici’ che ho potuto visitare. Vi si trova anche uno dei luoghi che più amo, dove mi sono trovato maggiormente a mio agio, al di là del fatto che appaia in alcuni film che ho visto: il Parc du Luxembourg. Ci andai per la prima volta (prima volta anche a Parigi, per me) nel 1989, l’anno del secondo centenario della Presa della Bastiglia, e quindi della Rivoluzione Francese. Uno dei film in cui il parco appare – insieme alla celebre fontana – è Che ora è laggiù?, del 2001, che è anche stato il primo di molti film di Tsai Ming-liang che ho visto. Poi, visto anni dopo – anche se il film è del 1995 – Incontri a Parigi, di Eric Rohmer, in cui compaiono, oltre al Luxembourg, anche altri due luoghi da me visitati o frequentati: il Museo Picasso e il Centre Pompidou nel Beaubourg. Sempre nel film di Tasi Ming-liang, il cimitero del Père Lachaise, che si vede anche in un film di Truffaut girato nel 1979, L’amour en fuite, l’ultimo della serie di Antoine Doinel. Al Parc des Buttes-Chaumont sono stato almeno una volta con il mio amico G. F., che all’epoca viveva a Parigi. Il parco ha una parte rilevante in due film di Rohmer: il corto Nadja à Paris e soprattutto La femme de l’aviateur.
Una volta in cui andai a Parigi con mia figlia, molti anni fa, ci capitò di entrare al Cafè du tabac, a Montmartre. L’avevo notato in un film di Mika Kaurismaki del 1982, I senza valore, dove appare anche suo fratello Aki. Proprio lui, se ben ricordo, entrando nel caffè o uscendone, pronuncia, come un francese, «Salut!», rivolto a qualcuno che si trovava lì.
Altri luoghi della Francia a me noti per esserci stato almeno una volta compaiono nei film di Rohmer. Uno è Dinard, in Racconto d’estate (1996), e ci sono stato con l’amico P.H.; sempre con lui ho visitato Mont-saint-Michel, che appare in Pauline à la plage (1982). Poi il castello di Chambord, visitato ancora con G. F.: lì venne girato Pelle d’asino (1970), di Jacques Demy.

Essendo stato a Hong Kong per due volte, nel 2013 e nel 2014, del tutto casualmente mi è capitato di trovarmi in luoghi dove era stato girato un film. È successo soprattutto nel 2014, proprio durante i giorni della cosiddetta Rivoluzione degli ombrelli, che ebbi modo di seguire praticamente in presa diretta. Gran parte degli eventi di quella pacifica rivolta ebbero luogo nel Commercial Centre, dove alcuni anni prima fu girato Mad Detective, un film di Johnnie To che ho visto dopo quei fatti. Una sera, sempre in quei giorni del 2014, andai insieme ad altre persone a cena in un posto veramente strano, dentro un supermarmercato, che però a quell’ora era chiuso. In quel locale si mangiava soltanto cibo (molto vario) cotto alla griglia sulla brace, ma la vera stranezza consisteva nel fatto che il barbecue era al centro di ogni tavolo, essendo tutti costruiti in modo tale da avere una sede apposita per la bisogna. Ogni commensale posizionava un pezzo di qualcosa, carne, pesce o verdure direttamente sulla griglia, servendosi di un attrezzo ‘ad hoc’. Di quando in quando un dipendente del ristorante (in pratica, il fuochista), accorgendosi che la brace andava spegnendosi, prontamente veniva a riattizzarla. Una modalità che qui da noi in Italia sarebbe tassativamente vietata, per i ben noti “motivi di sicurezza” e “sanitari”. Lì invece si può (o almeno si poteva) fare, con grande sollazzo dei frequentatori del locale, e ricordo quella cena come la più piacevole e divertente di tutte, in quei circa dieci giorni a Hong Kong. Mentre stavamo mangiando, un amico giapponese, bene informato, mi disse che proprio lì era stata girata una scena di Infernal Affairs, un film molto avvincente del 2002 (Scorsese ne fece un cosiddetto remake, The Departed, a mio parere inferiore all’originale), che vidi in seguito, qualche tempo dopo il mio ritorno in Italia.

Nel 2017 feci con la mia famiglia un breve viaggio nei dintorni di Siena, soprattutto a Pienza. Lì vicino ci sono due luoghi che volevo assolutamente visitare, per il loro legame (strettissimo in un caso, più labile nell’altro) con Nostalghia, di Tarkovski. Dove è prevalente la presenza di Bagno Vignoni, luogo davvero unico, in cui l’unica piazza è perennemente invasa dall’acqua termale che lì fuoriesce; in pratica, è piuttosto una grande vasca, una sorta di piscina balneabile (da qui il nome), circondata dalle case del paese. Nel film si vedono diverse persone bagnarvisi, presumibilmente tutte ospiti dell’albergo che sorge su un lato della piazza, o forse appena dietro (non ricordo più bene, anche se ci ero entrato), dove soggiorna anche il protagonista del film, un poeta russo in esilio. Che alla fine, eseguendo in vece del ‘matto’ del paese – che era andato a Roma, nella piazza del Campidoglio per suicidarsi dandosi fuoco – il rito da quegli ritenuto salvifico dell’umanità: attraversare la vasca tenendo in mano una candela accesa, con il fine di mantenerla tale per tutta la traversata. Proposito realizzato approfittando del temporaneo drenaggio della vasca, anche se alla fine l’uomo, stremato, morirà a causa di un infarto. La vasca-piazza è circondata da un camminamento, che quel giorno, con un certo entusiasmo, percorsi nella sua interezza, ‘circumnavigando’ il luogo stesso che il poeta Gorčakov attraversò.
Tutto lì, circa 34 anni dopo le riprese del film, era rimasto uguale ad allora, immutato, ciò che suscitò in me, mentre camminavo, una profonda, indimenticabile impressione.
A poca distanza da Bagno Vignoni si trova un altro luogo veramente unico, le Terme di San Filippo. Sono terme libere, chiunque può entrare a suo piacimento e percorrere i sentieri che atraversano il luogo. Che è in leggera pendenza e attraversato da un ruscello di acqua calda sulfurea che forma diverse cascatelle e alcune piccole piscine dove è possibile bagnarsi. Essendo l’acqua ricchissima di calcio vi si trovano diverse formazioni, appunto, calcaree, che si stagliano, per la loro bianchezza e le forme icastiche, nel paesaggio.
Tarkovski visitò, guidato dall’amico Tonino Guerra, anche quel luogo, e accarezzò la possibilità di includerlo in Nostalghia. Poi vi rinunciò, ma la sua presenza, e quella del film, in qualche modo si possono percepire, se si arriva lì venendo da Bagno Vignoni.
Molti anni dopo, precisamente nel 2013 (Nostalghia fu girato nel 1982), Alice Rohrwacher girò alle Terme una parte abbastanza lunga del suo film Le meraviglie, che ho visto qualche anno fa.

Avendo vissuto gran parte della mia vita a Torino, quando vidi per la prima volta Le amiche, di Antonioni, non molti anni fa, mi trovai agganciato al film anche per il fatto che è stato in gran parte girato in quella città. I luoghi cittadini mostrati nel film sono molteplici, anche se alcuni, da me praticati molte volte, sono cambiati moltissimo da quegli anni (il film fu girato nel 1955) e non ero riuscito a riconoscerli. Ci sono almeno due eccezioni, una è piazza Cavour, praticamente uguale a com’è ora, riconoscibile alla prima occhiata per me che vissi per alcuni anni in un alloggio che aveva le finestre sulla piazza. Ma anche in seguito, essendomi spostato di poche centinaia di metri, ci sono passato molto spesso, attraversandola (da molto tempo è pedonale, vietata al traffico delle auto).
Infine, proprio pochi minuti prima che la parola Fine al centro dello schermo sigilli il film, quando (non) avviene l’ultimo incontro fra Eleonora Rossi Drago e Ettore Manni, sul binario della stazione di Porta Nuova da cui lei partirà per tornare a Roma, è stato per me particolarmente emozionante riconoscere certi angoli della stessa. Soprattutto il corridoio interno sul quale si affaccia (e sono sicuro che vi si affacciasse ancora non molti anni fa) il negozio di un barbiere, con l’insegna al neon esposta all’esterno: BARBIERE in verticale, e MANICURE, più piccolo, sotto, in orizzontale. Mi ricordo benissimo di esserci passato davanti tante volte, soprattutto quando, per motivi di lavoro, partivo da Torino per Alessandria alle 17 circa e ci tornavo verso la mezzanotte, per almeno due giorni la settimana1. Quando l’ho vista apparire nel film, per un attimo mi è parso di trovarmi realmente lì, camminando verso i binari.

1 Mi accorgo ora di essermi contraddetto quando, nella prima parte di questo testo, parlando dei film di Antonioni affermavo di non aver mai potuto visitare uno dei luoghi che vi appaiono, molto spesso determinanti per la vicenda, o le vicende narrate.

La bellezza dell’autunno

Lo splendore di un paesaggio primaverile rasserena il cuore e lo spirito. Eppure non possiede la bellezza dell’autunno. Soltanto allora la leggerezza delle nubi e del vento, il profumo delle orchidee e delle camelie, i riverberi di luce fra cielo e acqua purificano il corpo e lo spirito.

Hong Zicheng, da Aforismi sulla radice degli ortaggi (XVII sec.)

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La città è una trappola

La città è una trappola, strutturata attraverso i luoghi e le scadenze, che si ripetono, inesorabilmente, di anno in anno, e ad ogni luogo corrispondono una o più scadenze. Si fa una certa cosa qui, un’altra là, in quel certo giorno dell’anno, poco prima poco dopo. Per chi vi abita, il tempo che si vive al suo interno è un’astrazione alienante che viene subita senza soluzione di continuità e plasma la vita fisica e quella mentale di colui o colei, alla lunga annichilendoli. Spostarsi al suo interno, per andare da un luogo a un altro, è scomodo, sia che si usi un mezzo di trasporto sia che si vada a piedi. E comunque non può mai essere uno spostamento libero, soprattutto se si usa un’auto, troppe sono le limitazioni, troppi i divieti che si rischia, spesso inavvertitamente, di violare, venendo perciò puniti. Ma anche a piedi, ci sono i semafori da rispettare, e attraversare le strade è sempre pericoloso, impossibile distrarsi; oltre alle auto, biciclette, scooter e monopattini elettrici arrivano da tutte le parti. Ci sono una moltitudine di regole, per lo più neppure scritte, alle quali si deve, tassativamente, imparare ad obbedire; ciò che vale per ogni attività che si compia, anche le più ordinarie e banali, come appunto una semplice passeggiata. Ogni incontro casuale, poi, può rappresentare un potenziale pericolo, perfino di facce note, apparse senza preavviso, inaspettate, si è portati a sospettare, improvvisamente sembrano appartenere a sconosciuti. A tutto questo schifo la gente che vive in città si abitua, attraverso un processo di mitridatizzazione che riesce ad alleviare il peso (e perfino la percezione) della pena, auto-anestetizzandosi e convincendosi, con cieca ostinazione, di starci bene, in città, perché “non manca niente” e “si possono incontrare tante persone”. Anche se l’aria è spesso irrespirabile, il rumore continuo e quasi insopportabile, il traffico nelle strade sempre caotico.
La città è una trappola.

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Hanging Rock e altri luoghi (1)

Nell’estate del 2007, mentre mi trovavo in Australia, nello stato del Victoria, estemporaneamente, durante un’escursione ‘fuori porta’ con mia figlia, decidemmo di fare una diversione verso Hanging Rock, dopo esserci resi conto che non era troppo lontano da dove ci trovavamo. È il luogo in cui vennero girate tutte le scene cruciali di Picnic a Hanging Rock, di Peter Weir, del 1975, uno di quei film in cui il ruolo del luogo in cui vengono girati è fondamentale e insostituibile. Arrivando dal ‘bush’, la sagoma del gruppo roccioso – un’isolata sporgenza nella pianura – si stagliava abbastanza nettamente all’orizzonte, ma avvicinandosi sempre più era inevitabile provare una certa delusione, scoprendo che il luogo – posto all’interno di un piccolo parco – ha un’elevazione rispetto al suolo davvero modesta, di circa un centinaio di metri, e alquanto ridotte sono anche le sue dimensioni generali. Una volta lassù, percorrendo i sentieri fra le rocce, forse per suggestione (chi ha visto il film mi potrà capire) oppure per qualche motivo reale, a un certo punto, sia pure per pochi secondi, un minuto al massimo, ebbi la netta sensazione, piuttosto sgradevole, di essermi perso. È una cosa assurda, trattandosi ormai di un luogo molto addomesticato, e per di più, come ho detto, di dimensioni assai modeste. Eppure successe, me ne ricordo ancora abbastanza bene, anche se durò pochissimo, e dopo ne parlai a mia figlia sorridendo, per ‘sdrammatizzare’.
Peter Weir si ricorda che mentre molti del cast e della troupe ebbero, all’inizio delle riprese, un approccio giocoso e perfino faceto nei confronti del film, quando iniziarono le riprese ‘sul campo’ a Hanging Rock l’atmosfera cambiò: «C’è davvero qualcosa in quel luogo che opprime e deprime. Assolutamente nulla di insolito accadde mentre eravamo lì, ma eravamo tutti piuttosto nervosi, e ci sentimmo sollevati quando ce ne andammo alla fine delle riprese», nelle sue parole.
Un altro luogo molto forte, determinante per la storia narrata nel film, è la fortezza Arg-e Bam, in Iran, dove nel 1975 venne girato Il Deserto dei Tartari, di Valerio Zurlini. ‘Impersona’ la fortezza Bastiani del libro di Dino Buzzati, in un modo così icastico che chiunque leggerà il libro dopo aver visto il film non potrà fare a meno di rivederla davanti a sé, mentalmente. Jaques Perrin, che era il produttore del film oltre ad interpretare il protagonista, il tenente Drogo, cercò a lungo il luogo che potesse apparire nella pellicola, e se non ci fosse riuscito – anche per la risolutezza al riguardo di Zurlini – il film stesso non sarebbe stato girato, tanta era l’importanza di questo elemento. Lì non ci sono mai stato, purtroppo, e dubito fortemente che ci andrò mai. Innanzitutto, un terrificante terremoto, nel 2003, distrusse la fortezza e la città sottostante; entrambe vennero poi in gran parte ricostruite in anni recentissimi, ma ovviamente il luogo non è più quello, sia pure formalmente identico, o quasi. È quanto meno possibile che sia anche diventato una specie di attrazione turistica, ciò che sarebbe determinante per dissuadermi dal proposito di andare a visitarlo in cerca dell’atmosfere del film di Zurlini, che presumo sia ormai del tutto svanita, e irrecuperabile.
Non sono neppure mai stato a Maryon Park, il parco di Londra in cui venne girata la parte più importante, quella decisiva, di Blow Up, di Antonioni, nel 1966. È quella in cui David Hemmings si inoltra nel parco per fare una passeggiata e svagarsi dal suo lavoro di fotografo di moda; però portando con sé l’inseparabile Nikon F. Con la quale scatta una serie di fotografie a una coppia di sconosciuti amanti sorpresi in una radura a qualche decina di metri da lui. Come sa chiunque abbia visto il film, un delitto ha luogo davanti ai suoi occhi (e all’occhio della fotocamera, soprattutto), anche se lui se ne renderà conto soltanto ore dopo, ingrandendo moltissime volte uno scatto in cui si intravede il corpo senza vita dell’uomo a terra, presso un cespuglio.
Mi è stato detto che il parco è sempre uguale a come era allora, o quasi uguale, come può succedere a Londra, dove certe cose vengono conservate pressoché intatte per molto tempo. Chissà se ci andrò una volta o l’altra. Non essendo mai stato a Londra in vita mia, se ci andassi sono sicuro che non perderei l’occasione.

Ci sono diversi film di Antonioni (che ha sempre girato in esterni, e il paesaggio ha una parte fondamentale in tutti i suoi film) nei quali appare un luogo ‘forte’. Però finora non ne ho mai potuto visitare nepppure uno, pur desiderandolo. Ognuno di questi luoghi partecipa alle fasi cruciali di ciascun film, che è stato girato lì e molto difficilmente quelle particolari sequenze avrebbero potuto avere luogo altrove. Uno di essi è il villaggio di Vera, in Almeria, che compare alla fine di Professione: reporter. È la straordinaria sequenza in cui udiamo, senza vederla, l’uccisione del personaggio interpretato da Jack Nicholson, con la mdp che lentamente, dopo aver distolto lo sguardo dalla stanza in cui avviene il delitto, esce, proprio fisicamente, nello spiazzo accanto all’albergo, dove diverse persone del tutto ignare fanno cose molto ordinarie, cose di tutti i giorni, contemporaneamente all’uccisione di un uomo, lì in quella stanza d’albergo, a pochi metri da loro.
Sono invece stato, per tre volte nella mia vita, molti anni fa, a Stromboli, dove Rossellini girò il celebre film omonimo, nel 1949, con Ingrid Bergman protagonista. Ho quindi visto, più volte, la casa rossa (unica, allora, su un’isola dove le case erano tutte bianche di calce) al centro del paese dove Ingrid soggiornò (presumibilmente con Rossellini, anche se si erano da poco conosciuti ed erano entrambi sposati) durante le riprese. Credo sia una delle pochissime a due piani, ciò che la distingue, oltre al colore dei muri esterni. Amici che avevano una casa lì sull’isola mi dissero che molti anni dopo l’uscita del film ne venne organizzata una proiezione all’aperto, credo proprio nei pressi della casa rossa. Molte delle persone che parteciparono come comparse a Stromboli erano ancora vive e durante la proiezione, a voce alta, gioiosamente, si indicavano ad ogni loro apparizione sullo schermo, e facevano lo stesso anche vedendo apparire altri, loro conoscenti o amici, o parenti.

La Pontiac Chieftain di “Pauly” Biegler

All’inizio di Anatomy of a Murder (di Otto Preminger, 1959), nella prima sequenza dopo i titoli, vediamo avvicinarsi un’auto decapottabile, coi fari accesi, dato che il sole è appena tramontato. L’auto (una Pontiac Chieftain1) si avvicina e possiamo vedere che è guidata da James Stewart, nella parte dell’avvocato Paul, detto “Pauly”, Biegler. La macchina da presa segue docilmente l’auto, puntando sul guidatore, poi per qualche attimo l’auto sembra fermarsi, questo perché la mdp si trova – evidentemente – su un’altra auto, che viaggia, ora che le si afffianca, alla stessa velocità della Pontiac di Stewart. Dopo una breve dissolvenza e una scena interlocutoria a sua volta piuttosto breve, l’auto è quasi giunta a destinazione, anche questa volta la vediamo entrare nell’inquadratura da destra e quindi venire verso di noi. La mdp la segue con estrema cura mentre si avvicina descrivendo un’ampia curva per tornare sul lato destro dell’inquadratura, e quando l’auto arriva alla fine del suo viaggio (ora possiamo vedere tutta la sua fiancata, al centro dello schermo) ecco che si ferma, e la mdp a sua volta si blocca. Lo fa esattamente nello stesso momento, con un effetto mozzafiato per noi che abbiamo seguito tutta la sequenza (una ‘carrellata’) fino all’arresto perfettamente contemporaneo, anzi, consonante, dell’auto e della macchina da presa che la stava seguendo.
Alla fine del film rivediamo la stessa auto (a bordo ci sono J.S. e il suo vecchio amico, prima li abbiamo seguiti per circa un minuto, ascoltando i loro discorsi) entrare nel campeggio delle roulotte dove i due credono di trovare il tenente Manion, per poter così riscuotere l’assegno dovuto a Biegler/Stewart come compenso per la sua vittoriosa difesa del tenente (interpretato da Ben Gazzara) nel processo a suo carico per omicidio. L’auto anche stavolta arriva da destra, non procede molto lestamente, ma neppure con troppa lentezza, la sua velocità è quella giusta. Giusta perché possiamo seguire bene l’effimera apparizione di un cerchio quasi perfetto (probabilmente arriva a circa 340°, quindi pochi meno di 360°) che si sviluppa con sublime eleganza, come in un balletto, con la Pontiac che traccia il semicerchio avanzando fra gli alberi prima di arrestarsi sulla destra dell’inquadratura, molto vicina a noi che stiamo guardando il film e ora possiamo vederne bene il muso.
Un film ‘processuale’, cosiddetto, che perciò si svolge quasi tutto in interni, in massima parte nell’aula di un tribunale. E quelle due sequenze sono fra le pochissime girate in esterni, la prima apre, la seconda chiude il film. Che è un ottimo film, ben diretto dall’inizio alla fine, e non annoia mai o quasi mai, nonostante le due ore e mezza abbondanti della sua durata.
Ma le due sequenze (che vedono entrambe protagonista l’auto) sono per me, dopo aver visto il film forse per la terza volta, le più memorabili, perché esprimono con leggerezza e insieme con assoluta precisione un qualcosa di poetico (anche nel senso di libertà da vincoli rispetto a un qualsivoglia ‘contenuto’) che nel resto del film manca del tutto. Talmente dissimili, perfino incongrue, esse sono rispetto al resto, a tutto ciò che accade all’interno, racchiuso da esse. Infatti, con la loro leggerezza e fluidità pare siano state messe dove si trovano, all’inizio e alla fine del film, oltre che per fargli da cornice (rappresentano anche un po’ un sipario che inizialmente si alza, lentamente, e infine si abbassa, altrettanto lentamente) proprio per controbilanciare la sua spessa complessità. Così il film, grazie alla loro purezza quasi poetica, ne risulta non soltanto alleggerito (il genere processuale può essere avvincente ma anche un po’ ponderoso e soffocante) ma nobilitato e perfino elevato, in un modo difficilmente esprimibile a parole.
Sono due sequenze che rimandano a un’altra, celebre, presente in un film di Antonioni del 1950, Cronaca di un amore. Che in quel caso era al centro del film, nel momento cruciale della vicenda, dopo il quale tutto cambierà e la relazione illecita fra Massimo Girotti e Lucia Bosè finirà. Si tratta, anche in questo caso, di un piano-sequenza, insolitamente lungo per quell’epoca, in cui vediamo l’auto del marito arrivare dalla strada che costeggia il canale, imboccare il ponte che lo scavalca e poi discenderne per continuare la marcia sulla riva opposta2. A quel tempo, un esempio di cinema molto innovativo, che non passò inosservato: possibile, quantomeno, che Preminger avesse in mente quella sequenza in cui un’auto3 era al centro dell’azione, vera protagonista.

Va detto che ad alleggerire nel modo più appropriato il film, durante le lunghe parti processuali, è soprattutto il simpatico, spesso irresistibile giudice, impersonato da un non-attore, nella vita reale un avvocato, Joseph N. Welch. Che divenne famoso qualche anno prima per avere zittito aspramente il bieco senatore McCarthy durante una seduta della famigerata Commissione per le Attività Anti-Americane, in cui lui difendeva ufficiali dell’esercito accusati di “comunismo” dal tristo senatore4. Con la sua bonomia e le frequenti espressioni fra l’ironico e il fintamente turbato, tempera le ricorrenti scenate di James Stewart, che teatralizza adeguatamente il suo ruolo arrivando spesso vicino al limite della ridondanza, pur senza mai, o quasi mai, superarlo.

1 Per l’esattezza, si tratta di una Pontiac Chieftain Deluxe Eight Convertible del 1950.

2 In verità, questa sequenza, nella sua compiutezza, si vede un po’ prima, quando i due ‘mettono in scena’ il delitto, ossia fanno una specie di prova generale. Dopo, quando veramente l’auto guidata dal marito sta avvicinandosi al ponte, questi ha un improvviso e fatale malore e l’auto, priva di controllo, finisce fuori strada prendendo fuoco.

3 Per la precisione, una Maserati A6 1500, prodotta proprio in quegli anni.

4 Al culmine di uno scontro verbale fra i due, Welch apostrofò duramente McCarthy rinfacciandogli la sua totale mancanza di “decency” (‘decenza’, ma anche ‘moralità’) e auspicando che si mettesse fine al suo comportamento, che degradava il Congresso di cui faceva parte e tutto il Paese. Il pubblicò presente lo applaudì ‘a scena aperta’, in tripudio, e quell’episodio decretò in pratica il declino e poi la fine di quell’oscena Commissione.

Indicazioni per un ipotetico allestimento

Collocare una certa cosa in un luogo in modo tale da renderla presente1 in quel luogo (compresente con esso), ma non troppo in evidenza (potrebbe perfino essere nascosta, da scoprire – non come una sfida ma come una possibile occorrenza). Lontana dal centro2, una cosa fra le altre, accanto ad esse, messa in modo tale da occupare una posizione che rispetti quella di ogni altra, senza sovrastarla né opprimerla, casomai valorizzandola, oltre a valorizzarsi [esprimere il proprio intrinseco valore]. Essa non sarà quindi predominante in quel luogo, ciò che creerebbe una gerarchia rispetto alle altre cose presenti lì, ovvero uno squilibrio – anche nei confronti del luogo stesso. Che non sta lì soltanto per (fisicamente) contenere e supportare, ma partecipa bensì della situazione che vi sarà stata creata.
In ossequio al concetto della cosiddetta autorialità, ossia della corrispondenza fra una cosa e il nome di chi l’ha creata (spesso sancita ed evidenziata da una firma autografa), esibire3 equivale a esibirsi, sia pure indirettamente, coperti e rappresentati dal simulacro del nome. Una circostanza che impedisce, o quantomeno rende difficoltoso il libero fluire dell’energia che pervade (dovrebbe pervadere) il luogo in cui una certa situazione è stata posta in atto.

1 È proprio questo l’etimo del termine ‘presentare’, dal latino. Fra gli altri significati anche ‘porgere’.

2 Il centro di un luogo, così come di una situazione, è mobile e impermanente. Qualsiasi cosa può, anche soltanto per un momento, trovarsi al centro, e ciò accade quando essa attrae la nostra attenzione.

3 L’etimologia del verbo esibire ci dice che proviene dal latino e significa ‘metter fuori’, o ‘far uscire’, quindi ‘mostrare’.