
Nel 1963 Totò fece un film che è fra i meno noti della sua sconfinata filmografia, Il comandante. Non ne avevo mai sentito parlare fino a pochi giorni fa, quando l’ho trovato su un sito e quindi scaricato per vederlo. Il nome del regista, Paolo Heusch, non mi diceva niente, ma trattandosi di un film di Totò la cosa non aveva troppa importanza. Si tratta, in verità, di un film unico, non somigliando più di tanto a nessun altro film di Totò, soprattutto mancando, quasi completamente, dei consueti lazzi, mossette, ammiccamenti e battute che abbondano, ripetendosi, in tutti gli altri. Un film, inopinatamente, sgradevole, perché ci fa assistere, per circa un’ora e 50′, al patetico declino di un personaggio (un colonnello dell’esercito, nominato generale al momento della sua messa a riposo) che fu fiero, orgoglioso, temuto e rispettato per tutta la vita prima di andare in pensione e imboccare la via di un rapido e penoso declino. Il generale Cavalli non riesce ad adattarsi alla sua nuova vita, gliene mancano gli strumenti, non ha sviluppato, evidentemente, gli anticorpi necessari a sopravvivere in una società, quella del cosiddetto boom italiano, che respinge, anzi travolge chiunque non sappia adattarsi, ovvero non sia disponibile a compromettersi, ipocritamente e per puro opportunismo.
Il comandante è appunto sgradevole perché assistiamo impotenti alla progressiva catastrofe morale del personaggio1, un impasto di ingenuità e orgoglio che, appunto, in quell’epoca non poteva proprio farcela. Tutto avviene in modo inesorabile, indoviniamo sempre facilmente cosa succederà nella sequenza successiva a quella a cui assistiamo, mentre lui, Totò-Cavalli, al contrario è del tutto ignaro (quasi sempre) di quello che gli sta succedendo, e va quindi inconsapevole verso la propria rovina. Da tutto ciò la sgradevolezza, il disagio provato durante la visione del film, che però è tutt’altro che debole, cinematograficamente. Oltre ad essere ben costruito contiene, sparsi ovunque, momenti molto puri, visivamente parlando, alcuni dei quali spiazzanti, che rimangono nella memoria a lungo dopo la visione. Subito all’inizio, dopo la breve inquadratura di un campanile barocco, con un brusco salto di montaggio vediamo, in primo piano al centro dello schermo, all’interno di una cucina, una caffettiera ‘napoletana’ che la mano di un personaggio invisibile, perché fuori dall’inquadratura in quel momento, toglie dal fornello. Un bianco e nero luminoso, esaltato da una perfetta messa a fuoco, insomma, si nota qualcosa e si sta più attenti che non come nel caso di un qualsiasi film di Totò, dove se non c’è lui non vale la pena di concentrarsi troppo, in attesa della sua apparizione. Fra tutti questi momenti (neppure così numerosi, a dire la verità), uno in particolare mi ha veramente colpito, come un’intrusione quasi metafisica, o come un improprio incastro nel film di un frammento estratto da un altro film, affatto diverso. Il generale Cavalli – sempre affannato correndo dietro ai suoi ambigui datori di lavoro, costantemente ignaro di cosa sta succedendo – cerca di raggiungere i tre che poco prima erano con lui, i quali, appena interrotto un sopralluogo su un terreno da vendere, un’evidente truffa ai danni del terzo da parte dei due spregiudicati malfattori, si sono messi a correre su per un erto pendio, nella campagna ai bordi della periferia romana. I tre sono in maniche di camicia, fa caldo, Totò è vestito di tutto punto, compreso il cappello, e non ce la fa proprio a stargli dietro, quindi desiste dal raggiungerli. Ma in cima, là dove i tre stanno salendo di gran carriera, c’è una croce, molto rudimentale e spoglia, forse costruita mettendo insieme due tubi di ferro. Si capisce che il regista dava importanza a questa stravagante (e probabilmente improvvisata) sequenza, che dura piuttosto a lungo, e perciò rimane impressa in chi vede il film. Un momento epifanico, qualcosa che potrebbe essersi imposto da sé, eludendo le line guida e soprattutto le intenzioni stabilite dalla sceneggiatura. Perciò sarebbe bene non farsi irretire dalla diffusa attitudine a formulare spiegazioni di presunti simboli; ciò che indebolirebbe la forza dell’apparizione all’interno del film. È piuttosto la mera forza visiva dell’inquadratura del pendio con i quattro che salgono in fila indiana e la croce in punta (un’immagine assurda) a colpire, permanendo nel ricordo, aperta a molte possibili letture, se proprio si vuole farne.
Prima ancora, due sequenze quasi altrettanto singolari, che si fanno notare per la loro alterità rispetto al linguaggio cinematografico di pura routine che, con poche eccezioni, dominava in quegli anni. Prima quella in cui, nel primo incontro del generale con i due nel loro ufficio, lui deve riflettere su quale cifra chiedere per il suo stipendio, dopo che lo hanno invitato a farlo. La mdp rimane dapprima ferma, poi si muove appena, da destra verso sinistra, nel silenzio dell’ufficio, mentre Totò pensa e gli altri due lo ignorano, voltandogli ostentatamente le spalle, per dargli il tempo di riflettere. Ha luogo una breve sospensione dell’azione cinematografica, perché non succede proprio niente, forse per un minuto (che al cinema è un tempo lungo) e noi assistiamo a questo niente che pure ci coinvolge, in uno strano modo. Poco più in là nel film, una scena simile, quando il generale arriva trafelato al bar, dopo aver camminato per qualche minuto arrivando dall’ufficio, e deve ordinare una complessa lista di cose dettatagli da uno dei due (Franco Fabrizi, il Mascalzone per antonomasia del cinema italiano anni ’50 e ’60). La sua memoria labile, da anziano, lo tradisce, lui rimane in silenzio davanti alla cassiera – che lo scruta spietatamente, con un’espressione dura e sprezzante, rimanendo a sua volta chiusa in un imbarazzante silenzio – incapace di ricordarsi tutte quelle cose. E alla fine, pieno di vergogna per la sua debolezza così manifesta, ordina un pacco di sale, la prima cosa che gli è venuta in mente, che pure si dimentica, dopo averlo pagato, alla cassa. Anche questa una scena davvero insolita, che mette a disagio, e non fa assolutamente ridere, pur avendo Totò come protagonista. Ma durante tutto il film il suo personaggio appare indifeso e in balia degli eventi, e Il comandante è un titolo beffardo, dato che che il generale a riposo Cavalli non comanda proprio niente e nessuno ma è bensì comandato dagli altri.
Paolo Heusch diresse una decina di film nel corso di una dozzina di anni di carriera, tutti diversissimi fra di loro, a parte forse i due ’pasoliniani’, quello da Una vita violenta e poi Un uomo facile, entrambi ambientati a Roma. Ma il suo primo film, La morte viene dallo spazio, del 1958, addirittura fu il primo film di fantascienza prodotto in Italia, cui seguì anche, qualche anno dopo, un horror sulla figura (anche questa un’anomalia nel cinema italiano dell’epoca) del licantropo. Un altro film del tutto anomalo, rispetto al suo percorso e rispetto al cinema italiano dell’epoca, fu una biografia del Ché Guevara, realizzato nel 1968 pochi mesi dopo la sua uccisione in Bolivia (e girato in Sardegna). Prima ancora, e subito dopo Il comandante, un altro film con Totò, che non credo di avere mai visto, Che fine ha fatto Totò Baby (parodia di Che fine ha fatto Baby Jane di Aldrich) che gode di grande credito sia da parte di molti critici sia da parte del vasto pubblico dei fans di Totò. La stranezza è che ufficialmente non era lui il regista, il suo nome non comparve nei crediti e neppure sulle locandine, al suo posto quello dello sceneggiatore, che fu costretto ad accettare il diktat del produttore. Successe perché pochi mesi prima sui giornali era apparsa la notizia di un’irruzione della polizia in una ‘casa di tolleranza’ per omosessuali; si parlò di molte persone fermate nella retata, di varia estrazione sociale (anche carabinieri, addirittura), oltre a “un regista cinematografico, tale P. H”. Non fu difficile risalire a Paolo Heusch, quella H non poteva che tradirlo, e così il produttore impose l’omissione del suo nome dai crediti, anche se nell’ambiente tutti sapevano bene chi aveva veramente diretto il film. La sua carriera, che probabilmente era vicina all’apice (aveva poco più di quarant’anni, un’età ancora giovane per un regista) fu stroncata, praticamente: nessuno in Italia volle più finanziare i suoi film, per lavorare dovette spostarsi in Spagna, e piano piano, inesorabilmente, il suo nome venne dimenticato. Erano tempi difficili per gli omosessuali, con rarissime eccezioni come quella di Pasolini2, che grazie anche ai suoi influenti amici e protettori riuscì, non senza fatica, ad acquisire un prestigio sociale che gli permise di imporsi in quella società ancora zavorrata da pregiudizi antichissimi ma duri a morire.
1 Fino ad arrivare, verso la fine del film, al tentato suicidio, quando il generale, sconvolto, sciupato e malmesso, perfino senza la cravatta – sempre indossata in tutto il film – dopo l’ultima decisiva caduta nella vergogna e nel disonore si sdraia su un binario per essere fatto a pezzi dal treno. Che però all’ultimo momento, imprevedibilmente, ha la sua corsa deviata da uno scambio. Sbigottito, Cavalli si rialza e sul suo volto scorgiamo la frustrazione, come a voler dire: «Neanche questo sono riuscito a fare». Mai visto niente di neppure lontanamente simile in un film di Totò.
2 È un luogo comune nella storia del cinema italiano che Totò, nei due film fatti con Pasolini alla fine della sua carriera si vide finalmente legittimato come attore in piena regola e sottratto così a una certa volgarità o faciloneria (presunte) della maggior parte dei suoi film precedenti. Ma questo di Heusch, dove vien fuori, egregiamente, come attore drammatico, senza ricorrere mai o quasi mai al suo collaudatissimo repertorio macchiettistico, è del 1963, mentre Uccellaci e uccellini è del 1966 e Che cosa sono le nuvole? è del 1967, anno della sua morte.


















