Indiani riluttanti

Una volta venuti al mondo, impariamo ben presto a uniformarci a un sistema di norme altamente mistificatorie, che sono peraltro diventate assai probabilmente necessarie e ineludibili per poter vivere nella cosiddetta società. Trascuriamo così di addentrarci nei misteri che ci circondano e che sono anche dentro noi stessi. Ciò che importa è non dimenticarsene, e frequentarli di quando in quando, pur senza abbandonare, non del tutto e non definitivamente, quel rassicurante sistema. C’è sicuramente qualcosa di schizofrenico in questo atteggiamento, ma esso è preferibile a una completa adesione a uno soltanto dei due versanti (quello mistificatorio o quello dell’abbandono ai misteri). Perché nel primo caso saremmo sognatori ancora non desti, e possibili pedine di un gioco gestito da altri, nel secondo ci potremmo perdere, come chi nuota verso il largo senza sapere se troverà un approdo sicuro quando, inevitabilmente, gli mancheranno le forze.
Non è probabilmente possibile fare a meno di percorrere le due vie in parallelo, frequentando ora una ora l’altra, ma senza spingersi mai troppo lontano da ognuna.

(avevo scritto questo breve testo – di cui mi ero dimenticato, fino a oggi – alla fine di marzo del 2017; non ricordo proprio perché volli dargli quel titolo, che peraltro mi sembra arricchirlo, proprio per la sua apparente – o probabile – assoluta estraneità, e perciò glielo lascio volentieri)

Il Chilometro di W.

La foto, bellissima, del bimbo piccolo che tocca con un dito, con grande delicatezza, il capo emergente del Vertical Earth Kilometer [che tradurrei come chilometro verticale terrestre] di Walter De Maria, a Kassel, l’ho trovata sulla pagina svedese di Wikipedia dedicata a quest’opera. Non so quando sia stata scattata, magari trent’anni fa (se non addirittura proprio nei giorni di documenta 6, nel 1977), ora quel bimbo è un uomo (oppure una donna) adulto, magari alto un metro e ottantacinque, è cresciuto, anzi avrà ormai smesso di crescere. Il Chilometro intanto è rimasto fermo, intatto e immutato, sempre lì dove è stato infisso: due situazioni collegate, affini, complementari, ma inconciliabili fra loro. Perché un essere umano si muove, cresce e cambia, e a un certo punto finisce, il tondino di ottone no, niente di tutto questo. Ma lui/lei lo tocca, e forse in una certa misura contribuisce, in maniera infinitesima, ad usurarlo, e se ogni giorno molte persone facessero la stessa cosa, toccassero lì, il chilometro, dopo milioni o miliardi di anni, si consumerebbe, considerando che le persone (ma non soltanto le persone, qualsiasi essere vivente, le stesse intemperie), stando lì nei pressi, con le loro azioni, sia pure involontarie, alla lunga provocherebbero anche un abbassamento del terreno intorno al tondino, sempre maggiore, fino ad arrivare al termine opposto, ora così lontano dal suolo, immerso nel buio più profondo.

Non credo di avere mai visto la faccia emergente del Kilometer, anche se potrei esserci passato vicino, l’unica volta in cui visitai Kassel, nel 1997, venti anni dopo la sua installazione, là dove ancora si trova, nella piazza di fronte al Fridericianum. Potrei addirittura averla calpestata senza avvedermene, dando così il mio contributo a quell’utopica operazione di consunzione.
Vidi invece, l’unica volta in cui andai a New York, il Broken Kilometer realizzato da De Maria due anni dopo. Si può dire sia la stessa cosa, anche se in questo caso il chilometro è diviso in 500 tondini di ottone tutti uguali fra loro, ognuno lungo due metri, largo due pollici (poco più di 5 cm). In questo caso l’energia – non soltanto virtuale, o immaginata, ma reale – dell’opera è come dissipata, attraverso tale minuto frazionamento. O meglio, si trasforma, agendo ora come peso che insiste sul pavimento della sala nella Dia Art Foundation dove è allestita dal 1979. In questo caso, l’opera, privata della sua estensione massima, che le permetteva di entrare nella Terra per un chilometro, è come se avesse acquistato in mobilità1, anche se soltanto presunta, immanente, dato che – per quanto se ne sa – nessuno l’ha mai più spostata da dove si trova, forse neppure una delle sue 500 parti costitutive, peraltro piuttosto pesanti (circa 35 kg)2.
Sicuramente la scelta di De Maria, di realizzare questa versione ‘scoperta’ del Kilometer (volendo, si potrebbero mettere i cinquecento tondini tutti in fila, in modo che si tocchino sui due capi, per ottenere un solo tondino lungo un chilometro) fu del tutto sensata, per mostrare un’altra faccia dell’idea, un’altra possibilità. E quest’opera – nelle sue due versioni – apparentemente così algida, così distante dalla misura umana, a noi aliena e quasi ostile, mi sembra rappresentare molto bene, in maniera non esplicita – e non didascalica –, bensì ineffabilmente, certi caratteri dell’essere. È quindi, indiscutibilmente secondo me, un’opera attinente alla sfera del pensiero, prettamente filosofica.

1: qualche commentatore ha scritto su come i cinquecento tondini, allineati in cinque file parallele di cento, paiano danzare.
2: in verità, ogni due anni tutti i tondini vengono accuratamente lucidati da Patti Dilworth (moglie di Bill, colui che si occupa della cura della Earth Room, dello stesso De Maria) fino a diventare, secondo le sue stesse parole, “… così pieni di luce da non sembrare nemmeno più metallo. È quasi calore radiante. Talmente bello, qualcosa come un bagliore mormorante.”

Un sacello sulla montagna, tornando dal lago

Tornando dal lago, meta della mia escursione, sono su una strada sterrata quando passando accanto a un alpeggio abbandonato e in rovina noto un piccolo, curioso ponticello fatto con lastre di pietra, la più grande delle quali, messa in piano, sormonta un piccolo corso d’acqua del tutto asciutto. Nonostante la stanchezza, dopo una giornata intensa e galvanizzante, ma anche sfinente, sono incuriosito e decido di raggiungerlo, è proprio vicinissimo alla strada. Lo percorro – giusto pochi passi sulle pietre lievemente traballanti, soprattutto quella grande in piano – e mi accorgo, solo quando sono a metà, che porta a una piccola costruzione, a sua volta in pietra, la cui porta è aperta e sembra invitarmi ad entrare. Come mi accorgerò dopo, la casetta è la sola rimasta integra, muri e tetto praticamente perfetti, e un’iscrizione sull’architrave dice che venne sistemata1 nel 1999, unica dell’alpeggio, composto di almeno quattro costruzioni. Ancor prima di entrare mi accorgo, guardando dentro, della sua particolare fattura: i due muri lunghi, perpendicolari all’entrata, si stringono, già a partire dal pavimento, salendo verso il soffitto, come per comporre una volta a botte. Ma non si tratta di quello, dato che il soffitto, interrompendo la curvatura delle due pareti, è piatto: quattro grandi lastroni di pietra, appoggiati sui muri, lo formano, e l’effetto è sorprendente, non credo di aver mai visto niente di simile. A terra, in corrispondenza dei quattro grandi lastroni del soffitto, sono sistemate, messe a loro volta in fila, sei pietre, altrettanto piatte, ma più piccole di quelle del soffitto: le prime due partendo dalla soglia più grandi e più spesse, le altre, oltre che più piccole, più sottili, e due hanno una forma quadrangolare quasi perfetta; soprattutto una, quella al centro della linea, è un perfetto quadrato. Altre pietre sono sparse piuttosto disordinatamente sul pavimento, quasi tutte piccole, e fra di esse spuntano piantine verdi, anche qualche felce; sull’angolo in fondo a sinistra, proprio sotto una mensola triangolare infilata a mezz’altezza fra i due muri, della terra smossa. Nell’angolo opposto, quindi a destra rispetto all’ingresso, una piccola apertura obliqua, allo stesso livello della mensola a destra. Ci sono altre due aperture su quel muro, al centro, una sopra l’altra, la più grande sotto, ma tutte e due sono semi-sigillate da qualche piccola pietra. Dopo aver esplorato il muro di fondo – quello appena descritto – mi siedo nei pressi della porta, su una pietra piatta piuttosto grande messa proprio a sinistra, subito dopo l’entrata, e sto lì, fermo e silenzioso per diversi minuti, almeno dieci, ma forse anche di più, non posso ricordarmelo. Giro lentamente lo sguardo ovunque, sulle pareti e sul soffitto di quel piccolo sacello (a occhio, il pavimento sarà poco meno di due metri sui due lati corti e circa due metri e mezzo quelli lunghi)2 e intanto ascolto. Sento passare sulla strada la comitiva che avevo visto su al lago, e che si era mossa per ridiscendere verso la strada una decina di minuti dopo di me, poi forse un’auto, che avevo visto ferma a una curva poco prima. Non so quale potesse essere la destinazione d’uso di una simile costruzione: si potrebbe pensare a una piccola stalla, forse per poche capre, ma non ne sono convinto, anche a causa di quella strana, bellissima mensola triangolare, là dove si potrebbe appoggiare una candela, o qualche altra cosa di nessun interesse o utilità per capre o altri animali. Piano piano, sempre più intensamente, mi convinco di una destinazione non utilitaristica, ma in qualche modo spirituale, ciò che, me ne rendo conto benissimo, non avrebbe alcun senso in un luogo simile, dove tutto doveva avere un chiaro e concreto scopo, un’utilità, per il bestiame o per gli uomini che l’accudivano: non potrebbe essere altrimenti, vista l’enorme fatica che era necessaria per costruire questi alpeggi, spostando e innalzando pietre anche grandi, spesso pesantissime. Ma quella convinzione rimane in me, rafforzata dal silenzio e dalla poca luce lì dentro, proveniente dall’entrata (ci sono i cardini, ci doveva anche essere una porta in legno, un tempo) nel pieno di una delle più assolate e abbaglianti giornate di questo agosto. Un contrasto, quello fra il dentro e il fuori, che mi sembra fondamentale per accentuare la natura di quel luogo riposto, perfetto, direi proprio, per viverci un’esperienza, lunga o breve (oggi non ho molto tempo, sono anche stanco, ma ci tornerò) intensamente contemplativa e di meditazione, alternando la visione dell’interno a quella verso l’esterno, e intanto ascoltando, sempre. Mi viene ben presto di pensare, come la cosa più naturale, a ciò che accadde circa quattro anni fa in Val Pellice, quando si fece la Stanza della Quiete In Alta Montagna (vedi QUI), con due piccole opere sonore di Julius, quelle che hanno spesso il suono, da lui stesso registrato, di qualche insetto, cavalletta, grillo, oppure una cicala. Ci penso per un po’, mentre guardo assorto un po’ dappertutto, soprattutto verso l’angolo a destra in fondo, quello con la feritoia obliqua. E a un certo punto mi sembra proprio di sentirli, quei suoni, intorno a me, si sentono anzi, realmente, soltanto quelli, oltre al vento che di quando in quando soffia intorno alla casa. Mi accorgo infatti che non è un’allucinazione: attraverso le tante fessure fra le pietre dei muri a secco, proviene da fuori, e si sente benissimo stando lì dentro, il frinire di grilli e cavallette sparsi un po’ dappertutto intorno alla piccola casa. È un piccolo miracolo, come uscire da un sogno portandosi dietro un oggetto che vi avevamo visto, e soprattutto in quel momento mi rendo conto della straordinarietà di quel luogo, e della sua nascosta maestà. Si potrebbe forse rimanere lì per sempre, morti al mondo ma vivi, come mai ci si sentì altrettanto in vita.

(scritto il 23 agosto 2020)

1: dopo la mia visita di ieri, 17 settembre, mi è venuto il dubbio che addirittura la casetta fosse stata bensì costruita nel 1999, anche perché oltre a una sigla (parrebbero una C e una L) e alla data non compaiono altri dati.
2: sempre ieri, ho potuto misurare lo spazio, avendo portato con me un metro estensibile. È lungo, il sacello, 335 cm, e largo circa 240 cm; anzi, il muro opposto all’entrata misura 246 cm (ma è difficile prendere misure precise, essendo i muri non intonacati, e quindi irregolari, come le pietre che li formano). Stando in piedi, al centro, ho potuto misurare un’altezza di circa 184 cm, mentre la larghezza delle quattro lastre che formano il soffitto è di 100 cm.

Decentrarsi

Moltissimi anni fa, quando ne avevo soltanto venti, anzi neppure, una persona che stavo frequentando con una certa assiduità, ma che di lì a poco avrei perso di vista, mi definì, un giorno. Era una ragazza intelligente (oltre che assai attraente), anche se certe sue scelte erano difficili per me da condividere, ed era perciò inevitabile che le nostre strade si separassero ben presto, una volta per sempre. E comunque, lei disse, certamente per criticarmi e quindi prendere le distanze da me, che io ero «decentrato» (rispetto a lei, soprattutto, dato che era molto impegnata nell’azione politica e aveva le idee molto chiare su cosa fare, e su cosa non fare). Pur non negando la giustezza della sua definizione (anzi, non mi dispiaceva, forse, perché mentre stabiliva le nostre differenze di base conferiva un senso, una motivazione, all’impossibilità oggettiva di portare avanti il nostro rapporto, prima che diventasse una vera relazione), sotto sotto non è che mi entusiasmasse sentirmela affibbiare. Perché dava la stura ai miei vari complessi di colpa, e la prendevo come un sinonimo di indeterminato, irresoluto, cioè di tutti i difetti che mi riconoscevo e che ho continuato, per decenni, a riconoscermi, e che sentivo pesare su di me come una sorta di peccato originale da cui mi era impossibile riscattarmi (un gatto che si morde la coda: se la tua natura è quella dell’irresoluto e dell’indeterminato, come fai a risolvere il problema? Non si può, devi soltanto imparare a conviverci).
Ma ora, oggi – dopo una chiacchierata con un amico, qualche ora fa – mi sembra di vedere la cosa in un altro modo, non più così negativamente, anzi. Con lui mi sono messo a parlare della mia attitudine ad errare (in senso etimologico e nel senso corrente), a non ripetermi, a uscire spesso e volentieri dal solco, dalla strada che sto percorrendo in un dato momento, imboccando il primo sentiero laterale che mi sembra promettente e invitante, senza saper bene dove mi porterà (disponendomi quindi a perdere la strada che stavo percorrendo). E la mia idiosincrasia nei confronti delle categorie e delle definizioni che mi vengono assegnate di quando in quando, sentite come trappole che mi bloccano impedendomi di muovermi, e di sbagliare… La mia attitudine a cambiare opinione su certe cose, la varietà dei miei gusti e delle mie preferenze (che quella mia amica di tanti anni fa definirebbe come un chiaro sintomo di incoerenza – e quella era forse la parola che aveva in mente, preferendo pronunciare, per una specie di delicatezza, forse, il meno duro, più soft, ‘decentrato’) sono altre manifestazioni della mia natura, così come una accentuata volubilità del sentire. Ovvero, sono in grado di esprimere una fortissima ammirazione, perfino amore, per una certa cosa, un’opera d’arte, una persona, un luogo, e poi, anche dopo poco, o pochissimo tempo – questione di attimi, tanto può durare a volte questa alternanza – vedere ognuna di queste cose come un oggetto senza qualità, o una persona sgradevole, con la quale non ho nulla in comune, e con cui mi trovo a disagio, oppure un luogo orrendo, da cui fuggire, per sottrarmi alla pena di frequentarlo. Insomma, non riesco a mantenere la posizione, non ho nemmeno quel senso della proprietà che porta, credo, a non abbandonare ciò che si possiede, un oggetto o un luogo (ma anche una persona, una moglie, se vogliamo) anche quando si è affievolito, o addirittura è svanito, l’interesse o il piacere originari, ciò che ci aveva motivati ad entrarne in possesso.
No, non mi riesce, non posso continuare a stare lì, e non penso a ciò che, molto probabilmente, perderò andandomene, ma sono bensì spinto ad andare in cerca di qualcos’altro, anche se non ho certezze di trovare di meglio. Ma di diverso, e di nuovo, sicuramente sì. E il desiderio – o la curiosità, forse sono sinonimi? – che mi spinge ad andarmene, è sufficiente a darmi la forza di agire, e una ricompensa sicura, anche se non porta con sé alcuna garanzia su come mi sentirò dopo, una volta raggiunto quell’altro luogo, trovata quell’altra persona o quell’altra cosa.
Sì, aveva ragione, perfettamente, sono decentrato, mi muovo spesso e volentieri verso i margini, spesso li oltrepasso, e cambio spesso direzione, ogni tanto mi fermo, poi magari ritorno dov’ero (ed è bello non riconoscere, non completamente, quel luogo, scoprirlo più che riscoprirlo) ma senza fermarmici troppo a lungo. Soprattutto se quella posizione corrisponde al centro.
Ma non ho nemmeno nulla contro il centro, anzi ogni tanto è bello, è fantastico sentirsi al centro del mondo. Ma è una sensazione che non può durare, e non voglio fare niente per contrastare questa impossibilità. Quindi non mi fermo lì, ma mi sposto da un’altra parte, anzi non è nemmeno vero che mi sposto, come conseguenza di una decisione, ma, è così che capita, piaccia o no, ci si trova da un’altra parte, senza che abbiamo veramente deciso di farlo.

scritto il 31 gennaio 2017

[da Osservazioni improprie, 2020, ancora inedito]

Prima e dopo Kafka

Siamo in un ospedale, due donne sono sedute accanto al letto di un’altra donna, malata. Sono tre amiche, noi che vediamo la scena lo sappiamo, e sappiamo, o comunque apprendiamo facilmente, che le due donne sedute sono venute per tenere un po’ di compagnia a quella a letto, che deve trovarsi lì già da qualche tempo, malata piuttosto seriamente. Lei è Arletty (ovvero Kati Outinen), appare intorpidita, non parla e quasi non si muove, mentre le due amiche del suo quartiere, la panettiera e la barista, stanno sedute accanto al letto. La prima, Yvette (ovvero Evelyne Didi) sta leggendo un racconto di Franz Kafka da Meditazione, il primo della raccolta per la precisione, Bimbi sulla via maestra, quello che finisce con “E i pazzi non si stancano?”, “Come potrebbero stancarsi?”. Lo legge bene, con voce non troppo alta, senza mai guardare Arletty, mentre l’altra, Claire (ovvero Elina Salo1) continua a guardare la malata a letto, e dalle sue espressioni intuiamo che sta per addormentarsi, cullata da quella bizzarra ninna nanna kafkiana. E infatti è così, un’inquadratura successiva – prima di quella sulle mani di Yvette che chiudono il libro, e la stessa sequenza – ce la mostra dormiente, la testa rilassata e l’espressione distesa, adagiata su un candido cuscino. È un’immagine particolarmente bella e intensa, quando la vidi, una sera, credo di aver smesso di respirare per qualche secondo, pareva una pittura antica e bellissima vista chissà quando e dimenticata (o piuttosto il ricordo di un’esperienza vissuta, da me stesso o da Kaurismaki, o da entrambi), fortemente intrisa di spiritualità e soprattutto di amore. È il cuore segreto di “Le Havre”, una perla buttata lì quasi con noncuranza, nascosta all’interno di un film col quale in fondo ha poco a che fare, misteriosa e sconcertante come tutta la sequenza. Che inizialmente pare uno dei frequenti casi di umorismo ‘deadpan’ del regista finnico, e invece è una delle cose, oltreché più serie, più fresche e più intense di tutto il suo cinema, un evento di pura grazia, ineffabile quanto arrestante, bressoniano ma alla maniera di Kaurismaki.

1: altra veterana del cinema di Kaurismaki, più ancora della Didi, un viso e un’espressione inconfondibili, disincanto ma anche benevolenza, una specie di fatalismo ammiccante, vitale.