La tovaglia della zia e Suzuki Yoko

Terzo numero della collana la nostra musica, stampato su carta usomano avoriata e righettata nel mese di gennaio 2022 in 20 copie (+ due). Il volume consta di 20 pagine compresa la copertina, nel formato (chiuso) cm 13 x 19.

La mia preferita delle due tovaglie (che come ho detto hanno lo stesso formato e le stesse dimensioni) è quella più ‘pulita’ formalmente, con la tessitura molto fine che non lascia vedere con chiarezza il suo disegno (che pure c’è, alquanto diafano). Anche l’altra è bella, ma i pattern della tessitura sono più ricchi ed evidenti – ciò che serviva e serve anche a piazzarla bene sul tavolo. Quella che preferisco ha al centro un motivo ricamato, due lettere intrecciate in stile Déco, o Art Nouveau, che proprio per il fatto di trovarsi in quella posizione aiuta a disporre la tovaglia nel miglior modo possibile. Le due lettere – ci ho messo un po’ a capirlo, tanto sono stilizzate e intrecciate fra loro – sono una P e una A, evidentemente le iniziali di cognome e nome, e da tempo mi arrovellavo per cercare di capire anche a chi potessero appartenere, ma invano. Fino a stamattina, quando ho avuto una specie di folgorazione, una luce che mi ha illuminato istantaneamente.

(da La tovaglia della zia, 2019)

Gli invasori

Domenica scorsa stavo camminando su una strada costeggiata da un pendio, su un lato, e da un dolce declivio sull’altro. Alla mia destra, sul pendio, notavo ben presto una specie di esplosione di mazzetti di primule, a decine, anzi centinaia, considerando tutto il percorso. Erano quasi luminescenti e parevano essere stati messi lì da qualcuno a bella posta, tale era il contrasto con il terreno intorno ad ognuno: erba per lo più secca, mista a foglie a loro volta secche, terra smossa, tutti colori spenti. Quel che si trova di norma in campagna o in montagna (in quel posto sono circa 900 metri di altitudine) in questo periodo dell’anno, di inverno che vede già prossima la fine, anche se ogni tanto può ancora fare freddo, specialmente di mattina presto, e di sera, quando cala il sole. Quel giorno c’era il sole, la strada lo prendeva da sud, la temperatura era mite, perciò questa fioritura esplosiva di primule, anche piuttosto in anticipo rispetto alla norma (ma già da qualche settimana le temperature si sono alzate sensibilmente). E comunque, il contrasto fra ogni mazzetto e ciò che gli stava intorno era davvero forte, e io era come se mi sentissi impreparato all’esperienza, non mi aspettavo di vedere tutte quelle primule, molto probabilmente sbocciate proprio quel mattino, o il giorno prima, quasi sfacciatamente, come invasori giunti dal cielo all’improvviso, proditoriamente, per coglierci di sorpresa, disarmati.

La primula è, notoriamente, il primo fiore dopo l’inverno, preannuncia la primavera, il suo stesso nome lo dichiara. Spesso spunta dopo una nevicata – quando la neve comincia a ritirarsi, sciogliendosi –, come è avvenuto infatti nella zona in cui mi trovavo, dove ce n’era stata una, lieve, all’inizio della settimana. Perciò credo che per chi abita lì l’apparizione di tutti quei mazzetti sia apparsa come del tutto naturale, senza suscitare una particolare sorpresa, né provocare alcuno spiazzamento. Sarà stata seguita nel suo evolversi, dai primi sparsi mazzetti, spuntati qua e là, fino ad arrivare alla situazione di quel giorno, a quella invasione, come era apparsa a me che sono capitato lì venendo dalla città grigia e ancora piuttosto fredda, soprattutto al mattino, dove invece la neve non era caduta.

(notizie dall’esilio /17)

Pubblicato in post

cantare la Marsigliese a Casablanca

Ho recentemente rivisto, dopo tantissimi anni – questa volta dopo averlo scaricato da un sito online –, Casablanca, commuovendomi spesso, come è, se non proprio giusto, sicuramente inevitabile, o quasi. Ma ci sono tante cose piuttosto interessanti nel film.
Chi ha buona memoria potrebbe ricordare che di Rick-Bogart qualcuno dice a un certo punto che, oltre a partecipare alla guerra in Spagna nel ’36, vendette armi ai cinesi, in guerra contro il Giappone. Il giorno dopo, scorrendo la pagina wikipedia dedicata al film, ho scoperto che non è vero, lui bensì vendette armi agli etiopi resistenti all’esercito italiano, che fece quel che fece là, come si sa. Ma nel doppiaggio italiano la cosa viene nascosta, con la mistificazione di cui sopra; inoltre, Ferrac, il bieco profittatore del Pappagallo Blu, che lucra sulle sventure degli espatriati, si chiamerebbe bensì Ferrari… e l’ufficiale italiano che all’arrivo del gerarca tedesco si profonde in disgustosi inchini, dichiarandosi pronto a tutto per lui, bene, quella scena in Italia venne tagliata. Ora, se si pensa che in Italia il film, realizzato nel 1942 e proiettato quindi un po’ ovunque, uscì nel 1946, allora ci si rende conto che lo schifo attuale, degli ultimi svariati decenni, c’era già allora, e anche potente, un solo anno dopo la caduta del fascismo.
Casablanca è un film che visto adesso, nel pieno di un allucinante momento storico per l’Italia, fa uno strano effetto; perciò soprattutto mi sono commosso, di quando in quando, l’altra sera rivedendolo. Anche – lo ammetto – nella celebre scena dei due inni contrapposti, con la Marsigliese che ben presto sovrasta, cantata com’è da quasi tutti nel locale di Rick, l’inno tedesco che un gruppetto di ufficiali della Gestapo, alquanto ebbri, aveva intonato alzandosi in piedi. La Marsigliese l’hanno cantata in tanti – si potrebbe quasi dire, cani e porci – a partire da quando venne composta, circa 230 anni fa (esattamente il 23 aprile 1792, stando a wikipedia) in piena Rivoluzione Francese. Ma certamente nacque bene, e crebbe altrettanto bene quando, con un testo un po’ modificato, divenne la Marsigliese della Comune, nel 1871; quello stesso testo, con un’altra musica, diventò L’Internazionale, e la musica originaria, di nuovo con un testo diverso, fu anche usata per la Marsigliese dei Lavoratori, inno dell’anarchia. Molto più recentemente, l’attacco di All You Need Is Love, celebre canzone dei Beatles, è proprio quello della Marsigliese.
Infine, bisogna sapere che – di nuovo, grazie wiki! – negli anni in cui la Francia fu occupata dai tedeschi, durante la II guerra mondiale, essi ne vietarono l’esecuzione, quindi quel che avviene a quel punto del film (anche se Casablanca, formalmente, pur trovandosi sotto il controllo di Vichy costituiva una specie di zona franca, dove la Germania non avrebbe potuto dettar legge come in Francia) costituisce, de facto, una trasgressione al diktat degli oppressori.
Bene quindi commuoversi un po’.

(notizie dall’esilio /16)

Pubblicato in post

Col vento

Ci sono pensieri che ricorrono in noi, ogni tanto ci passano in testa, rimanendoci più o meno a lungo. Ma non riescono mai a prendere veramente forma, sono inafferrabili, e assai facilmente svaniscono, pur continuando ad aleggiare, non visti, da qualche parte dentro di noi. Hanno bisogno di trovare le condizioni adatte, deve venire il momento giusto, ovvero noi dobbiamo arrivare a un punto dal quale poterli finalmente mettere bene a fuoco, trattenendoli fino a farli diventare consistenti in noi. E prima o poi potrebbero venire alla luce, divenire tangibili anche per gli altri, cose, che occupano un posto, molti posti diversi, insomma in grado di esistere, e di quando in quando vivere.

Ora per noi è il tempo di vivere nascosti, di sgusciare, di stare appartati anche da certuni per i quali pure si provava affetto, stima, rispetto. Ora è tutto sospeso, indefinitamente, ma non deve essere un tempo perduto, bensì uno in cui ci si prepara a un cambiamento che dovrà per forza venire, come questo vento oggi, che fa cadere nuvole di foglie dai platani, e spazza le strade e l’aria.
Questo tempo, questo modo di viverlo, soprattutto, attiene all’invisibile, a ciò che sta nascosto, non dichiarato e non comunicabile, essendo inscritto nei corpi.

(scritto nel pomeriggio del 31 gennaio scorso – quindicesima notizia dall’esilio)

Pubblicato in post