L’estate scorsa (incontri a B.)

28 luglio, ore 17:43
30 luglio, ore 10:38
30 luglio, ore 17:59
2 agosto, ore 11:26
6 agosto, ore 11:22
6 agosto, ore 15:54
11 agosto, ore 11:53
14 agosto, ore 17:37
19 agosto, ore 17:25
19 agosto, ore 18:07
22 agosto, ore 9:59
22 agosto, ore 10:24
22 agosto, ore 10:57
27 agosto, ore 11:02
27 agosto, ore 11:07
27 agosto, ore 11:43
27 agosto, ore 12:24
27 agosto, ore 12:28

Incontri nel bosco

Quel mattino cadde ben presto preda della sua irresolutezza, e si trovò in auto andando senza convinzione, dopo aver stancamente deciso dove si sarebbe diretto. Un ripiego, scelto meccanicamente, senza neppure pensarci troppo (e poi, a che scopo? le alternative erano ben poche).
Poi arrivare là, all’imbocco di un sentiero ben noto, ogni passo, si può dire, già fatto tante altre volte in passato, l’ultima soltanto pochi mesi prima. È anche piuttosto tardi, e non avendo portato niente da mangiare sa che dovrà tornare presto, dopo aver percorso forse neppure la metà della camminata, diversamente da tutte le altre volte. Si sente un imbelle, un senso di delusione, perfino di disgusto, lo invade, togliendogli quasi ogni interesse in quel che sta facendo, e che avrebbe fatto.
Eppure lì, quel giorno, doveva accadere, quei momenti impensati, inattesi, ma come preparati dai primi incontri con esemplari di altre specie, più ordinari, meno ambiti; e poi quegli altri, dai colori bellissimi, che però non si possono mangiare, e nessuno li raccoglie.

loro mi hanno messo sulla via giusta, senza che me ne rendessi conto, vederli, e poi fermarmi ad ammirarli, mi ha preparato a quei due incontri.

Il sentiero, ancorché ben tracciato, è stretto, spesso troppo stretto, e ogni tanto si vede poco, a causa dell’erba alta o dei forti contrasti fra luci e ombre. Ma al di fuori c’è il bosco intricato, scomodo da percorrere, costellato di rovi, con salti improvvisi e rami bassi che si frappongono impedendo di camminare agevolmente. Lì perdersi è piuttosto facile, ci si deve muovere con cautela, misurando ogni mossa prima di compierla, già al primo passo si percepisce l’incertezza, ci si sente insicuri, si esita.

era come se mi stessero aspettando, tutti e due, soltanto io potevo arrivare lì, quella mattina, oppure mai, perché già il giorno dopo sarebbe stato troppo tardi, perduto il loro fulgore discreto, la loro forza trattenuta, appena dissimulata; gli animaletti del sottobosco, lumache soprattutto, li avrebbero mangiati.

Sporgevano, con uno strano mix di fierezza e discrezione, dal fitto spessore del sottobosco: la loro forza, crescendo, deve essere irresistibile, tirano su erba, ramoscelli, anche piccole pietre se ce ne sono. Tutti e due li aveva presentiti, attimi prima di vederli una sensazione breve ma intensa lo ha avvertito e così si è diretto, finalmente risoluto, là dove aveva vagamente intuito che ne avrebbe potuto trovare almeno uno, oltre una soglia. Aveva subito capito che quella, quelle, erano soglie per entrare nei due luoghi dove li avrebbe trovati, due piccole radure irregolari, relativamente sgombre di rami e rovi.

il primo era sul pendio a circa 130 cm di altezza rispetto al punto in cui mi trovavo quando l’ho visto; il secondo appena un po’ più in alto, direi 150 cm; non erano in basso, ma a un’altezza umana, così non dovevo piegare la testa per vederli, e loro stessi potevano vedermi bene.
perché, ne sono certo, mi stavano aspettando.

Sono stati momenti, pur nella loro brevità, intensi e galvanizzanti, che lo hanno riempito, e rimarranno in lui ancora per diversi giorni.

percepisco ancora quella sensazione, o quantomeno me la ricordo ancora bene.

Una volta trovati, stare lì a lungo, senza neppure più guardarli, se non per pochi attimi di quando in quando; basta essere lì, a pochi passi, sapere che ci sono: questo soltanto conta.
Ora è al centro del mondo, e quel punto coincide con il suo proprio centro, per una volta.

sì, rimanere lì calmi, rilassati, senza alcuna fretta, perché quello è il posto, finalmente ci sono arrivato, e non c’è fretta di fare l’ultimo gesto, staccarli, prima uno poi l’altro, dalla terra, con delicatezza ma anche forza, per farli uscire integri.

Un gesto ben meditato, preparato, e vissuto con intensità, indimenticabile: una mano per afferrare il grosso e forte gambo, l’altra per facilitare il distacco dalla terra.

prima, per qualche minuto, la silenziosa attesa di quel breve gesto, ma senza troppo pensarci, perché sapevo che sarebbe avvenuto con naturalezza, senza neppure deciderlo, così tutta la sua intensità sarebbe stata percepita, per pochi istanti di assoluta pienezza.

Dopo, tenerli in mano è come tenere in mano la propria vita, con una sicurezza che è altrettanto forte quanto labile, perché non può che durare poco. Ma dopo sarà lungamente ricordata.

[revisione del 19-20 settembre 2022]

Incontri (nel bosco)

Quel mattino caddi ben presto preda della mia irresolutezza, e mi trovai in auto andando senza convinzione, dopo aver stancamente deciso dove mi sarei diretto. Un ripiego, scelto meccanicamente, senza neppure pensarci troppo (e poi, a che scopo? le alternative erano ben poche).

Arrivare là, all’imbocco di un sentiero ben noto, ogni passo, si può dire, già fatto tante altre volte in passato, l’ultima soltanto pochi mesi prima. È anche piuttosto tardi, e non avendo portato niente da mangiare dovrei tornare presto, dopo aver percorso forse neppure metà della camminata, diversamente da tutte le altre volte. Mi sento un imbelle, un senso di delusione, perfino di disgusto, mi invade, togliendomi quasi ogni interesse in quel che sto facendo, e che avrei fatto.

Eppure lì, quel giorno, doveva accadere, quei momenti impensati, inattesi, ma come preparati dai primi incontri con esemplari di altre specie, più ordinari, meno ambiti; e poi quegli altri, dai colori bellissimi, che però non si possono mangiare, e nessuno li raccoglie: loro mi hanno messo sulla via giusta, senza che me ne rendessi conto, vederli, e poi fermarmi ad ammirarli, mi ha preparato a quei due incontri.

Il sentiero, ancorché ben tracciato, è stretto, spesso troppo stretto, e ogni tanto si vede poco, a causa dell’erba alta o dei forti contrasti fra luci e ombre. Ma al di fuori c’è il bosco intricato, scomodo da percorrere, costellato di rovi, con salti improvvisi e rami bassi che si frappongono impedendo di camminare agevolmente. Lì perdersi è piuttosto facile, ci si deve muovere con cautela, misurando ogni mossa prima di compierla, già al primo passo si percepisce l’incertezza, ci si sente insicuri, si esita.

Era come se mi stessero aspettando, tutti e due, soltanto io potevo arrivare lì, quella mattina, oppure mai, perché già il giorno dopo sarebbe stato troppo tardi, perduto il loro fulgore discreto, la loro forza trattenuta, appena dissimulata. Gli animaletti del sottobosco, lumache soprattutto, li avrebbero mangiati.

Sporgevano, con uno strano mix di fierezza e discrezione, dal fitto spessore del sottobosco, la loro forza, crescendo, deve essere irresistibile, tirano su erba, ramoscelli, anche piccole pietre se ce ne sono.

Tutti e due li avevo presentiti, attimi prima di vederli una sensazione breve ma intensa mi ha avvertito e io mi sono diretto, finalmente risoluto, là dove avevo vagamente intuito che ne avrei potuto trovare almeno uno, oltre una soglia. Sì, ho subito capito che quella, quelle, erano soglie per entrare nei due luoghi dove li avrei trovati, due piccole radure irregolari, relativamente sgombre di rami e rovi.

Il primo era sul pendio a circa 130 cm di altezza rispetto al punto in cui mi trovavo quando l’ho visto; il secondo appena un po’ più in alto, direi 150 cm. Non erano in basso, ma a un’altezza umana, così non dovevo piegare la testa per vederli, e loro stessi potevano vedermi bene. Perché ne sono certo, mi stavano aspettando.

Sono stati momenti, pur nella loro brevità, intensi e galvanizzanti, che mi hanno riempito, e rimangono ancora oggi, dopo diversi giorni, indimenticabili: percepisco ancora quella sensazione, o quantomeno me la ricordo ancora bene.

Una volta trovati, stare lì a lungo, senza neppure più guardarli, se non per pochi attimi di quando in quando; basta essere lì, a pochi passi, sapere che ci sono: questo soltanto conta.

Ora sono al centro del mondo, e quel punto coincide con il mio proprio centro, per una volta.

Sì, rimanere lì calmi, rilassati, senza alcuna fretta, perché quello è il posto, finalmente ci sono arrivato, e non c’è fretta di fare l’ultimo gesto, staccarli, prima uno poi l’altro, dalla terra, con delicatezza ma anche forza, per farli uscire integri. Un gesto ben meditato, preparato, e vissuto con intensità, indimenticabile: una mano per afferrare il grosso e forte gambo, l’altra per facilitare il distacco dalla terra.

Prima, per qualche minuto, la silenziosa attesa di quel breve gesto, ma senza troppo pensarci, perché sarebbe avvenuto con naturalezza, senza neppure deciderlo, così tutta la sua intensità sarebbe stata percepita, in pochi istanti di assoluta pienezza.

Dopo, tenerli in mano è come tenere in mano la propria vita, con una sicurezza che è altrettanto forte quanto labile, perché non può che durare poco. Ma dopo sarà lungamente ricordata.

[in laboratorio / miscelllanea la versione revisionata di questo testo]

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Patrice Carré: Trittico simultaneo trifonico

Quarto numero della collana la nostra musica, stampato su carta usomano avoriata e righettata nel mese di giugno 2022 nelle due versioni, quella originale in francese e quella tradotta in italiano. Ogni versione è stata stampata in 20 copie (+ quattro) e consta di 20 pagine compresa la copertina, nel formato (chiuso) cm 13 x 19. Entrambe contengono un’immagine fuori testo in b/n, dello stesso autore.
Questa è la seconda pubblicazione del testo, facendo seguito a quella del 1999, sul numero 1 della rivista Humoir. È anche la sua prima pubblicazione in un’altra lingua. La traduzione in italiano è stata curata da Giuseppe Furghieri e Carlo Fossati.

Perché non dimenticare

Penso e dico anche spesso che questi ultimi due anni e mezzo sono stati i peggiori della mia vita – delle nostre vite – e a volte mi sembra di esagerare. In fondo, la mia salute è stata sempre piuttosto buona (a parte il periodo fra fine giugno e metà luglio circa), così quella dei miei familiari. Ma no, non esagero, e devo stare attento a non lasciarmi convincere, da me stesso o da chiunque, che invece sì, io stia esagerando. Basta che ci ripensi un attimo: quella sensazione di minaccia costante, da parte di un’entità non ben definibile – non certo il famigerato virus, a parte i primissimi tempi, nella primavera del 2020 – e poi la rassegnazione, che percepivo ovunque, quindi anche in me stesso, quel senso di fine ormai inevitabile («niente sarà mai più come prima», «ci vorranno anni prima che se ne esca») o quantomeno di futuro impedito, di perdita di tutte le qualità che rendono la vita degna di essere vissuta. Ecco, tutto questo non è avvenuto per caso, qualcuno si è fatto in quattro perché certi pensieri, dopo averci assillato, pian piano ci avvelenassero; qualcuno ha soffiato sul fuoco, ha stabilito ben presto, e perentoriamente, che il paese, anzi il mondo intero, fosse sotto attacco da parte di un morbo che si affermava (falsamente) essere incurabile, e tutti fossero obbligati a combattere questa entità invisibile. Sui vari media bene orchestrati dai centri di potere , menzogne su menzogne, ogni giorno, ogni ora, ogni attimo di ogni giorno, si accumulavano formando strati spessi e coriacei, che ottundevano la vista e il senno di tante, troppe persone. La determinazione ferma e costante a convincere tutti, perfino i bambini, di essere colpevoli, soggetti oggettivamente pericolosi, da controllare in tutti i modi, la cui libertà di movimento doveva essere fortemente limitata: un gioco perverso, in perfetta malafede, volto a rovesciare i termini della questione, scaricando su degli incolpevoli le proprie responsabilità. Con questo comportamento, determinate persone trovatesi – spesso impropriamente, se non addirittura proditoriamente – a ricoprire ruoli molto delicati, di effettivo potere decisionale, si sono dimostrate assolutamente inette e inaffidabili, venendo meno al compito che si erano impegnati a svolgere nel miglior modo possibile, per il bene della comunità. In una tale atmosfera, che pervadeva tutti gli aspetti della vita, quella in comune (peraltro sempre più limitata e in buona parte impedita) e quella individuale, era molto difficile conservare la propria serenità, il proprio equilibrio, la stessa voglia di vivere, se non a prezzo di uno sforzo immane e costante.
Perciò io non voglio, non posso e soprattutto non devo dimenticare: mi è stato fatto un danno molto grave, ci è stato fatto, a tutti, anche a chi pare non rendersene conto, e ciò è imperdonabile. Sono convinto che ci siano delle responsabilità ben precise, e qualcuno dovrebbe pagare (anche se dubito fortemente che possa accadere, se non in minima parte). Soprattuto, rimediare al danno fatto è praticamente impossibile, due anni e mezzo sono lunghi – e sono parsi ancora più lunghi, perché si è fatto in modo che ogni speranza nel domani, in un cambiamento, ci fosse tolta per sempre.

Ma tutto questo non sarebbe potuto succedere senza la connivenza – consapevole o meno, conta relativamente – della gran parte della popolazione, che non soltanto ha creduto alle menzogne e obbedito agli ordini (fin qui si è nell’alveo della – libera o meno – scelta personale) ma ha guardato prima con sospetto, poi con disapprovazione, infine, molto spesso, con una vera e propria ostilità, agli altri, quelli che non ci credevano e hanno fatto perciò una scelta diversa. Poi, col crescere esponenziale della discriminazione da parte del potere nei confronti dei dissidenti, gli obbedienti, chi scuotendo a testa chi alzando le spalle, hanno minimizzato l’entità dei fatti, fingendo di non accorgersi dell’enormità di quanto stava accadendo: l’oggettiva criminalizzazione di una parte della popolazione, spesso conoscenti, perfino amici, persone oneste e responsabili, per lo più, che sono state da quei molti abbandonati al loro destino di emarginazione e disprezzo sociale. Questa bruttissima cosa era già successa, anche in questo paese un po’ di anni fa, e, pur facendo le debite proporzioni, è ugualmente disgustosa, indegna di una persona onesta e responsabile: io spero che qualcuno, ora, si vergogni del suo comportamento, che si renda conto, sia pure in ritardo. Ma, anche in questo caso, dubito che accadrà, a parte qualche lodevole eccezione, perché dimenticare è uno dei grandi vizi di questo popolo, non soltanto di questo, anche di altri, ma di questo in particolare: credo di avere l’età e la consapevolezza (acquisita direttamente o in via mediata, attraverso esperienze altrui di cui sono venuto a conoscenza) per poter fare questa affermazione.

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Un’estate a B.

(apparizioni e altro)

Stavo salendo da San Lorenzo, sul tratto di strada che porta fino alla chiesa, quando vedo davanti a me, a qualche decina di metri, un’auto rallentare e poi fermarsi. Rallento a mia volta, e improvvisamente appare alla mia sinistra, scendendo a rotta di collo dal pendio, un capriolo, che mi taglia la strada – ma io ero quasi fermo – e si dirige in linea retta non so bene in quale direzione, perché da quella parte non ci sono, nelle immediate vicinanze, i boschi fitti che immagino questi animali prediligano. Forse si era trovato in mezzo alla mandria di mucche che pascola lì sopra, si sarà inquietato (poteva esserci anche un cane) e avrà soltanto pensato a fuggire, rischiando anche grosso.
L’ho visto per qualche istante, è passato a cinque o sei metri da me, e sono sicuro, ora, che si tratta dello stesso capriolo disegnato una volta da Beuys. Credo si tratti di un acquerello, ce l’ho a casa riprodotto su una cartolina – non vedo l’ora di riaverla fra le mani –, un lavoro dei primi tempi di B., che usò un tono ocra rossa. È un disegno molto bello, vi si vede l’animale vivo: probabilmente anche Beuys lo vide apparire all’improvviso mentre fuggiva (nella stessa direzione, da sinistra verso destra, scendendo) e l’immagine, fortissima e fugace, si impresse nella sua memoria con grande vividezza, per sempre.

Dopo poco meno di mezz’ora, arrivato al colle della Vaccera, ho fatto una breve camminata – l’idea era di aumentare un poco la difficoltà e la durata, per superare questa fase di debolezza fisica che dura ormai da troppo tempo – lungo la strada sterrata a mezza costa sulla val d’Angrogna, sotto il Monte Servin. Si sarebbe rivelata come forse una delle più spiacevoli di sempre, a mia memoria: oltre al caldo quasi insopportabile, davvero anomalo per quei luoghi, soprattutto a quell’ora (fra le 9.30 e le 11), sono stato tormentato, continuamente e senza poter fare molto per difendermi, da nugoli di mosche che mi ronzavano attorno e si attaccavano ovunque, sia che camminassi sia che, di quando in quando, mi fermassi in una rara zona d’ombra. È stata un’esperienza davvero sgradevole, al ritorno, in leggera discesa, correvo quasi, per sfuggire alle mosche, ma invano1. Ogni tanto pensavo al protagonista di Sotto il vulcano, di cui ho soltanto visto una versione cinematografica, di John Huston. Chi ha visto il film credo capirà a quale scena mi riferisco.

Un giorno, stavo andando in auto verso San Lorenzo, e sono arrivato all’imbocco di un breve rettilineo prima di una curva a gomito, un tratto di strada sovrastato dalle chiome di molte piante, quindi sempre in ombra. D’estate poi, quando c’è il sole, il contrasto fra l’ombra di quel tratto di strada e l’intensa luce prima e dopo è fortissimo. Ero appunto appena entrato in quell’ombra quando vedo, a circa cinquanta metri da me, appena prima della curva (quindi della luce più intensa) una sagoma scura che si infila nella macchia a destra della strada, in forte pendenza. Penso che potrebbe appartenere a un cane di taglia abbastanza grande (ce ne sono, da queste parti, che vanno in giro da soli), ma non ne sono del tutto convinto, e istintivamente rallento, quasi fermando l’auto (da queste parti non si va mai troppo velocemente, la strada è stretta, con molte curve), raddoppiando la mia attenzione e come in attesa di qualcosa. Sono ormai a meno di dieci metri dalla curva quando vedo un piccolo capriolo (questo lo vedo bene, non ci possono essere dubbi) che attraversa la strada, sulle tracce dell’altro – che evidentemente non era un cane. Ripartendo, mi giro per un attimo verso la macchia e vedo, a pochi metri dalla strada, la sagoma quasi nera del giovane capriolo che, immobile, mi sta guardando, palesemente incuriosito.
[scritto parecchio tempo dopo gli altri due, oggi è il 29 agosto; il fatto risale a un paio di settimane fa]

La scorsa settimana [oggi è il 29], mentre camminavo verso Serre – la solita passeggiata, l’avrò fatta una dozzina di volte almeno – ho scorto, in alto alla mia sinistra, sul limitare del bosco dopo un pendio piuttosto ripido, sgombro di piante, una volpe. Non si è accorta della mia presenza, forse anche perché è molto concentrata seguendo una pista, col naso quasi attaccato al suolo. La osservo per qualche secondo, prima che si infili nel bosco: non è molto grande – diciamo come un cane di taglia medio-piccola – ma ha una coda lunghissima, lunga quasi quanto il corpo, muso compreso.

Scaramuccia – molto probabilmente per ragioni di dominio territoriale – fra due cornacchie e un rapace (gheppio?) in un luogo aperto non lontano dalla casa in cui abito. Il rapace era in difficoltà, non sapeva come sottrarsi all’attacco, fra giravolte, brevi picchiate e bruschi cambi di direzione: l’altro uccello – perché nel frattempo una delle due cornacchie si era chiamata fuori – non mollava mai. A un certo punto sono volati oltre le piante più alte alla mia sinistra, dove non potevo più vederli. Ma dopo un paio di secondi ho udito delle strida, piuttosto acute, e credo proprio fosse il verso del rapace, ormai soccombente.

Stamattina [30 agosto], per qualche motivo, ho deciso di imboccare una via di Torre Pellice che non conoscevo proprio, vicina al centro del paese ma nello stesso tempo defilata, e priva di attrattive evidenti. Mentre camminavo sono stato attratto da un forte stridere, suono che è inevitabile, almeno per me, associare immediatamente alle rondini, anche quando non si possono vedere (magari perché ci si trova in casa). Su un lato della via, oltre un piccolo cortile, c’è un caseggiato abbastanza alto, almeno quattro piani, direi, con una forma simmetrica, come si cominciò a farne negli ultimi decenni del secolo scorso. La parte centrale, la più ampia, ha in alto, sopra l’ultimo piano, una specie di timpano verticale, alto alla sommità circa quattro metri, direi, e largo forse una decina; ai lati, due specie di ali assai più ridotte, e anche più basse di quella centrale. La facciata della casa è rivolta a sud, ci batteva il sole a quell’ora (anche piuttosto caldo, dopo la pioggia) e lì, soprattutto davanti al timpano, volavano vorticosamente moltissime rondini. Sotto la grondaia si vedevano molti nidi, dai quali entravano e uscivano le rondini, ma la cosa veramente strana, che ci ho messo qualche secondo a capire, era quel che facevano molte altre rondini, probabilmente sprovviste di nido. Erano attaccate, non riuscivo nemmeno a capire bene come, alla parete, quindi in verticale, al modo di certi ungulati, soprattutto stambecchi e camosci, quando si spostano con assoluta calma e noncuranza su pareti rocciose a picco, o sulle altissime pareti di qualche diga. Si appoggiano, con le loro zampe dalla forma particolare, perfette per la bisogna, ad ogni minima sporgenza, perché ce ne sono, anche se non visibili da lontano, osservando dal basso. Ma le rondini? Evidentemente la parete doveva essere stata intonacata con quella modalità, diciamo ‘rustica’, che si utilizzava spesso nelle case del secolo scorso: ‘grotoluta’, si usa dire, ovvero scabra, non appiattita e neppure liscia, ma piena bensì di piccolissime sporgenze irregolari, sufficienti comunque a sostenere l’infimo peso di una rondine, che ci si aggrappa con le sue zampine, per diversi secondi, fors’anche un minuto.
Non avevo mai visto niente di simile, mi sono quindi soffermato in quel tratto di strada a naso in su per qualche minuto.

Il luogo in cui ho assistito, giorni fa, all’inseguimento del rapace da parte di una cornacchia è forse il mio preferito di questa lunga estate. Si trova poche centinaia di metri dopo la borgata Serre, sulla strada verso Buonanotte, sul lato sinistro della strada. Lì, appena prima dell’ingresso di una proprietà (due belle case in pietra affiancate) c’è un vecchio ciliegio, piuttosto grande, che proprio accanto, attaccato al suo tronco si può dire, ha un bellissimo, e forse perfin più vecchio, bosso, uno dei pochi, qui e altrove, scampati a certi parassiti che hanno decimato la specie; proprio lì qualcuno, penso molto tempo fa, ha sistemato due sedute. Sono state, ognuna, ricavate da un tronco, e modellate con due soli tagli di sega, uno verticale e uno orizzontale; molto simili, ma anche diseguali, una dallo schienale più basso, ma dalla seduta più ampia, e una invece più stretta ma con lo schienale più alto. Insieme semplici e sofisticate, ovvero frutto di un lavoro mentale piuttosto evoluto (i reciproci rapporti fra misure di seduta e schienale lo stanno a dimostrare, a mio parere), e anche rischiarato dalla poesia, o forse dall’amore, sono state messe in modo tale, affiancate, a una distanza di circa un metro una dall’altra, da permettere a chi ci si siede una vista fra le più belle di questa valle, verso il basso, dove si trova un gruppo di case dai tetti in pietra, oltre un prato in pendenza dall’erba sempre rasata e costellato di alcune piante da frutto. Dietro le case, un bosco, e dietro ancora la montagna sull’altro versante della valle, fittamente boscosa, con pochissime case – è il versante a mezzanotte, più umido e freddo. Fra i due versanti, laggiù in basso, invisibile ma ben udibile, il torrente che dà il nome alla valle.
Mi sono spesso fermato lì, quasi sempre da solo, per prendere fiato durante una passeggiata (per quasi un mese sono stato convalescente, ero debole, e nelle ore centrali della giornata, fino a metà agosto, faceva molto caldo) e intanto guardare il panorama, così bello e rasserenante. I momenti più belli, forse, quelli in cui la mia sosta coincideva con i battiti del campanile della chiesa poco lontana, sempre due volte ogni ora: un minuto prima dello scoccare e un minuto dopo. Ma ricordo anche alcune conversazioni telefoniche, con qualche amico o una persona cara: facevo sempre in modo da trovarmi lì a una certa ora, quando avrei chiamato qualcuno o ne sarei stato chiamato. La strada carrozzabile, che passa proprio vicino alle sedie, non è mai trafficata, giusto un’auto, o un trattore, ogni tanto, così si può parlare a voce normale, senza il bisogno di alzarla: proprio come se ci si trovasse insieme lì, seduti ognuno su una delle due sedie, conversando mentre guardiamo il paesaggio.

1 Oggi dopo le 17.30 ha piovuto con una certa intensità, sia pure brevemente, e il cielo è ancora coperto; viene così spiegata l’abnorme abbondanza di mosche fastidiosissime durante la passeggiata di stamattina: come mi ha rammentato un amico poco fa, il fenomeno prelude sempre ad eventi temporaleschi, presentiti dagli insetti, che probabilmente faticano a volare normalmente nell’aria che si sta ‘ispessendo’.

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in prigione

Da tempo si è abituato a vivere come un carcerato. Della sua prigione ha la chiave, ne può uscire quando vuole. Ma lo fa raramente, perché ogni volta si accorge che uscire da lì vuol dire entrare in una prigione ancora più grande, e soprattutto meno sicura di quella, dove pure non si sente del tutto protetto dai pericoli. Quando esce, prova subito un senso di sollievo, di apertura e di ampiezza, ma dopo un po’ deve rientrare, ha bisogno di sentirsi di nuovo al sicuro, o meno esposto al pericolo. Poi, dopo qualche tempo, di nuovo il bisogno di uscire, anche se sa che sarà sempre così, sentirà sempre, dopo, il bisogno di tornare dentro al più presto possibile.

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La salita

stiamo salendo faticosamente verso la cima, sudando e tremando, con passi lenti, cuore in gola, respiro affannoso, paura e rabbia; ricordi si alternano con apparizioni e visioni in un vago intermittente fulgore, mentre una musichetta ossessiva ci risuona in testa incessantemente

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Far parte di una minoranza

Da quando sono qui a B. (più di due mesi, saltuariamente, con una assenza piuttosto lunga fra giugno e luglio) ho letto diversi libri, ma sono stato preso soprattutto da due di Vitaliano Trevisan e uno di Thomas Bernhard. Autori che si somigliano per tanti motivi, soprattutto perché si tratta di due isolati (o eccentrici): per scelta deliberata, direi, Bernhard, mentre quella di Trevisan parrebbe piuttosto una scelta quasi obbligata, o comunque condizionata, in buona parte, da certe sue patologie. Mi sono trovato bene con loro, e se per quanto riguarda lo scrittore austriaco è qualcosa di scontato, una certezza mai smentita anche quando, come stavolta, prendo in mano un libro per me del tutto nuovo (Antichi Maestri), nel caso di T., che leggo soltanto da pochi mesi, e sono arrivato finora a tre libri, più un testo apparso su un’antologia, ormai anche con lui mi trovo a casa, a mio agio in situazioni narrate che sono tutt’altro che piacevoli, per nulla consolatorie (sicuramente, non nelle intenzioni), e che molto probabilmente distoglieranno dalla lettura dei suoi libri moltissime persone. Anche questo aspetto lo accomuna a Bernhard, e accomuna il sottoscritto ad entrambi: perché io mi appassiono alla lettura di certi libri, che penso proprio piacciano a pochissime persone, testi scomodi, duri, senza compromessi, quasi sempre molto lucidi, che provano a smascherare la realtà fittizia che ci circonda, quella accettata da quasi tutti, che ci credono, forse, oppure semplicemente la accettano così, senza fare alcun tentativo serio per prenderne le distanze, men che meno provano a cambiarla. Ecco il punto cruciale: noi vediamo, siamo del tutto convinti di vedere, qualcosa che altri non vedono, e di questa specie di privilegio (?) non possiamo certamente vantarci, perché questa condizione, la capacità di vedere oltre le maschere e gli schermi, ci fa soffrire, nello stesso momento in cui – e qui parlo per me, e credo anche per Trevisan, come lettore di Bernhard – la lettura di questi testi così duri e spietati ci piace, addirittura ci appassiona, e ci fa sentire meno soli, vicinissimi a chi li ha scritti. Ma questa vicinanza – che è peraltro qualcosa di evanescente, di effimero, proprio perché viene stabilita indirettamente, per mezzo di un testo – corrisponde a una lontananza sempre maggiore rispetto a quasi tutti gli altri, le persone che compongono l’umanità di cui facciamo parte ora, mentre siamo vivi.
Me ne rendo conto spesso in questi giorni in cui, dopo più di due anni di isolamento quasi assoluto, quasi sempre in casa1, ma in ascolto, sempre pensandoli, tutti gli altri là fuori, lontani, sempre più lontani, in questi giorni, dicevo, da un paio di mesi o poco meno, passo molto più tempo fuori casa, incontro persone, conosciute o meno, parlo con loro, e così emergono talvolta, nei discorsi come negli atteggiamenti, le differenze fra noi, sempre più marcate, e una lontananza sempre maggiore. Ma una vicinanza si può creare, anche abbastanza spesso, e facilmente, con persone comuni, semplici – penso soprattutto ai contadini che vendono le loro cose al mercato nel paese a fondovalle, due volte alla settimana. Si tratta di relazioni molto ‘fisiche’, nel senso che non si parla di argomenti impegnativi, sopra di noi, lontani, bensì di cose, cose che si toccano, che ci stanno davanti, nelle quali loro, e io stesso, ci riflettiamo, loro per l’orgoglio di averle fatte crescere bene, io per il piacere che provo guardandole mentre anticipo il momento in cui le metterò in bocca, gustandone il sapore. Oppure si incontra qualcuno che mostra i manufatti che ha creato con destrezza e amore, li mostra con ben dissimulata fierezza e volentieri lo premiamo acquistandone uno, quello subito notato fra i tanti2.
Altrimenti, quando ci si trova seduti casualmente, estranei fino a pochi minuti prima, alla stessa tavola, è bensì molto facile che si parli d’altro, e l’attenzione si distolga da quel che abbiamo lì davanti, cibo da mangiare, acqua o vino da bere. Una situazione del genere si può verificare in un cosiddetto rifugio, molto facilmente se si è soli, e mi sta capitando abbastanza spesso in questo periodo. Così mi accorgo spesso di quanto diversi siamo, quasi sempre, io e gli altri, perché io non leggo più giornali da almeno un paio d’anni, non guardo televisione da decenni, non mi adeguo ai comportamenti della maggior parte delle persone – la cosiddetta massa – e perciò non ci capiamo, molto spesso, se non proprio sempre. Comportamenti, parole (mutuati, queste e quelli, dai vari media, iper-invasivi), tutto ciò che unisce molte di queste persone le divide da me, e mi divide da loro, perché io sono diverso, non c’è niente da fare, non so adattarmi, non ne sono mai stato capace, già da bambino (quindi la mia età avanzata c’entra fino a un certo punto, ne sono certo), gli esempi sono innumerevoli. Insomma, io faccio parte della minoranza di questo paese, tutti quelli che non si adeguano, che non possono proprio farlo – non è neppure una vera e propria scelta, alla fine – e che perciò si staccano dalla maggioranza, e da quelli, quando capita che si scambino chiacchiere su certi argomenti, vengono guardati con sospetto, diffidenza, se non, talvolta, proprio male, quasi come dei nemici, persone potenzialmente pericolose per la comunità. Oppure con sufficienza, come davanti a qualcuno che è fuori dal tempo, un retrogrado, che non usa lo stesso gergo attuale, e soprattutto non utilizza gli stessi strumenti, penso ai cosiddetti smartphone, ai bastoncini per camminare, agli auricolari mentre si corre (o anche soltanto camminando in città), alle biciclette cosiddette assistite quando si pedala. Strumenti che io non posso fare a meno di considerare come altrettante protesi, che qualcuno ha inventato, spesso creandoli dal nulla, riuscendo a convincere tanti, quasi tutti, ad acquistarli e usarli come qualcosa di indispensabile, anche se fino a pochi anni fa non esistevano, e si comunicava, all’occorrenza, con mezzi molto più ‘primitivi’, senza l’assillo di farlo subito, o al più presto possibile. Si camminava, allora, senza attrezzi (al massimo un bastone, magari raccattato in situ all’inizio della passeggiata e buttato via alla fine) e si correva senza l’obbligo, auto-imposto, di ascoltare musica, che copre i rumori e i suoni della realtà che ci circonda mentre corriamo, perfino mentre camminiamo, correndo così, inevitabilmente, anche dei rischi. Per quanto riguarda poi certe biciclette – se ancora esse si possono considerare tali – già soltanto la definizione ‘assistite’, non può non far pensare all’assistenza sanitaria, o a quella sociale, è un termine inquietante nella sua chiarezza, perché dice in modo inequivocabile di che cosa si tratta: qualcosa che ci assiste anche quando siamo sani, che ci allevia la fatica e ci fa sentire, illusoriamente, molto forti; così si va un po’ ovunque, senza più tenere troppo in conto i nostri limiti fisici, quelli che ognuno ha, che tutti ci definiscono, ognuno in un certo modo. Ma quello che a me pare anche, e soprattutto, preoccupante è il fatto che l’abuso, diffusissimo, di certi strumenti, limita oltremodo la già assai ridotta capacità delle persone di usare tutti i propri sensi, e non soltanto quello della vista3 (e, in misura minore, quello dell’udito); ciò che, inevitabilmente, potrebbe rapidamente portare a una loro oggettiva menomazione – in senso letterale –, rendendole (ma forse è già così, da tempo) schiave di tali strumenti, incapaci di rinunciarvi. Così come un invalido, ad esempio qualcuno a cui è stata amputata una gamba, non potrà mai più camminare senza servirsi di due stampelle, o, appunto, di una protesi. Una persona che, senza averne un reale bisogno, si trova in tali condizioni di dipendenza da certe sofisticate protesi non è più libera, ma è anzi, lo voglia o meno, oggettivamente esposta al concreto pericolo di una manipolazione dall’esterno, attraverso il controllo remoto di questi strumenti, che non le appartengono, ma dai quali viene piuttosto usata, con un rovesciamento di senso che era stato evidenziato magistralmente da Ivan Illich decenni fa, con la sua intuizione dell’eclissi dell’utensile, la cui funzione, e dipendenza, dalla persona che lo utilizza, si sta sempre più perdendo. Illich sostiene quindi che da un certo momento in poi, con la fine del rapporto uomo/utensile (gestito dal primo) sia iniziata l’era del sistema, in cui l’uomo è rappreso in una situazione di dipendenza da un agente esterno, sul quale non può esercitare alcun controllo, ma ne è bensì controllato.
Con tutto ciò, il problema (per me) è che, almeno in questo paese, io sono fra i pochi, anzi fra i pochissimi (ad esempio per quel che riguarda gli smartphone, usati ormai da quasi tutti) ad avere tali radicate riserve nei confronti di tutte queste protesi, e devo anche stare attento se mi capita di parlarne, soprattutto con qualcuno che non conosco, perché ormai sempre più tutto ciò che diverge dal pensiero (?) della cosiddetta massa4 qui viene visto o con indifferenza (atteggiamento accompagnato da un sorriso di sufficienza, e un ammiccamento, se ci sono altre persone presenti), oppure con sospetto, e perfino con una certa ostilità. Ostilità che ha raggiunto livelli davvero inauditi, e molto pericolosi, negli ultimi due anni, quando quella che doveva essere una scelta individuale responsabile, da fare dopo un’attenta analisi dei pro e dei contro, considerando anche le proprie caratteristiche fisiologiche (ciò che ovviamente avrebbe dovuto essere fatto da persone esperte, in grado di stabilire la fattibilità, e il beneficio, o meno, di certe pratiche invasive), essa divenne invece un obbligo, oltretutto imposto con forme odiose di ricatto, a cui molti furono costretti a cedere, per sopravvivere. Ebbene, tutto ciò è accaduto, in parte non ha ancora finito, non del tutto, di accadere, di fronte all’ignavia di troppi, che hanno finto di non vedere l’enormità di quanto stava accadendo, aderendo bensì alla generale isteria, consistente nel credere in asserzioni fittizie, irrazionali, e accettando limitazioni senza precedenti recenti alle libertà personali e civili, oltretutto imposte, con particolare virulenza, a chi non credeva a tali asserzioni, e quindi non ci stava. Io non ci sono stato, non ci sto, non potrei mai, e ho dovuto pagare questa mia posizione con l’isolamento, talvolta con il disprezzo, anche di presunti amici di lunga data. In tutta la mia vita, non mi ero mai reso conto come in questi ultimi due anni, due anni e mezzo, di fare parte di una minoranza, malvista dalla cosiddetta maggioranza. Prima ero intimamente convinto che il mio anticonformismo fosse una condizione privilegiata (la diversità, la rarità, di un oggetto così come di una persona, spesso impreziosiscono questa o quello), seppure scomoda, talvolta; ora ho invece capito – sono stato costretto a farlo – che può essere una condizione anche molto difficile, alla quale peraltro non si può sfuggire, perché non si è scelta: si fa o si dice quel che sentiamo di dover fare o dire, e non potrebbe essere altrimenti. Non per me, e per quelli come me, quei pochi.

Soprattutto nel cosiddetto mondo occidentale sta realmente avvenendo qualcosa di cui ancora troppo pochi, temo, si rendono conto. Ora la diversità – nell’ambito delle opinioni, prima, quindi in quello del comportamento – viene sempre più mal sopportata, anzi, combattuta con ogni mezzo lecito o meno. Ci si deve adeguare, si deve pensare, e agire, come vuole chi sta al potere (politico, economico, mediatico, anzi tutti e tre insieme, uniti) pena l’emarginazione, nel ‘migliore’ dei casi; perché altrimenti si rischiano procedimenti amministrativi, prima, e poi perfino penali, soltanto perché si pensa, e si agisce, in modo differente da quello che il potere vorrebbe, pur senza commettere alcun reato. Pochi, inoltre, scorgono enormi contraddizioni, ad esempio quando si parla di altre condizioni di diversità, riguardanti la provenienza (immigrati da paesi molto poveri e rifugiati) e l’orientamento sessuale. Così, certi raduni, ormai sempre più simili a colorate occasioni di festa e di esibizione (a somiglianza del carnevale) e altrettanto inoffensive per il potere – il quale anzi se ne appropria cercando di ottenerne un guadagno, in vari modi – che un tempo, neanche troppo lontano, venivano ostacolati e boicottati dalle autorità o da aggressive fazioni di stampo fascista, ora sono stati definitivamente legittimati, e ‘premiati’ dalla presenza di sindaci e governatori. Queste forme di diversità sono state ormai metabolizzate, e neutralizzata la loro originaria forza eversiva, di opposizione al potere, per la difesa dei propri diritti negati. Ma se si prova a fare una vera manifestazione, di vera opposizione, non vengono i sindaci a presenziare, tanto meno i governatori: viene piuttosto la cosiddetta forza pubblica in assetto anti-sommossa (definizione che dovrebbe dar da pensare: di quali sommosse si parla? una civile manifestazione, talvolta impreziosita dalla partecipazione di famiglie con bambini, è tutt’altra cosa), minacciosa, e pronta a caricare i manifestanti, e quindi ad arrestarne qualcuno, tenendoli poi in galera (o chiusi in casa con un cosiddetto braccialetto elettronico, una prigione senza sbarre), in attesa di procedure giudiziarie che in genere arrivano dopo molti mesi. Qualcosa che, quando avveniva, e avviene tuttora, in certi paesi definiti – a ragione – totalitari e nemici della libertà, veniva e viene additato, dai mezzi di comunicazione di massa, al pubblico ludibrio, mettendo in forte evidenza, che qui, da questa parte del mondo, certe cose non succedono. Invece succedono, e pochissimi paiono rendersene conto, mentre tutti gli altri, la maggioranza, tacciono o alzano le spalle, indifferenti o infastiditi quando qualcuno cerca di fargli capire che in determinati frangenti non c’è alcuna differenza, ora, fra noi e loro.

1 La mia ‘scelta’ è consistita nel crearmi un sistema di difese – soprattutto nascondendomi, come fanno gli animali – che mi permettesse quanto meno di sopravvivere, o comunque di vivere una vita in tono minore, in attesa di poter tornare a viverla nella sua pienezza. È stata la scelta del meno peggio, come si suol dire, obbligata: non vedevo alcuna alternativa (e ancora stento a vederne una, in questo paese).

2 È bene precisare che con gli abitanti della borgata in cui risiedo per tutta l’estate (e con quelli delle altre borgate nei dintorni) mi sono sempre trovato bene, a mio agio. Sono persone di buon senso, equilibrate e tranquille, che fanno una vita laboriosa ma serena; quasi sempre salutano con un sorriso chi incontrano per strada, anche gli sconosciuti (una faccia che sorride: immagine quasi del tutto scomparsa altrove, per moltissimo tempo, quasi ovunque) e non è raro che durante questi brevi incontri si scambino due chiacchiere. Da queste parti l’isteria che ha pervaso la vita nelle città in pianura, rendendole opprimenti e pressoché invivibili, credo sia sempre stata assente: io avrei voluto venire qui molto prima, sarei sicuramente stato molto meglio, ma purtroppo non mi è stato possibile.

3 Il senso dell’orientamento in particolare, se si fa caso a quante persone circolano brandendo il proprio telefono portatile ‘multifunzione’ in cerca di un indirizzo, e talvolta le si vede incerte e confuse a pochi metri da quello, e gli basterebbe fermarsi, guardarsi intorno e riflettere un attimo per trovarlo da sé, piuttosto che facendosi guidare da una scatoletta di plastica riempita di processori, a loro – e al luogo in cui si trovano – del tutto estranea. È uno dei tanti esempi che si potrebbero citare di come l’attenzione – nei confronti di tutto ciò che accade nel momento in cui si vive, ovunque ci si trovi – sia un’attitudine sempre meno diffusa fra gli appartenenti a questa società cosiddetta progredita, o evoluta.

4 Può veramente considerarsi pensiero il pensiero di gruppo, che non è il risultato di una approfondita ricerca, prima, e poi verifica interiore dell’individuo, ma a cui semplicemente si aderisce, acriticamente? Perché «lo fanno tutti, deve per forza essere la cosa giusta». Purtroppo, la scelta di un certo comportamento, in questo paese, è avvenuta in questo modo, nella maggior parte dei casi. Nessuna ricerca individuale, nessuno sforzo anomalo, sempre e soltanto la via più facile, quella più conveniente, che non richiede alcuna spiegazione, dettata da qualcuno ‘sopra’.

Post scriptum

Quest’epoca è fortemente segnata dal diffondersi – quasi un dilagare – dell’uso di dette protesi, alle quali l’individuo si appoggia, facendosi assistere, e a cui demanda l’esercizio di determinate funzioni. Esse non sono sempre qualcosa di fisico, di concreto, come le biciclette ‘assistite’, i bastoncini per escursionisti (anche, e soprattutto, quando vengono utilizzati per camminare sui viali e nei parchi cittadini), gli ‘smartphone’, gli auricolari (in varie forme, ad esempio anche per visitare un museo) e altre cose. Ancora più invasivi, a mio parere, sono i loro corrispettivi ‘virtuali’: è diffusissima la pratica di appoggiarsi, fino al punto di diventarne fortemente dipendenti, alle cosiddette ‘app’ (dal termine inglese applications), esistenti ormai in numero incalcolabile, collegate all’uso dei computer e soprattutto dei cosiddetti smartphone. Esse hanno abituato un po’ tutti all’idea che tutto sia possibile gestire con certi strumenti virtuali, e perfino – e qui nasce il pericolo – risolvere con essi qualsiasi problema della vita pratica. È un’idea assurda, che può lasciare sgomenti e disarmati coloro che si erano convinti di potervisi affidare sempre e comunque, al limite – forse esagero, ma neppure tanto – per debellare qualsiasi attacco alla nostra persona, come ad esempio quello portato da un virus, e sono stati, spesso brutalmente, disillusi. Potrebbe essere nata anche così la generale, profonda convinzione che si trattasse soltanto di creare una nuova app, insomma un vaccino, per vincere questo nuovo pericolo per la nostra salute. Non più sforzi per capire bene di cosa si trattasse, e trovare quindi con la massima urgenza delle terapie adatte (perché molti erano stati contagiati, e di quelli ci si sarebbe dovuti preoccupare, per curarli e guarirli): no, si doveva soltanto trovare, a tutti i costi, e velocemente, il miracoloso vaccino, per scansare il pericolo. Che è poi il pericolo di star male, soffrire, perfino morire, e queste cose sono sempre più temute, anzi rifiutate da tutti: la fatica, il dolore, e soprattutto la morte. Tutto ciò che ha sempre dato forma e sostanza a un’idea ‘alta’ di umanità che è andata avanti per molti millenni, consistente nel trovare e sviluppare in sé la forza e l’abilità per cavarsela da soli di fronte ad ogni avversità, e la capacità di soffrire, in attesa di una guarigione, dell’agognato ritorno alla vita piena. Infine la capacità e la forza di affrontare la fine della nostra vita, da soli, perché soprattutto in quei momenti si è assolutamente soli, non c’è aiuto, e non ci sarà mai alcuna app che ci possa assistere1. Ebbene, tutto queste qualità stanno venendo meno, c’è un senso generale di resa, quasi di abdicazione alla propria umanità, e ci si affida sempre più a un aiuto esterno a noi, sia di tipo medico sia per tutto quanto riguarda la volontà (e quindi la capacità) di determinare il proprio destino autonomamente, insomma con le proprie forze, compiendo gli sforzi adeguati, dopo aver espresso la propria scelta.
Ma tale attitudine è evidente in qualsiasi campo, in ogni aspetto del nostro esistere: ci si adegua, si aderisce acriticamente all’opinione della maggioranza, perché è tanto più facile così, è come arrivare a casa la sera e trovare la tavola imbandita, con la cena già pronta nel piatto.
In generale, questa in cui viviamo è una società sempre più deresponsabilizzante, dove l’individuo viene assiduamente ‘invitato’, spesso effettivamente costretto – uno o più televisori sempre accesi, quando ci si trova in casa, gli ripetono continuamente cosa fare, cosa pensare – a cedere, omettendo di prendere decisioni indipendenti, frutto di riflessione, dopo un approfondito studio del singolo problema. L’alternativa, tanto facile e a portata di mano, è appunto quella di aderire acriticamente alla tendenza generale, condizionata, spesso addirittura gestita, dal potere soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa, cosiddetti. E questa adesione, molto frequentemente, ha luogo anche considerando le convenienze, i piccoli o grandi – comunque miserabili, visto come si ottengono – guadagni che ne possono conseguire.

1 In molte culture era peraltro possibile trovare assistenza in una figura, riconosciuta dalla comunità, dotata di particolari qualità, che le permettevano di assistere il morente nei momenti finali della sua vita, alle soglie del trapasso.

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Stare fermi

A poco a poco tutta la sua vita diventa ricordo. Anche il presente diventa ricordo. Anche le cose che gli stanno davanti e il suo corpo stesso, egli da un misterioso avvenire li vede nel passato.

Alberto SAVINIO, Il signor Mūnster

Sono qui sospeso, inerte si può dire, il tempo trascorre in me con la massima lentezza. Non succede nulla, niente che sia l’effetto di una mia decisione, di un mio gesto deliberato, propositivo. Assisto a questo nulla, di quando in quando acceso da un evento minimo, qualcosa che fa un insetto, o un uccello, oppure un refolo d’aria, quando improvvisamente muove una parte delle chiome di un albero, soltanto quella. Il caldo è spesso quasi insopportabile, considerando che mi trovo a un’altitudine di 900 metri abbondanti; così evito di uscire da questa angusta e scomoda tana nelle ore centrali del giorno, quelle più calde appunto. Aspetto, continuamente, che qualcosa succeda al mio corpo, ora così debole e inane, da settimane ormai. Sarà un piccolo miracolo, che ne provocherà altri, in serie, e allora mi rialzerò da questo stato di morte apparente, o di vita apparente, perché da fuori sembrerò, agli altri, vivo, ma veramente morto io mi sento, trattenuto in questa immobilità. Non mi muovo quasi – se non a prezzo di grande fatica, che dopo rimane a lungo nei miei arti, appesantendoli – ma neppure riesco a pensare, a muovermi in quell’altro senso, che sempre mi è stato così congeniale, quanto e anche più dell’altro (ma nella vera vita vanno insieme, sempre, in osmosi).
Ogni tanto mi sembra di percepire quella scintilla miracolosa, come se stesse per liberarsi, e liberarmi. Una sensazione fugace, che provo raramente, ma che forse è un preavviso, e prima o poi la scintilla verrà, e io mi rialzerò.

24 luglio 2022, B.

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