Stamattina ho improvvisamente capito una cosa, sono arrivato, un po’ per caso, come spesso accade, a una conclusione che non è piacevole per me e per altre persone che vivono in questo paese. Già poco più di un anno fa, nella primavera del 2020, molti avevano notato, e fatto notare ad altri, come i cosiddetti cani domestici godessero di alcuni fondamentali diritti, fra cui quello di uscire di casa, nello stesso tempo negati ai bambini, i piccoli dell’uomo, figli di persone a loro volta costrette a stare chiuse in casa per la massima parte di ogni giorno. Ora, mi sembra, è stato fatto un nuovo deciso passo in quella direzione, nella direzione di capovolgere i rapporti fra uomini (una parte di essi) e cani (tutti, esclusi i randagi). Ovvero, un cane, se accompagnato dal proprio padrone – ma c’è chi dice, ad esempio John Berger, che a comandare fra i due è bensì il cane, che sceglie da sé il suo padrone – può entrare nella sala di un ristorante, quasi tutti, e anche in alcuni spazi museali italiani (ad esempio: l’HangarBicocca di Milano, il Museo del Cinema di Torino, Palazzo Madama e il Museo dell’Automobile, sempre a Torino, gli scavi di Pompei), sempre se accompagnato dal suo amico-padrone. Al contrario, una cospicua parte di cittadini italiani, persone in massima parte rispettabili, rispettose (del prossimo e delle leggi), sane (perché una persona ammalata non esce di casa, certamente non per andare al ristorante o in un museo), non ha questo diritto, concesso ai cani. Tutti costoro quindi (e io stesso faccio parte di questo gruppo eterogeneo) contano meno dei cani.
14 agosto 2021, ore 14:1314 agosto 2021, ore 13:5814 agosto 2021, ore 11:0112 agosto 2021, ore 15:1912 agosto 2021, ore 10:5010 agosto 2021, ore 15:1010 agosto 2021, ore 15:0910 agosto 2021, ore 15:0310 agosto 2021, ore 10:457 agosto 2021, ore 10:481 agosto 2021, ore 10:19
Un anno dopo, sono tornato in quel luogo, ormai ben noto (leggi QUI). Ho visto già da una certa distanza che mucche e capre in buon numero stavano nei dintorni del piccolo alpeggio, in gran parte diroccato, pascolando. Poi ho scoperto, con dispiacere, che una parte del ponticello, la grande lastra in pietra che faceva da rampa di accesso al ponte vero e proprio, venendo dalla strada, era crollata. Avvicinandomi a quello che avevo definito un sacello, compiaciuto nel vederlo apparire intatto, udivo intanto uno scampanare molto vicino e pensavo a un animale dietro la casupola, nascosto dalla stessa. Essendo praticamente sordo da un orecchio, il destro, mi manca la possibilità di individuare con precisione la provenienza di un suono, perciò ero perplesso. Giunto a circa tre, quattro metri dalla casetta – come sempre l’accesso era spalancato, non c’è più una porta lì, soltanto i cardini – improvvisamente vedo sbucare dall’interno buio una grossa capra, che si ferma e mi fissa, a sua volta sorpresa. Un attimo dopo, lei sterza bruscamente verso la sua sinistra, allontanandosi da me, e io faccio lo stesso, per allontanarmi in fretta da lei. Sinceramente ho temuto qualche guaio (queste capre hanno corna piuttosto cospicue, durissime) mentre forse lei, vedendo il mio bastone da pastore, avrà pensato che lo fossi, quindi avrà preferito evitarmi (chissà, magari qualche volta si sarà presa una bastonata), piuttosto che venirmi incontro per verificare la mia identità. In quei momenti ho pensato a un vecchissimo film muto di Buster Keaton, in cui due personaggi travestiti da fantasmi, che si aggiravano in una casa buia, si vedono nello stesso momento, sbucando in una stanza da due porte diverse, e scappano via terrorizzati. Un anno fa avevo scritto quel testo abbastanza lungo su ciò che mi era parso essere un sacello, mi chiedevo a cosa potrebbe servire, formulando ipotesi fantasiose e affascinanti, quasi convincendomi che potesse trattarsi di un luogo inutile, concepito per una fruizione di natura contemplativa, per la meditazione. Invece no, è un riparo per le capre, e quel bellissimo, intrigante ripiano triangolare nell’angolo a sinistra in fondo forse servirà per tenerci un po’ di sale, sostanza di cui le capre pare siano ghiotte, e di cui, credo, hanno bisogno. Avrei voluto sincerarmi di questo, era l’ultimo possibile dubbio che mi rimaneva, e quando sono ripassato di lì tornando dalla mia passeggiata mi sono di nuovo avvicinato alla casupola. Stavolta c’era un’altra capra, più piccola, era coricata, la testa appoggiata a terra, proprio sulla soglia, guardando fuori. Non so se mi abbia visto, e comunque non si è mossa da lì (le ho anche fatto un paio di fotografie), così ho rinunciato e me ne sono andato. Capre… chissà poi per cosa veramente gli servirà il presunto sacello: è piuttosto piccolo, non ce ne possono stare dentro molte insieme. Ma potrebbe forse essere una camera nuziale1. Per capre.
1: l’ipotesi, piuttosto attendibile, di un amico è che si possa trattare di un luogo dedicato alla mungitura delle capre; peraltro (per non cestinare senza appello la mia primitiva ipotesi, che mi aveva indotto a definire quella costruzione un sacello) una mungitura eseguita lì dentro deve avere qualcosa di rituale, una certa sacralità.
“Nella nostra vastità di spirito, non ci siamo rinchiusi fra le mura di una sola città, ma ci siamo aperti alla relazione con il mondo intero, e tutto il mondo abbiamo proclamato nostra patria, per offrire più vasto campo d’azione alla virtù. Ti è precluso il tribunale e sei interdetto dai rostri e dai comizi: voltati indietro e guarda quante immense regioni ti si aprono, quanti popoli. Per quanto grande sia la parte che ti è preclusa, quella che ti resta sarà sempre più grande.”
Seneca, da De tranquillitate animi (lettera a Sereno)
I più fluttuano miseramente fra la paura della morte e il tormento della vita: non vogliono vivere e non sanno morire. Renditi piacevole la vita liberandoti da ogni preoccupazione intorno ad essa. Nessun bene giova a chi lo possiede, se non si è anche preparati a perderlo.
Innanzitutto esamina attentamente se ci siano indizi certi di sventura in arrivo. Per lo più ci diamo pena per supposizioni, e ci traggono in inganno quelle voci che fanno perdere le guerre e in misura ancor maggiore recano rovina ai singoli. Proprio così, mio Lucilio, troppo frettolosamente aderiamo alle voci pubbliche. Non valutiamo con sufficiente attenzione ciò che ci spaventa, e non lo storniamo da noi, ma ne siamo sconvolti e volgiamo le spalle come i soldati che la polvere agitata da un gregge in fuga fa scappare dagli accampamenti, e come coloro che si lasciano terrorizzare da qualche storiella anonima che si è diffusa in giro. Non so come, ma le vuote invenzioni dell’immaginazione ci sconvolgono fin nelle midolla. La verità ha una qualche misura, mentre ciò che è incerto alimenta le congetture e cade in balìa dell’arbitrio di uno spirito atterrito. Nessun terrore è così rovinoso, così irrefrenabile come il panico: in altre paure è la ragione ad abdicare, in questa è la mente stessa. Esaminiamo con cura la questione. Probabilmente qualcosa di male ci accadrà, ma non è già da subito vero. Quanti eventi non attesi sono accaduti! E quanti, attesi, non si verificarono mai! Anche se un giorno esso verrà, a che scopo andare incontro al proprio dolore? Abbastanza presto soffrirai, quando verrà: nel frattempo, promettiti le cose più belle. Che cosa guadagnerai? Tempo.
Spera in ciò che è giusto, ma preparati alle peggiori ingiustizie. Ricordati di sottrarre alle paure il tumulto che le accompagna, e di vederle per quello che realmente sono: ti accorgerai che in esse non c’è nulla di terribile, se non il timore stesso. Vale anche per noi, fanciulli cresciuti, quel che accade ai fanciulli: se vedono mascherati coloro che amano, con i quali hanno confidenza, con cui giocano, si spaventano. Non solo agli uomini, ma anche alle cose bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero sembiante.
Stavo camminando quando improvvisamente ho visto, sotto la strada, a pochi metri da me, una giovane cerva: era accovacciata sull’erba e mi stava osservando, attenta. Non appena mi ha visto sollevare la mano con la fotocamera si è immediatamente rialzata, mettendosi in fuga.
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