A proposito del passero, anche

I passeri sono sempre imprevedibili, non c’è quasi nulla nel loro comportamento di ripetitivo, né di strettamente codificato. Invece, ad esempio, le rondini: passano la giornata in un continuo andare e venire dal nido, per nutrire i piccoli, e anche soltanto per controllarli (non è infatti credibile che ogni volta che rientrano al nido, spesso per un secondo o due, portino sempre qualcosa da mangiare). Le seguo dalla mia finestra sulla piazza, rivolta ad est, seguo i loro raid descriventi – sempre a velocità folle – delle ampie curve, dal basso verso l’alto e viceversa, oppure da sinistra a destra e poi da destra a sinistra. Invece alla sera, poco dopo il calare del sole, dalle finestre che danno verso ovest, le si può vedere mentre sorvolano lo spazio aperto, freneticamente, con frequenti bruschi cambi di direzione, per ingoiare – si presume – i tanti insetti che proprio a quell’ora iniziano ad affollare quello stesso spazio. Forse – chissà – questo cibo è per loro, strameritato, mentre probabilmente i piccoli si saranno addormentati nel nido, sazi.
Il passero no, non è, o quantomeno non appare, così giudiziosamente occupato, semmai sembra sempre giocare, rincorrendo i suoi simili che a loro volta, a turno, lo rincorrono, senza mai smettere di cinguettare, anche se il tono cambia un po’, e ora pare gioioso ora irritato, perfino arrabbiato, nel pieno di una delle rapide zuffe così frequenti in una giornata-tipo di qualsiasi passero.
Talvolta ne vedo uno posarsi sul balcone, come se ci fosse caduto (talmente il volo è irregolare e disarmonico, a differenza delle rondini, o delle gazze); zampetta per un po’ a casaccio, becchettando ogni tanto chissà cosa (un occhio umano non vede niente lì) e poi si ferma, accorgendosi di essere osservato, e ricambia lo sguardo, che poi sono molti, dato che sposta di continuo la testa per guardare ora con un occhio ora con l’altro. D’improvviso, riprende il volo, e in tutt’altra direzione, come se non facesse differenza, basta volar via, altrove, da qualche parte purchessia.
Eccone un altro afferrare col becco una pagliuzza, ben più lunga di lui, ancorché leggerissima; rimane per qualche attimo fermo, come se cercasse di capire il da farsi, poi spicca il volo, perdendo inevitabilmente la pagliuzza. La riafferra, come prima, e riprova a portarla via, chissà dove. Al terzo tentativo senza esito si stanca, abbandona la preda e fugge via, dove non si sa. Viene da pensare che quel gesto non avesse un fine preciso (come ad esempio raccogliere tutto ciò che possa servire alla costruzione di un nido), ma fosse bensì inutile, giocoso.
Sarebbe interessante poter disegnare un tracciato degli spostamenti, soprattutto aerei ma non soltanto, di un passero, e fare altrettanto con quelli di una rondine o di una gazza, per confrontarli fra loro. Quelli di questi ultimi due uccelli sarebbero composti per lo più da curve, molteplici nel caso di una rondine, più rade per una gazza. Invece quello di un passero sarebbe un groviglio insensato e inestricabile, composto di curve ma anche di angoli, oppure linee rette, o a zig-zag.
Potrebbe sembrare che la rondine, a suo modo, oppure la gazza, in un modo diverso, seguano fedelmente uno spartito, basato precipuamente sulla ripetizione, quindi prevedibile, entro certi limiti. Il passero no, improvvisa, parte da un punto A come se volesse raggiungere quello B, invece a metà strada cambia direzione, qualcosa lo ha distratto, attirandolo verso C o D. Così non ci si può annoiare seguendo le evoluzioni di un passero, perché non si sa mai cosa farà dopo, anche soltanto un secondo dopo. Diversamente, le rondini, a seguirle per lungo tempo, sono ipnotiche, grazie anche al loro stridere, complementare al volo; che segue sempre traiettorie ben definite, tese, e sempre alla massima velocità. Mentre le gazze, quando si alzano da terra e, volando con un effetto di ‘ralenti’, descrivono una larga curva fino a raggiungere la cima di un albero o la sommità di un muro, sono allettanti e riposanti per lo sguardo di chi segue le loro evoluzioni. Inducono a una calma, a una rilassatezza, negate a chi provi a seguire il comportamento di un passero.

Da queste parti, fra campagna, collina e pendici della montagna, capita di incontrare persone anziane, quindi fragili, epperò teneramente ardite, che allettate e incoraggiate dai primi caldi escono “a fare una passeggiata”. È facile imbattersi in loro un po’ ovunque mentre camminano sotto il sole costeggiando i campi; paiono disperse e smemorate e si fermano, di quando in quando, sedendosi dove capita, magari su un basso muretto presso un incrocio, per qualche minuto guardandosi attorno, oppure nel vuoto, ascoltando. Lo fanno perché si stancano facilmente e siccome non avevano, partendo, una meta strettamente determinata, non si peritano di modificare i piani, che forse neppure esistono, quantomeno non sono inderogabili. Non hanno orari troppo rigidi, possono partire quando vogliono, se lo vogliono, e arrivare quando possono, quindi è la camminata a contare, quel che si vede, ode e pensa mentre, sempre lentamente, la si fa. Il cinguettare dei piccoli uccelli intorno a loro, passeri per lo più, li accompagna e li conforta, rallegrandoli. E forse gli piace riconoscersi nel loro andamento erratico, indeterminato e imprevedibile. Ancorché ben più lesto del loro.

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Akio e l’iwabue*

frame dal video “Akio Suzuki: trigger”, 2003, di Franco Rivoira e Patrizia Roussel

Quando venne a Torino nel 2003, Akio Suzuki aveva ancora con sé il prezioso flauto di pietra che si può ascoltare in questo disco. Lo suonò nel corso della sua performance nello spazio di e/static, e poi ancora una volta, pochi giorni dopo, in un luogo di forte valenza che si trova in Val d’Angrogna: la Gheiza ’d la tana, una grotta formatasi in tempi lontanissimi in seguito all’accumulo di enormi massi caduti dall’alto della montagna. È un luogo sacro per i Valdesi che da secoli popolano questa valle e quella limitrofa, più vasta, la Val Pellice. Per entrarci bisogna chinarsi e quasi strisciare per superare un tratto bassissimo, lungo forse un metro, dopo il quale, entrati appunto nella Gheiza, lo spazio si amplia in modo del tutto inaspettato, quando ci si va la prima volta. Il nome della grotta significa ‘chiesa’ in italiano, i valdesi vi tenevano le loro funzioni nei tempi più difficili, quando venivano perseguitati dalla Chiesa cattolica, per mano dei Savoia. Akio, che ha sempre in testa un berrettino di lana o di cotone intessuti, di cui soprattutto in pubblico non si priva quasi mai, quel giorno di aprile del 2003, appena entrato nell’antro, appreso che si trattava di un luogo sacro, una chiesa appunto, se lo tolse in segno di rispetto. Dopodiché suonò il suo flauto (peraltro anticamente usato come strumento di purificazione prima dei riti shintoisti) per pochi minuti in modo sublime, grazie anche all’eccellente acustica della Gheiza.
Al suo ritorno in Italia tre anni dopo, per allestire una mostra personale nello stesso spazio del 2003, Akio non aveva più con sé la pietra sonante, gliela avevano rubata – mi sembra un anno prima – nella stazione di Saint-Nazaire a Parigi, mentre era seduto su un treno aspettando la partenza. Aveva appoggiato lo strumento, avvolto in un panno e contenuto in una borsa, su un ripiano nello scompartimento. Raccontandomi il fatto Akio era ancora turbato, anche se non più come subito dopo essersi accorto della sparizione, quando lo sconforto, acuito da un senso di colpa, lo prostrò per diversi giorni. Bisogna sapere che il flauto – iwabue il suo nome in giapponese – era antichissimo, venne raccolto molti secoli fa nei pressi della baia di Ise, dove un tempo arrivava il mare, e si tramandava di padre in figlio, segretamente, come Akio mi raccontò rievocando la sua personale esperienza del rito. Il padre glielo fece vedere per la prima volta quando lui aveva già 37 anni, togliendolo dal panno in cui era avvolto, quindi lo suonò, per una sola volta, e infine glielo affidò. Risulta così facilmente comprensibile la misura dello scoramento in cui precipitò Akio quel giorno a Parigi, e che non riuscì a superare ancora per molti giorni. Ma il suo carattere positivo, e la sua natura infantilmente limpida e serena, lo aiutarono infine a superare il trauma.
Ho raccontato questi fatti per far capire a chi entrerà in possesso di questo disco che avrà l’occasione, davvero rara e preziosa, di ascoltare quel meraviglioso strumento traendolo dal nulla in cui è andato irrimediabilmente perduto. Soprattutto chi lo udrà per la prima volta in assoluto potrebbe vivere un’esperienza analoga a quella dello stesso Akio Suzuki quando il padre gli affidò il flauto dopo averlo brevemente suonato. E sarà forse possibile, ascoltando con la giusta attenzione, percepire qualcosa del potere sovrumano di un suono davvero unico. Esso agiva con tale forza sullo stesso Akio da trasportarlo, mentre con gli occhi chiusi soffiava attraverso i fori della pietra, verso tempi e luoghi lontanissimi, altrimenti inaccessibili, come mi disse lui stesso nel 2003, quel giorno in Val d’Angrogna.
Infine, un valore aggiunto: ad occuparsi, magistralmente, della registrazione, realizzata nell’anno 2000 all’aperto in luoghi diversi – tutti accuratamente scelti da entrambi – della penisola di Tango, in Giappone, includendo anche certi suoni naturali contemporanei all’esecuzione, è stato Felix Hess, grande amico di Akio, artista a sua volta e suo coetaneo, purtroppo scomparso nell’ottobre del 2022.

17-18 maggio 2026

*: questo testo verrà incluso nel libretto che accompagnerà Kan, il disco con le registazioni dell’iwabue suonato da Akio Suzuki nel 2000, prossimamente pubblicato da Holidays Records.

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Relazioni imprevedute

quattro chicchi di limone, 24 aprile
la prima, 24 aprile
una peonia, forse (in giardino), 28 aprile
una pietra dissotterrata, 29 aprile
frammenti di stelo di luppolo selvatico, 30 aprile
un codirosso (forse femmina), 1° maggio
due, 5 maggio
un fiore (mai visto), 13 maggio
nel sole, 14 maggio
chiodo, 14 maggio
nel secchio, 14 maggio
da un film del 1987, 21 maggio
in giardino di matttina presto, 22 maggio
precipizio, 2 giugno
fra l’erba, 7 giugno
riemerso, 12 giugno
da un film del 2024, 12 giugno
(era) una farfalla, 1° agosto
in cielo, 7 agosto

(in corso)

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