Sur place

Quando ero bambino, moltissimi anni fa, uno degli sport più in voga e più seguiti era il ciclismo su pista. C’erano alcuni italiani molto bravi, sopra tutti il grande Antonio Maspes, e poi Sante Gaiardoni, e Bianchetto-Beghetto, che gareggiavano su tandem. Li seguivo spesso alla tv, erano gare elettrizzanti, i pistard, cosiddetti, correvano velocissimi negli anelli dei velodromi, con due rettilinei paralleli e due curve incredibili, che raggiungevano, all’apice, pendenze vertiginose, costruite apposta così per contrastare la forza centrifuga nonché, credo, per ottenere, scendendo dall’apice verso il bordo interno della pista, una forte accelerazione. Ma penso servissero anche a complicare lo sviluppo delle gare, grazie a certi tagli da paura, dall’alto verso il basso, per sorpassare l’avversario.
La caratteristica per me di gran lunga più particolare e più conturbante di questo sport era il cosiddetto surplace. Per quanto mi ricordo, nessuno dei due ciclisti (si correva uno contro uno, ad eliminazione) voleva partire prima, per non dare all’altro la possibilità di sfruttare la sua scia e poi superarlo di slancio sul traguardo. Così quello che da sorteggio doveva partire per primo, poco dopo la partenza si fermava, ma tassativamente – pena la squalifica, forse – senza scendere dalla bici, e senza neppure appoggiare un piede a terra, ma rimanendo in equilibrio, apparentemente immobile, per diversi secondi, talvolta anche per molti minuti. E l’altro ovviamente lo imitava, per non cadere nella trappola e iniziare per primo al posto suo la volata verso il traguardo. Erano bensì i due tutt’altro che immobili, perché per stare fermi ci si deve sempre muovere, nel modo giusto, per contrastare la forza di gravità che costantemente ci spinge a terra1. Piccoli spostamenti del bacino, prodotti dalle gambe fortissime del pistard, e altri, altrettanto piccoli, spesso appena percettibili, del manubrio, governato da avambracci muscolosi e potenti. Uno sforzo davvero notevole anche sul piano nervoso, perché bisognava avere la pazienza di aspettare una mossa falsa dell’avversario, e il primo che cedeva allo stress psico-fisico e si metteva in movimento, generalmente avrebbe poi perso la gara, spesso superato dall’altro proprio sul filo di lana, magari per pochissimi centimetri. Assistere a uno di questi surplace, durante i quali il tempo sembrava rimanere sospeso indefinitamente, era molto avvincente, e la tensione degli atleti si trasmetteva agli spettatori, che seguivano quel duello fra immobili in silenzio, così come in assoluto silenzio rimanevano i due. A noi bambini questa cosa piaceva moltissimo, li imitavamo con le nostre biciclette spesso pesanti e scomode, mentre quelle dei pistard erano leggerissime, prive anche di freni e cambio, dotate soltanto, per quanto mi possa ricordare, di un rapporto durissimo, che soltanto loro, forti e allenati com’erano, potevano azionare partendo da fermi dopo un surplace. Inoltre, non avevano nessun meccanismo a ruota libera, dovevano quindi sempre pedalare senza mai fermarsi, per non rischiare blocchi istantanei del mezzo e quindi incidenti anche gravi.
Da allora, mi è capitato di vedere pochissime cose che avessero lo stesso ammaliante fascino emanato dal surplace; so che il ciclismo su pista esiste ancora (è molto popolare soprattutto in Giappone) ma non ho mai più guardato una gara. Il ricordo di quei duelli misteriosi fra persone immobili e silenziose, in attesa di partire improvvisamente a tutta velocità, rimane ancora molto vivo in me, come qualcosa di veramente unico, e non soltanto negli sport agonistici.

1 Vedi il ragguardevole Arti del corpo. Sei Casi di stilitismo, un saggio di Gian Antonio Gilli pubblicato nel 1999.