All’inizio di Anatomy of a Murder (di Otto Preminger, 1959), nella prima sequenza dopo i titoli, vediamo avvicinarsi un’auto decapottabile, coi fari accesi. L’auto (una Pontiac Chieftain1), si avvicina e possiamo vedere che è guidata da James Stewart, nella parte dell’avvocato Paul, detto “Pauly”, Biegler, il cui profilo si staglia chiaro e netto contro il cielo al tramonto. La macchina da presa segue docilmente l’auto, puntando sul guidatore, poi per qualche attimo l’auto sembra fermarsi, questo perché la mdp si trova – evidentemente – su un’altra auto, che viaggia, per quei pochi attimi, alla stessa velocità della Pontiac di Stewart. Dopo una breve dissolvenza e una scena interlocutoria a sua volta piuttosto breve, l’auto è quasi giunta a destinazione, anche questa volta la vediamo entrare nell’inquadratura da destra e quindi venire verso di noi. La mdp la segue con estrema cura mentre si avvicina descrivendo un’ampia curva verso destra, e quando l’auto arriva alla fine del suo viaggio (ora possiamo vedere tutta la sua fiancata, al centro dello schermo) ecco che si ferma, e la mdp a sua volta si blocca, esattamente nello stesso momento, con un effetto mozzafiato per noi che abbiamo seguito tutta la sequenza (una ‘carrellata’) fino all’arresto perfettamente contemporaneo, anzi, consonante, dell’auto e della macchina da presa che la stava seguendo.
Alla fine del film, rivediamo la stessa auto (a bordo ci sono J.S. e il suo vecchio amico, prima li abbiamo seguiti per circa un minuto, ascoltando i loro discorsi) entrare nel campeggio delle roulotte dove i due credono di trovare Manion/Ben Gazzara, per poter così riscuotere l’assegno dovuto a Biegler/Stewart come compenso per la sua vittoriosa difesa del tenente nel processo per omicidio. L’auto anche stavolta arriva da destra, non procede molto lestamente, ma neppure con troppa lentezza, la sua velocità è quella giusta. Giusta perché possiamo seguire bene l’effimero tracciamento di un cerchio quasi perfetto (probabilmente arriva a circa 340°, quindi pochi meno di 360°) che compie, con sublime eleganza, come in un balletto, avanzando fra gli alberi prima di arrestarsi sulla destra dell’inquadratura, molto vicina a noi che stiamo guardando il film e ora possiamo vedere bene il muso della Pontiac.
Un film ‘processuale’, cosiddetto, che perciò si svolge quasi tutto in interni, soprattutto nell’aula di un tribunale. E quelle due sequenze sono fra le pochissime girate in esterni, la prima apre, la seconda chiude il film. Che è un ottimo film, ben diretto dall’inizio alla fine, e non annoia mai o quasi mai, nonostante le due ore e mezza abbondanti della sua durata.
Ma quelle due sequenze (che vedono entrambe protagonista l’auto) sono per me, dopo aver visto il film forse per la terza volta, quelle più memorabili, perché esprimono con leggerezza e insieme con assoluta precisione un qualcosa di poetico (anche nel senso di libertà da vincoli rispetto a un qualsivoglia ‘contenuto’) che nel resto del film manca del tutto. Talmente dissimili, perfino incongrue, esse sono rispetto al resto, a tutto ciò che accade all’interno, racchiuso da esse. Infatti, con la loro leggerezza e fluidità pare siano state messe dove si trovano, all’inizio e alla fine del film, oltre che per fargli da cornice (rappresentano anche un po’ un sipario che inizialmente si alza, lentamente, e infine si abbassa, altrettanto lentamente) proprio per controbilanciare la sua spessa complessità. Così il film, grazie alla loro purezza quasi poetica, ne risulta non soltanto alleggerito (il genere processuale può essere avvincente ma anche un po’ ponderoso e soffocante) ma nobilitato e perfino elevato, in un modo difficilmente esprimibile a parole.
Sono due sequenze che rimandano a un’altra, celebre, presente in un film di Antonioni del 1950, Cronaca di un amore. Che in quel caso era al centro del film, nel momento cruciale della vicenda, dopo il quale tutto cambierà e la relazione illecita fra Massimo Girotti e Lucia Bosè finirà. Si tratta, anche in questo caso, di un piano-sequenza, insolitamente lungo per quell’epoca, in cui vediamo l’auto del marito arrivare dalla strada che costeggia il canale, imboccare il ponte che lo scavalca e poi discenderne per continuare la marcia sulla riva opposta2. A quel tempo, un esempio di cinema molto innovativo, che non passò inosservato: possibile, quantomeno, che Preminger avesse in mente quella sequenza in cui un’auto3 era al centro dell’azione, vera protagonista.
Va detto che ad alleggerire nel modo più appropriato il film, durante le lunghe parti processuali, è soprattutto il simpatico, spesso irresistibile giudice, impersonato da un non-attore, nella vita reale un avvocato, Joseph N. Welch. Che divenne famoso, nel 1954, per avere zittito aspramente il bieco senatore McCarthy durante una seduta della famigerata Commissione per le Attività Anti-Americane, in cui lui difendeva ufficiali dell’esercito accusati di “comunismo” dal tristo senatore4. Con la sua bonomia e le frequenti espressioni fra l’ironico e il fintamente turbato, tempera le ricorrenti scenate di James Stewart, che teatralizza adeguatamente il suo ruolo arrivando spesso vicino al limite della ridondanza, pur senza mai, o quasi mai, superarlo.
1 Per l’esattezza, si tratta di una Pontiac Chieftain Deluxe Eight Convertible del 1950.
2 In verità, questa sequenza, nella sua compiutezza, si vede un po’ prima, quando i due ‘mettono in scena’ il delitto, ossia fanno una specie di prova generale. Dopo, quando veramente l’auto guidata dal marito sta avvicinandosi al ponte, questi ha un improvviso e fatale malore e l’auto, priva di controllo, finisce fuori strada prendendo fuoco.
3 Per la precisione, una Maserati A6 1500, prodotta proprio in quegli anni.
4 Al culmine di uno scontro verbale fra i due, Welch apostrofò duramente McCarthy rinfacciandogli la sua totale mancanza di “decency” (‘decenza’, ma anche ‘moralità’) e auspicando che si mettesse fine al suo comportamento, che degradava il Congresso di cui faceva parte e tutto il Paese. Il pubblicò presente lo applaudì ‘a scena aperta’, in tripudio, e quell’episodio decretò in pratica il declino e poi la fine di quell’oscena Commissione.