La certezza di poter fare a meno di qualcosa è uno dei modi più efficaci per convincersi di essere liberi, quale che sia il nostro gradino nella scala intellettuale o emotiva. I limiti autoimposti forniscono una base e una preparazione per discutere di cosa possiamo fare a meno come gruppo di amici o di vicini. L’ho visto e posso testimoniarlo. A molte persone che soffrono di grandi paure e di un senso di impotenza e di alienazione, la rinuncia offre un modo molto semplice per tornare a un sé che si ponga al di sopra delle costrizioni del mondo.
Da “I fiumi a nord del futuro”. Testamento di Ivan Illich, raccolto da David Cayley (traduzione di Milka Ventura Avanzinelli)
Io lavoromeglio come dilettante, lontano dal sistema convenzionale degli studios. Credo che l’opportunità di lavorare come dilettante attiri molte persone – se per «professionista» si intende uno che è costretto a fare un lavoro, e per «dilettante» uno a cui piace farlo.
Non stiamo costruendo una casa o qualcos’altro di tangibile. È soltanto qualcosa che vedi su uno schermo. E che scompare in un attimo. E che sia bello o no è solo un’opinione. Devi mantenere in continuazione l’atmosfera, e devi farlo con onestà.
Come fai a “adorare” quel film? Non puoi! Non voglio chela gente dica: «È un bel film». Lo detesto. Perché se qualcosa ti piace davvero, allora è un fatto personale. Il miglior complimento è il silenzio assoluto. Odio l’intrattenimento. Non sono un intrattenitore.
Non mi interessa se alla gente piacciono o meno i nostri film, purché riesca a farli, a dire quel che voglio e a lavorare con persone a cui voglio bene, che non hanno paura di esprimere se stesse e a cui non importa della fama. Se vogliamo far vedere “Faces” nelle università, lo faremo. Se vogliamo seppellirlo e non farlo più vedere a nessuno, possiamo farlo. In altre parole, è nostro. Perciò, se lo proiettiamo ai festival, bene. Se no, bene lo stesso. Se alla gente piace, bene. Se non gli piace, bene uguale.
L’espressione «adattarsi» si usa molto a Hollywood. «Adattarsi» significa rinunciare alle tue idee in cambio di una buona posizione.
Se muori per il tuo paese non è un granché, ma se si tratta di un film, anche se è l’ultima cosa che farai, vuoi che sia finito. Con quell’atteggiamento, se lo fai così, allora vivi la tua vita in maniera fruttuosa, riesci davvero a realizzare qualcosa.
Quello che cerco di ottenere dagli altri è ciò che loro vogliono davvero. Li critico solo quando non mi danno quello che vogliono.
Oggi molti registi, attori e sceneggiatori si preoccupano più di quello che dicono i critici che del lavoro che hanno per le mani. Una volta odiavo la censura. Ora c’è qualcosa che odio più della censura, ed è la commercialità. Quando qualcuno fa qualcosa per i soldi, penso che non sia un artista. Lo disprezzo, lo odio e penso che sia un pompinaro.
Potrei lavorare anche in una fogna piuttosto che fare un film che non mi piace. Se dovessi dirigere un film come “Il ritorno dello Jedi”, o anche solo recitarci, mi verrebbe da svenire – morirei dalla vergogna, e non rinverrei più. Se avessi diretto “L’inferno di cristallo”, sarebbe tutta pellicola non impressionata. Niente. Mi verrebbe da vomitare.
Mi piace fare film difficili, che facciano urlare il pubblico. Il mio mestiere non è l’intrattenimento. Senon piace a nessuno, allora evidentemente non va bene. Ma questo non cambia il mio atteggiamento verso ciò che sto facendo. Sento che c’è tanta gente che vuole apprezzarlo, così come ce n’è altrettanta che è felice di odiarlo. Io non sono un film-maker convenzionale e non cerco il successo in quell’area. Ma non dico nemmeno che se la gente non capisce allora è stupida. Forse le mie idee e i miei metodi non sono in linea con ciò che certi spettatori si aspettano, ma in ogni caso, se vogliamo un cineasta che li faccia sentire a loro agio, quello non sono io. A me interessa scuotere le persone, non blandirle per farle contente.
Non chiamo il mio lavoro intrattenimento. Il mio lavoro è esplorazione. È porre continue domande alle persone: quanto intenso è il tuo sentimento? Quanto sai? Sei consapevole di questo? Puoi affrontare questo? Un buon film ti pone domande che non ti sei mai posto prima, a cui non pensi tutti i giorni. Oppure, se ci hai pensato, non te le sei poste in quel modo. Il film è un’indagine sulla vita. Su ciò che siamo. Su quali sono le nostre responsabilità nella vita, se ne abbiamo. Su cosa stiamo cercando; che problema hai tu che potrei avere anch’io? Di quale aspetto della vita vorremmo entrambi sapere di più?
Stiamo cercando un modo diverso di dire le cose, diverso dal solito linguaggio convenzionale e noioso amato dalla maggior parte del pubblico, solo perché vive una vita insignificante. È così! Il mondo è popolato di persone che hanno opinioni ma non emozioni.
In ogni caso, sono contento di non avere successo, perché quando ce l’hai, anche se sei convinto di avere più libertà, in realtà ne hai molta di meno. Come fai a fare quello che vuoi quando hai dieci milioni da spendere per un film? Dove andrà ora Spielberg dopo “Lo squalo” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”? Mi va bene continuare a essere un fallimento molto stimato, credo.
Se i miei film non vi piacciono, non ci posso fare niente, ma sono un uomo della strada, perciò la stima degli altri non mi interessa. Se la stima ti aiuta a fare il prossimo film, benissimo. Se invece è l’antipatia ad aiutarti a fare il prossimo film, chi se ne frega. Io voglio essere me stesso. Voglio fare un film di cui essere orgoglioso.
Sono disorientato dalla vita. Non so niente della vita. Faccio un film, e non so nemmeno il perché. So solo che in quel film c’è qualcosa. Solo dopo, attraverso le opinioni degli altri, riusciremo a capire di cosa parlava.
Lotterò per fare un film che non sia di moda. Non voglio unfilm di moda. A me piace occuparmi di storie pericolose. Economicamente pericolose. Voglio il film che sento in quel momento. Se viserve qualcuno che faccia film impersonali, ci sono un sacco di film impersonali in giro. Quelli con cui lavoro io sono individui personali, ed è per questo che ci mettiamo insieme per fare film personali.
Fare un film non è come stare in chiesa, almeno per me, è come un’arrampicata. (…) I registi, e io sono uno di loro, non hanno il minimo rispetto per niente e per nessuno all’infuori del film, e dal primo giorno delle riprese fino all’uscita la situazione non cambia, se non in peggio.
Tutte le mie idee migliori provengono dal fatto di non avere risposte – dal non sapere. Non sai mai qual è la verità finché non ti metti all’opera. E proprio quando pensi di sapere come andrò un film, ecco che tutto comincia a cambiare e a diventare qualcos’altro. E tu devi capire che non sta andando male. Che è proprio così che vanno le cose.
Per come la vedo io, per fare un film perfetto bisognerebbe girare per dieci settimane e poi buttare via tutto e ricominciare da lì. È quello il momento in cui inizi davvero, e di solito è anche il momento in cui il film è finito, in cui tutto diventa facile.
John Cassavetes, s.d. (estratti da “John Cassavetes. Un’autobiografia postuma”, a cura di Ray Carney; traduzione di Silvia Castoldi)
Quando non sai quale sia la via giusta scegli la più difficile. (da “Il Generale Della Rovere”, di R. Rossellini)1
Recentemente ho visto film, che pure mi sono piaciuti, il più delle volte, dei quali ho soprattutto notato certe scene, magari brevi, che mostrano un comportamento del protagonista davvero impressionante, per la sua singolarità – e, in alcuni casi, per l’istintiva saggezza di chi lo attua. In due vecchissimi film di Frank Capra2, prima James Stewart e poi Gary Cooper, accusati ingiustamente da gruppi importanti di persone appartenenti al potere costituito (una commissione d’inchiesta del Senato, nel primo caso, e la corte di un processo giudiziario nell’altro), con argomentazioni pretestuose frutto di malafede, o quanto meno di disinformazione, rispondono col silenzio, rifiutandosi di controbatterle. Essi capiscono che se assecondassero gli accusatori, ribattendo a tali affermazioni, per difendersi, oltre a dover spendere enormi quantità di energia e di tempo, inutilmente (tanta è la sproporzione fra le parti avverse, uno solo contro molti o moltissimi), ciò sarebbe sicuramente pernicioso per la tutela dei propri interessi, perché se rispondessero a domande capziose e si opponessero ad accuse del tutto infondate finirebbero per legittimare queste e quelle. Perciò Mr. Smith (James Stewart) preferisce abbandonare l’aula rifiutando di confrontarsi con chi lo accusa ingiustamente e Mr. Deeds (Gary Cooper) rimane al suo posto muto e assente, del tutto disinteressato a difendersi da insinuazioni talmente assurde e prive di fondamento. Mi è parso, il comportamento dei due personaggi, assolutamente condivisibile, dignitoso, rispettoso della propria integrità morale.
In un altro film, “The Damned”, di Joseph Losey, del 1961 – film che non mi è piaciuto, devo dire – emerge proprio alla fine l’idea che un gruppo paramilitare, peraltro governativo, al servizio di una specie di scienziato tanto privo di senso etico quanto sicuro di sé, abbia messo in atto un’operazione oggettivamente mostruosa (isolare dalla nascita un gruppo di bambini, tutti nati lo stesso giorno dello stesso anno con una intensissima radioattività assunta durante la gravidanza delle rispettive madri, soltanto per preparare un’ipotetica cellula di umanità che sopravviverebbe a una catastrofe atomica data per sicura e imminente) frutto di una allucinazione, presa però per realtà certa e inconfutabile. Infatti il titolo della versione italiana del film è “Hallucination”, e per una volta è successo che il titolo italiano fosse migliore, più pregnante, di quello originale. Ecco, questa cosa, che vien fuori proprio alla fine di un film che, come detto, non mi è piaciuto, e ho trovato davvero invecchiato male, come si dice, per come è, penosamente, attuale, lo riscatta in parte, e mi fa sentire come non sia stato tempo del tutto sprecato, quello passato guardandolo, spesso infastidito dalla recitazione degli attori, probabilmente anche piuttosto mal diretti da Losey. Un autore che ultimamente – l’anno scorso ho rivisto “L’incidente” – mi è parso assai sopravvalutato, e che un tempo consideravamo invece, io e qualche amico, un grande.
Gene Tierney e Cornel Wilde in una scena all’inizio di “Femmina folle” (che titolo! Quello originale sarebbe “Leave her to heaven”, una citazione scespiriana), di Lewis Stahl, del 1945, quando sono sul treno, seduti uno di fronte all’altra, coprono, a turno, la parte del voyeur: lui la guarda mentre lei dorme, e lei lo fissa a lungo, ostentatamente, dopo essersi svegliata. Da quella seduta di ‘voyeurismo reciproco’ prenderà avvio tutta la storia, tragicissima, del film.
In “Dark Passage” (bellissimo titolo, in italiano diventa, didascalicamente, “La fuga”), di Delmer Daves, del 1945, che fino a oltre la metà è girato ‘in soggettiva’, per cui vediamo con gli occhi del protagonista, e gli altri personaggi guardando lui è come se guardassero anche noi, che condividiamo il punto di vista di Humphrey Bogart. Mi ha preso in particolare la parte quando lui rimane solo, per poco tempo, in casa di Lauren Bacall – all’epoca giovanissima e molto bella. Bogart è da poco arrivato in questa bellissima casa, di nascosto, essendo ricercato dalla polizia, come evaso da San Quentin; lei, Lauren-Irene, gli parla, guardandolo negli occhi, quelli di Bogart ma anche i nostri. Poi lei se ne va (per compragli dei vestiti) e lui si guarda in giro, curiosando un po’ ovunque, e si sente – grazie forse a una certa lentezza nei movimenti dello sguardo – la sua ammirazione per quella casa così bella e particolare, fra l’altro una vera casa di San Francisco, credo esista ancora, anche se sono trascorsi quasi ottant’anni. Oltretutto lui viene da un carcere notoriamente piuttosto inospitale, e anche questo influisce sulla sua percezione del luogo, del tutto nuovo, in cui ora si trova. Per qualche secondo ho provato, credo, le sue stesse sensazioni, era come essere lì, e la sua ammirazione, e il suo compiacimento, erano anche i miei.
In “Cenere e diamanti”, un film polacco, di Andrzej Wajda, del 1959, molto famoso ma che non avevo mai visto prima di qualche giorno fa, i fatti avvengono tutti o quasi tutti praticamente per caso. I due attentatori, che vediamo subito all’inizio del film mentre stanno in attesa del passaggio delle vittime designate, compiono un tragico errore assalendo una camionetta che casualmente precedeva quella che aspettavano, e così uccidono a colpi di mitra due innocenti. Soltanto dopo, mentre si trovano in un caffè della cittadina nei pressi del luogo dell’attentato, uno dei due (l’altro sta telefonando al mandante, per comunicargli l’avvenuta esecuzione dell’ordine) si rende conto, dalle parole che si scambiano alcune persone entrando nel caffè, che hanno commesso un fatale errore: uno di loro è proprio il principale bersaglio dell’attentato – qualcuno gli si rivolge pronunciandone il nome. Ancora dopo, Maciek, il più giovane dei due attentatori – e il vero protagonista del film – aprendo la finestra della stanza d’hotel in cui è appena entrato coglie al volo, e del tutto casualmente, un dialogo fra due persone, una delle quali, una prostituta, dice, fra le lacrime, di essere la fidanzata di uno dei due assassinati. Ciò che, inevitabilmente, insieme ad altri fatti successivi, lo porterà a ripensare la legittimità del suo coinvolgimento in quelle azioni terroristiche, mettendola seriamente in discussione (anche se poi non rinuncerà all’ultima, che gli sarà fatale). In una scena successiva, il giovane attentatore e la ragazza che sta corteggiando escono per fare due passi, ma la pioggia piuttosto intensa li costringe a riparare in una chiesa semidistrutta dai bombardamenti sovietici durante la guerra appena finita. Mentre conversano fra loro, arrivano in una sala dove scoprono, anche qui per caso, sotto due lenzuoli, le salme dei due uccisi, ‘vegliate’ da un uomo armato di fucile che si era assopito e risvegliandosi d’improvviso, e scoprendo la coppia nei pressi delle salme, inveisce contro di loro, rivelando l’identità dei due morti.
Ed è sempre per caso che Maciek scopre, mentre si trova, in piena notte, ancora all’interno del caffè, che Szczuka, colui che deve uccidere, inopinatamente è uscito dalla sua stanza (dove M. aveva previsto di irrompere per assassinarlo), e resta in attesa, sulle scale, che un’auto mandata dalla polizia lo venga a prendere. Poco prima l’uomo politico era stato informato che il figlio diciassettenne, perso del tutto di vista da prima della guerra, ora diventato anche lui un “terrorista”, quindi un suo nemico, è stato arrestato insieme ad altri compagni, catturati nel corso di un rastrellamento. Maciek seguirà, di soppiatto, l’anziano segretario del Partito Polacco dei Lavoratori che, non riuscendo più a sopportare l’attesa, decide di uscire da solo dall’albergo per raggiungere a piedi il commissariato di polizia. Lo abbatterà scaricandogli addosso l’intero caricatore della sua pistola, e i colpi si confonderanno con le improvvise, e assolutamente inattese (anche per noi spettatori), esplosioni dei fuochi artificiali sparati per festeggiare la fine della guerra, appena comunicata alla nazione. Dopo ancora, alla fine del film, del tutto casualmente il giovane si imbatterà in una pattuglia di soldati, e preso dal panico si darà alla fuga, durante la quale, pur sfuggendo agli inseguitori, rimarrà colpito mortalmente da un proiettile sparato da uno di loro.
Di “Giorni perduti” (The Lost Weekend) vecchio film di Billy Wilder che avevo visto alla televisione quando ero molto giovane, a Novi Ligure, non ricordavo la lunghissima camminata del protagonista, lo scrittore interpretato da Ray Milland, attraverso New York, alla ricerca di un banco dei pegni in cui lasciare, in cambio dei soldi necessari per comprarsi del whisky, la sua macchina per scrivere. Dopo il primo, il secondo, il terzo, e così via: li trova tutti chiusi, e non se ne capacita, nessuno pare in grado di dirgliene la ragione, si sente perseguitato dalla sorte, eppure non cede, prosegue nella sua ricerca, camminando per ore, invano. Finché, finalmente, apprende da due ebrei – uno dei quali è il titolare dell’ennesimo banco dei pegni trovato chiuso – che quel giorno, un sabato, cade la ricorrenza di Yom Kippur, importante festa ebraica. In quel giorno, tutti sono chiusi, anche quelli gestiti da cristiani, e in cambio gli ebrei chiudono sempre il loro banco a Natale, perciò ogni anno in quei due giorni i banchi dei pegni (contraddistinti dalla ben nota insegna con tre palle, esibita all’esterno) sono sempre tutti chiusi. La sequenza venne girata in gran parte nella Terza Avenue, in East Manhattan, tutta in incognito, per ottenere la massima freschezza, con le reazioni del tutto spontanee dei passanti che si accorgevano dell’uomo vagante, con un’espressione allucinata, con la macchina per scrivere tenuta per il manico della scatola che la contiene. Per ottenere lo scopo, la macchina da presa era nascosta all’interno di un camion pieno di casse, e così nessuno potè accorgersi che si trattava di una finzione cinematografica. Credo sia la parte migliore del film, soprattutto sapendo del particolare della mdp nascosta; film che, francamente, mi è piaciuto assai meno di quella prima volta, trovandolo spesso eccessivamente melodrammatico, piuttosto inverosimile (soprattutto il finale, frettoloso e ben poco credibile) e decisamente, direi, datato, ben più di altri film girati in USA in quegli anni (i ’40, questo è del 1945). Era quella l’epoca d’oro del noir, cosiddetto, e di film così ne ho visti moltissimi negli ultimi due anni, e quasi tutti mi sono piaciuti, alcuni anche molto, e se li ho trovati, inevitabilmente, un po’ datati, mi sono però sembrati anche freschi e convincenti.
1: la frase viene pronunciata nel film da un detenuto che la legge su una lettera inviata dalla moglie del vero generale Della Rovere a quello fittizio, impersonato da Vittorio De Sica, e palesemente ha un effetto decisivo sulle sue successive azioni; fino all’ultima, quando si presenta, senza esservi costretto, di fronte al plotone d’esecuzione tedesco. Io mi sono permesso di modificarla leggermente, e la frase ‘giusta’ sarebbe “Quando non sai quale sia la via del dovere scegli la più difficile”. 2: rispettivamente, “Mr. Smith goes to Washington”, del 1939, e “Mr. Deeds goes to town”, del 1936.
Il mondo è così deprimente, così cinico, le persone vogliono qualcosa in cui credere. Perlomeno in cuor loro, perché hanno paura di ammettere ad alta voce la propria umanità per timore che gli amici e i vicini li ritengano troppo «retrogradi». L’atteggiamento superficiale della massa mi dà la nausea. Vorrei che non fossimo così cinici. Lo spirito umano è davvero in una pericolosa fase calante. Abbiamo bisogno di pompare un po’ di adrenalina nei nostri valori e sentimenti, che si sono gravemente impoveriti. In quest’epoca di paura per la guerra e la distruzione totale e di fantastico progresso delle meraviglie scientifiche, sembra che scegliamo di sentire soltanto i moti superficiali dei nervi, e non le emozioni del cuore e dell’anima che parlano di fede, bontà e comprensione. C’è qualcosa di importante dentro di noi, qualcosa che sta morendo: le emozioni, che sono una cosa universale. Possiamo non essere d’accordo sulla politica, ma forse riusciremo ad esserlo sulle emozioni. Stiamo morendo di tristezza. Il mondo intero sta morendo di tristezza. Siamo noi il nemico.
Volevo mostrare [in Faces] l’incapacità comunicativa delle persone; l’effetto delle piccole cose su tutti noi; l’incapacità da parte di molti di affrontare quello che sentono in giro, leggono sui giornali, vedono nei film; e come, quando uno è impreparato a pensare con la propria testa e a provare dei sentimenti, questo possa portare a conseguenze tragiche.
In questo paese la gente muore a ventun anni. Muoiono a ventun anni dal punto di vista emotivo. Magari anche più giovani, ormai. E quelli di noi che sono abbastanza fortunati da non morire a ventun anni tirano avanti, e la mia responsabilità in quanto artista è aiutarli a superare i ventun anni. Il cinema è l’espressione di una cultura che ha avuto la possibilità di raggiungere il soddisfacimento dei bisogni materiali, e nello stesso tempo si è ritrovata incapace di portare a termine il semplice compito di condurre una vita autenticamente umana. Ci hanno venduto una gran quantità di beni come sostituto della vita. Ciò di cuiabbiamo bisogno è essere rassicurati nelle nostre emozioni umane, una rivalutazione delle nostre capacità emotive.
Credo moltissimo nella spontaneità, perché penso che pianificare tutto sia la cosa più distruttiva al mondo. Perché uccide lo spirito umano. E lo stesso fa la troppa disciplina, perché non ti permette di farti catturare dal momento, e se non ci si lascia catturare dal momento non c’è più magia nella vita. Senza la magia, possiamo anche arrenderci, e ammettere che tra qualche anno saremo morti. Serve magia nelle nostre vite, che ci porti via da realtà di quel tipo. La speranza è che la gente conservi la pazzia. Non è molto divertente lavorare con i sani di mente, con chi ha un modo definito di fare le cose.
Ho il diritto di comportarmi come cavolo mi pare, SONO LIBERO! Se essere libero significa essere come tutti gli altri, pensare esattamente come tutti gli altri, allora non ho niente da dire. La stupidità della vita è che la gente fa certe cose per rispettare le regole della società. In qualunque società ti trovi, devi rispettare le regole. Che tu sia un uomo o una ragazza, o una madre o una nonna, non fa nessuna differenza, sono le regole della società. Viviamo in una specie di stato nazista, cosa di cui la gente non si rende conto, perché siamo americani. Ma io lo vedo. Vedo Fratellanze e Sorellanze, e il fatto che sia obbligatorio far parte di un gruppo.
Quello che è sbagliato nella società è che tutti diventano schiavi del proprio stile di vita, della politica, degli amici, a un punto tale che non gli resta più niente di personale. È come se gli individui fossero diventati invisibili e nessuno riuscisse più a vedere o a raggiungere la propria vera natura. Nessuno può più essere se stesso. Tutti fanno quello che pensano di dover fare, e non ciò che li rende felici. È una lotta. È una lotta per te, per essere quello che sei, ed è una lotta per gli altri, perché siano quello che sono. Credo che si tratti di mantenere un contatto con se stessi e di sforzarsi di pensare in maniera indipendente. Arriva un momento nella vita in cui il panico e l’ansia sono tali che le persone non riescono più a pensare in modo logico, con la propria testa. Cominciano a pensare con quella degli altri. La cosa più importante della vita sono i tuoi sentimenti più profondi, la visione di te stesso attraverso l’occhio della mente. Se quella visione non si spezza, sarai una persona fantastica per tutta la vita.
Diventiamo tutti così vigliacchi che abbiamo paura del lavoro, delle mogli, dei figli, di uscire in strada. Credo che in realtà succeda perché siamo troppo preoccupati della nostra apparenza esteriore. La paura è alla base di ogni evento terribile. È la paura la causa di tutti gli orrori del mondo. Nessuno ottiene niente attraverso la paura. La paura non è costruttiva. Perciò l’unica cosa che può salvarci, da un punto di vista spirituale, religioso o di altro genere, è dire: io non ho più paura. Nell’attimo stesso in cui qualcuno dice che non ha più paura, non può più commettere un’azione sbagliata. Non esistono più azioni sbagliate.
Non ho molto rispetto per quelli che si piegano al convenzionale non-approccio alle cose.
John Cassavetes, s.d. (estratti da “John Cassavetes. Un’autobiografia postuma”, a cura di Ray Carney; traduzione di Silvia Castoldi)
Quella cosa era ancora là, nello stesso posto dove stava la prima volta che la vidi, più di un anno fa, il 5 luglio 2020. Un po’ cambiata, ma ancora riconoscibile.
Secondo numero della collana la nostra musica, stampato su carta usomano avoriata nel mese di settembre 2021 in 60 copie (+ sei). Il volume consta di 16 pagine compresa la copertina, nel formato (chiuso) cm 13 x 19, con due immagine a colori fuori testo. All’interno due testi, L’ora del giorno, di Donata Lazzarini e Le case di Donata, di Carlo Fossati.
Questo piccolo libro doveva accompagnare una mostra di un solo giorno, che avrebbe dovuto avere luogo giovedì 25 settembre 2020. Ne provammo insieme l’allestimento, io e Donata, un giorno di luglio di quello stesso anno, nella casa di Elisabetta Chicco Vitzizzai in via Cavour 19 a Torino. C’era anche Pietro Vitzizzai, padrone di casa e marito di Elisabetta, che ci assistette con grande disponibilità e discrezione, rispondendo ad ogni nostra estemporanea richiesta. Dopo l’estate, ci rendemmo conto ben presto, Donata ed io, che la mostra avrebbe dovuto essere quantomeno rimandata a data indefinita, e dopo qualche mese dovemmo rassegnarci: era annullata, non si sarebbe mai fatta. Ma quel giorno di luglio la vedemmo, noi tre, ed eravamo contenti di come era venuta, e ansiosi di farla vedere ad altre persone, quando sarebbe venuto il momento, il 25 di settembre. Perciò qualche mese fa, prima dell’estate, ormai assolutamente certi dell’impossibilità di presentare la mostra che dà il titolo al librino, decidemmo di pubblicare comunque questo piccolo libro, che parla di una mostra che nessuno, a parte noi tre, potrà mai visitare1.
C. F., 6 ottobre 2021
ps: mi sono reso conto oggi per la prima volta, mentre scrivevo questa breve presentazione, che giovedì 25 settembre 2020 è un giorno che non c’è mai realmente stato; ho infatti scoperto, controllando il calendario del 2020, che la data cadeva bensì di venerdì, e il giorno prima, giovedì, ne avevamo 24.
“L’ora del giorno” è il nome che ho dato ad una serie di mostre dedicate a case che amo, tutte costruite tra gli anni ’20 e ’30. Sono molto diverse tra loro, alcune esprimono un avanzato modernismo, altre ai miei occhi sembrano anomalie temporali. I proprietari ideando questi spazi hanno pensato a questioni molto personali, e si sono profondamente identificati in queste case trasformandole in veri e propri casi architettonici. Questa allestita in via Cavour 19 a Torino è la prima della serie e, come in una ouverture, presenta anche testimonianze delle altre case che fanno parte del progetto.
da L’ora del giorno, di Donata Lazzarini, 2019-20
Donata Lazzarini, una veduta di Casa Chicco (fot.), 2020
Io non ho mai potuto conoscere personalmente Elisabetta, soltanto i racconti di Pietro e di Donata me l’hanno evocata. Ma la mia sensazione – che provai intensamente soprattutto in occasione della seconda visita, nel luglio scorso – è che la sua presenza in quella casa così particolare, a cui lei si sentì sempre fortemente legata (e dove volle chiudere gli occhi per sempre), grazie alla sensibilità, discrezione e delicatezza di Donata – con la preziosa disponibilità di Pietro – torni ora, per poche ore di un unico giorno, a rivivere con intensità e naturalezza. E credo che soprattutto i suoi amici di sempre, coloro che venivano a trovarla e si trattenevano a chiacchierare con lei, potrebbero confermare questa mia sensazione. Ciò che attesterebbe la bontà e la riuscita di questo progetto, da Donata lungamente pensato e preparato con dedizione, amore e rispetto per una persona che conosceva bene e da lungo tempo.
11 settembre 2021, ore 11:165 settembre 2021, ore 11:125 settembre 2021, ore 11:025 settembre 2021, ore 10:525 settembre 2021, ore 10:2528 agosto 2021, ore 12:4926 agosto 2021, ore 14:5526 agosto 2021, ore 14:4726 agosto 2021, ore 13:4126 agosto 2021, ore 12:4726 agosto 2021, ore 11:3222 agosto 2021, ore 15:1222 agosto 2021, ore 13:3922 agosto 2021, ore 11:3021 agosto 2021, ore 10:1820 agosto 2021, ore 11:4018 agosto 2021, ore 15:1818 agosto 2021, ore 15:1418 agosto, ore 15:0518 agosto 2021, ore 11:3318 agosto 2021, ore 11:32
Primo numero della collana la nostra musica, stampato, su carta usomano avoriata e righettata, nel mese di luglio 2021 in 20 copie (+ quattro). Il volume consta di16pagine – compresa la copertina – nel formato (chiuso) cm 13 x 19, con una immagine a colori fuori testo.
Nel mese di giugno 2020 venne pubblicata una prima edizione limitata (3 copie + una) di questo libro (v. QUI). La presente edizione ha un’impaginazione lievemente differente, inoltre alcune parti del testo sono state riviste e parzialmente modificate.
Oggi, domenica 28 settembre, nel pomeriggio sono andato, tornandoci per la prima volta dopo molto tempo, a M., o meglio, nella piccola valle che sta un po’ sotto il basso colle sul quale è poggiato il paese. Il tempo era discreto, per questo inizio di autunno freddino e quasi senza sole (un po’ deprimente) e allora mi son deciso, forzandomi anche un poco. Con stupore, e con immenso piacere, ho scoperto che il paesaggio non è cambiato quasi per niente.
(da Una passeggiata autunnale a M., 2008)
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