Akio e l’iwabue*

frame dal video “Akio Suzuki: trigger”, 2003, di Franco Rivoira e Patrizia Roussel

Quando venne a Torino nel 2003, Akio Suzuki aveva ancora con sé il prezioso flauto di pietra che si può ascoltare in questo disco. Lo suonò nel corso della sua performance nello spazio di e/static, e poi ancora una volta, pochi giorni dopo, in un luogo di forte valenza che si trova in Val d’Angrogna: la Gheiza ’d la tana, una grotta formatasi in tempi lontanissimi in seguito all’accumulo di enormi massi caduti dall’alto della montagna. È un luogo sacro per i Valdesi che da secoli popolano questa valle e quella limitrofa, più vasta, la Val Pellice. Per entrarci bisogna chinarsi e quasi strisciare per superare un tratto bassissimo, lungo forse un metro, dopo il quale, entrati appunto nella Gheiza, lo spazio si amplia in modo del tutto inaspettato, quando ci si va la prima volta. Il nome della grotta significa ‘chiesa’ in italiano, i valdesi vi tenevano le loro funzioni nei tempi più difficili, quando venivano perseguitati dalla Chiesa cattolica, per mano dei Savoia. Akio, che ha sempre in testa un berrettino di lana o di cotone intessuti, di cui soprattutto in pubblico non si priva quasi mai, quel giorno di aprile del 2003, appena entrato nell’antro, appreso che si trattava di un luogo sacro, una chiesa appunto, se lo tolse in segno di rispetto. Dopodiché suonò il suo flauto (peraltro anticamente usato come strumento di purificazione prima dei riti shintoisti) per pochi minuti in modo sublime, grazie anche all’eccellente acustica della Gheiza.
Al suo ritorno in Italia tre anni dopo, per allestire una mostra personale nello stesso spazio del 2003, Akio non aveva più con sé la pietra sonante, gliela avevano rubata – mi sembra un anno prima – nella stazione di Saint-Nazaire a Parigi, mentre era seduto su un treno aspettando la partenza. Aveva appoggiato lo strumento, avvolto in un panno e contenuto in una borsa, su un ripiano nello scompartimento. Raccontandomi il fatto Akio era ancora turbato, anche se non più come subito dopo essersi accorto della sparizione, quando lo sconforto, acuito da un senso di colpa, lo prostrò per diversi giorni. Bisogna sapere che il flauto – iwabue il suo nome in giapponese – era antichissimo, venne raccolto molti secoli fa nei pressi della baia di Ise, dove un tempo arrivava il mare, e si tramandava di padre in figlio, segretamente, come Akio mi raccontò rievocando la sua personale esperienza del rito. Il padre glielo fece vedere per la prima volta quando lui aveva già 37 anni, togliendolo dal panno in cui era avvolto, quindi lo suonò, per una sola volta, e infine glielo affidò. Risulta così facilmente comprensibile la misura dello scoramento in cui precipitò Akio quel giorno a Parigi, e che non riuscì a superare ancora per molti giorni. Ma il suo carattere positivo, e la sua natura infantilmente limpida e serena, lo aiutarono infine a superare il trauma.
Ho raccontato questi fatti per far capire a chi entrerà in possesso di questo disco che avrà l’occasione, davvero rara e preziosa, di ascoltare quel meraviglioso strumento traendolo dal nulla in cui è andato irrimediabilmente perduto. Soprattutto chi lo udrà per la prima volta in assoluto potrebbe vivere un’esperienza analoga a quella dello stesso Akio Suzuki quando il padre gli affidò il flauto dopo averlo brevemente suonato. E sarà forse possibile, ascoltando con la giusta attenzione, percepire qualcosa del potere sovrumano di un suono davvero unico. Esso agiva con tale forza sullo stesso Akio da trasportarlo, mentre con gli occhi chiusi soffiava attraverso i fori della pietra, verso tempi e luoghi lontanissimi, altrimenti inaccessibili, come mi disse lui stesso nel 2003, quel giorno in Val d’Angrogna.
Infine, un valore aggiunto: ad occuparsi, magistralmente, della registrazione, realizzata nell’anno 2000 all’aperto in luoghi diversi – tutti accuratamente scelti da entrambi – della penisola di Tango, in Giappone, includendo anche certi suoni naturali contemporanei all’esecuzione, è stato Felix Hess, grande amico di Akio, artista a sua volta e suo coetaneo, purtroppo scomparso nell’ottobre del 2022.

17-18 maggio 2026

*: questo testo verrà incluso nel libretto che accompagnerà Kan, il disco con le registazioni dell’iwabue suonato da Akio Suzuki nel 2000, prossimamente pubblicato da Holidays Records.

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