I baccelli e le gemelle De Havilland

Avevo visto per l prima volta “L’invasione degli ultracorpi” in televisione, moltissimi anni fa, in una rassegna dedicata a Don Siegel (saranno stati gli anni ’70, verso la fine forse). Da allora, in verità, mai più, quindi mai al cinema, per dire. Ho acquistato il dvd, si presentava come un’edizione curata, e che quindi ne valesse la pena, ma soprattutto, vedendolo sul sito di Amazon, mi è venuta voglia di rivederlo, stranamente, perché non ci avevo mai più pensato in tutti questi anni, non che mi ricordi. Il dvd è stato effettivamente restaurato, si vede bene, a parte una zona scura sull’angolo destro, in alto, che appare di quando in quando. Altrimenti l’immagine è nitida e ben contrastata, e sicuramente l’ho visto meglio ieri sera che non la prima volta. Non dura molto, direi un’ora e un quarto circa, eppure non si perde tempo, il regista avrebbe potuto benissimo allungarlo, sfruttare di più certe sequenze, che invece vengono fuori molto secche, concise. L’effetto è stato potente, ero davvero incollato allo schermo, anche se di quando in quando notavo qualche faciloneria, apparente, come se la sceneggiatura avesse delle debolezze, fatti che si verificavano in maniera non del tutto convincente. Non sembra plausibile che i due amici del medico trovino la ‘creatura’ in formazione sul biliardo di casa, arrivata lì non si sa come, e ciò nonostante reagiscano con relativa compostezza, come lo stesso medico e la sua amica. E che non chiamino subito la polizia, o un’ambulanza, anche questo appare poco credibile. Ma poi mi sono reso conto che il film è un lungo incubo, ovvero un sogno che pian piano, poi sempre più rapidamente, e irresistibilmente, si trasforma in un incubo. E in un sogno, o in un incubo, accadono le cose più inverosimili, questo si sa, e mentre le sogniamo, generalmente, le accettiamo senza battere ciglio, tanto siamo avvinti dalla la situazione, senza poterla controllare. Tra l’altro, si tratta di un incubo davvero tremendo, perché coinvolge tutti gli aspetti della vita del protagonista, di chi fa il sogno: gli amici, l’intera comunità in cui vive ‘da sveglio’. Ciò che accade è orribile, forse la cosa più orribile che si possa immaginare, e che pure ha un fondamento nella realtà, perché ogni tanto ci accade di non riconoscere più qualcuno che si conosceva da anni, o da sempre. Infatti, pare che nelle intenzioni degli autori (regista, produttore, sceneggiatori) ci fosse proprio quella di portare l’attenzione sulla progressiva ‘disumanizzazione’ della società, che semmai, secondo la tesi del film, potrebbe suscitare una reazione soltanto identificandone la causa in un agente esterno ad essa, nel caso in questione i mostruosi baccelli provenienti dal cosmo. E a proposito della scarsa considerazione di quasi tutti per i chiari segnali d’allarme mandati da alcuni (la sorella di Becky e il piccolo Grimaldi soprattutto) è interessante come essi – soprattutto ‘grazie’ allo psichiatra, probabilmente fra i primi ad essere ‘doppiati’ – vengano fatti passare per alienati, vittime di una presunta “isteria di massa”, potenzialmente degni di essere curati come malati di mente. In una scena che mi ha colpito molto, il dottor Kaufmann (lo psichiatra) riesce quasi a convincere il collega portando argomenti apparentemente razionali, con la persuasione del ‘buon senso’ che rifiuta tutto ciò che esula dalla cosiddetta normalità. Così smonta le affermazioni del medico e dei suoi due amici su quanto sostengono di aver visto addebitandolo ad allucinazioni “prodotte dalla mente ma irreali”. Mi hanno fatto venire in mente qualcosa, quelle parole, mi pare di averle sentite dire, o lette, anche troppo spesso negli ultimi tempi
Curiosamente, e del tutto incidentalmente, proprio due sere prima avevo visto un film realizzato undici anni prima di “L’invasione degli ultracorpi” che pur non essendo ascrivibile, come questo, al genere delle fantascienza, aveva qualcosa in comune. In “Lo specchio scuro”, la vicenda di due gemelle identiche (interpretate da un’unica attrice) riesce a mettere a disagio lo stesso spettatore, oltre agli altri personaggi del film, che non riescono mai a distinguere una gemella dall’altra, né quando sono insieme e neppure, tanto meno, quando sono sole. Il tenente di polizia si trova in grave difficoltà proprio perché impossibilitato a stabilire l’identità di ognuna, e lo psicologo che accetta la sua proposta di provare, con le sue capacità e la sua esperienza in materia di gemelli, a smascherare l’inganno, dovrà fare moltissima fatica, arrivando molto vicino a lasciarci la pelle, per mano della gemella ‘cattiva’, o folle (anche qui la tendenza inesorabile è sempre quella di assegnare la patente di pazzo a chi devia dall’ordine precostituito, sfuggendo alle strettoie della morale comune – come riesce di fare alle due gemelle per quasi tutto il film, e l’assassina del dottor Peralta non può essere incastrata dalla legge).
Tornando al film di Siegel, una delle sequenze più riuscite, le più impressionanti per lo spettatore, è quella in cui, al mattino presto dopo una notte insonne nascosti nello studio del medico, lui e la fidanzata si accorgono di uno strano – data l’ora – affollamento nella piazza davanti alla finestra da cui stanno guardando. Continua ad accorrere gente verso il centro della piazza, dove il capo della polizia locale impartirà a tutti le istruzioni per diffondere ovunque i terribili baccelli. Così i due nascosti nello studio medico capiscono, con orrore, che tutta la cittadina, ormai, è stata conquistata dai replicanti, e loro sono rimasti gli unici a sfuggire all’invasione del corpo dei cittadini da parte delle presenze aliene prodotte dai baccelli. Poi, la fuga dei due dalla città, soprattutto la prima parte quando corrono affannosamente su per la scala, inseguiti da un folto gruppo di alieni, tutti con le sembianze dei loro concittadini, è davvero angosciante, e la sensazione prosegue ancora a lungo, aumentando quando si trovano, nascosti, sotto le tavole sulle quali passano tutti gli inseguitori, che pure non li trovano. Ma l’apice dell’orrore si raggiunge quando il medico sta baciando la fidanzata, e si accorge, dopo un attimo, che non è più lei, e si ritrae terrorizzato, capendo che ora è diventata un nemico, e infatti lei urla subito in modo di farsi sentire dagli altri, per fargli sapere che è nascosto lì, perché accorrano a catturarlo. In un attimo, la sua vita è cambiata, si è attuato un completo rovesciamento, il colpo è micidiale, peggio che se lei fosse morta. Perché non è più lei, ora.
Ho trovato molto interessante nel film la soluzione escogitata dagli autori per l’invasione vera e propria, da parte degli alieni, nel corpo dei personaggi: essa accade mentre stanno dormendo, e al risveglio nessuno è più sé stesso, sostituito da un’entità altra, spassionata e irriconoscibile, pur avendo assunto il carattere, e la memoria, di quella persona. Quindi, «non dormire!», ripete spesso il dottor Bennell (l‘attore Kevin Mc Carthy) alla fidanzata e agli stessi amici. Non dormire per non sognare, si potrebbe dire, per paura di una realtà altra da quella vissuta da svegli, dove spesso persone che ci sono note e anche care cambiano completamente atteggiamento, diventando ostili e pericolose per noi. Paura – forse ancestrale – del sogno, della possibilità, sempre temuta, che possa catturarci per sempre, impedendoci di ritornare alla realtà che avevamo lasciato addormentandoci. Perciò, io credo, si potrebbe davvero considerare il film come la rappresentazione di un terribile incubo, ciò che sarebbe stato ancor più chiaro – obbligando a identificarci ancor più nel protagonista, diventando noi stessi protagonisti in prima persona del sogno – se si fosse mantenuta la sua primitiva forma, quella voluta da Siegel e dal produttore Wanger. Ma gli studios la rifiutarono, preferendo la sovrapposizione di una cornice narrativa in flash-back, con un finale più o meno rassicurante, in luogo del tremendo «They’re here already! You’re next! You’re next!» rivolto dal dottore direttamente alla platea dei cinema, e a noi che vediamo il film seduti in casa nostra davanti a uno schermo televisivo.

[scritto il 7 marzo 2021]

Allestire una mostra

Ogni volta è la prima volta, non avevamo mai fatto quello che stiamo per fare, e dobbiamo capire con cosa abbiamo a che fare, prima di mettere questa cosa qui o quell’altra là. Dobbiamo improvvisare, fare una cosa per la prima (e unica) volta. Non abbiamo mai imparato, non impareremo mai, ogni volta è la prima volta. E’ così, più o meno, che cominciammo a parlare, a camminare, e allo stesso modo proviamo a conoscere qualcosa o qualcuno che non avevamo mai visto prima, e che non rivedremo mai più così.

Le cose là fuori, nella natura o per le strade di qualsiasi città, hanno quasi sempre, misteriosamente ma indiscutibilmente, una loro naturale collocazione, determinata da eventi casuali. Gli oggetti vengono spostati dal vento, modificati dalla pioggia o dall’azione involontaria dei passanti, e stanno sempre là dove sembra che davvero debbano stare. E poi la luce si alterna all’oscurità, il giorno alla notte, spesso basta un attimo, quando una nuvola copre il sole, per mutare l’apparenza delle cose, trasformare un paesaggio in un altro, da un momento all’altro sotto i nostri occhi, noi impotenti e affascinati, o impauriti. All’interno, nelle case, sta generalmente a noi decidere dove una certa cosa dovrebbe stare, e lo stesso vale per una mostra, sia pure con motivazioni, apparentemente, differenti. Si tratta di stabilire un ordine, sia pure temporaneo, effimero, che abbia la stessa naturalezza che riscontriamo là fuori, dove generalmente regna il caos, dove in genere nessuno realmente decide la collocazione delle cose, che è peraltro instabile, oltre che indeterminata. In una mostra, dove degli oggetti vengono costretti a convivere in uno spazio, il compito di chi allestisce, di chi deve decidere questa collocazione, è arduo. Deve sostituirsi al caso, al vento e alla pioggia, perché il risultato di questo compito, ancorché provvisorio, serbi, sia pure per un tempo limitato, l’energia immanente e l’autorevolezza del caos che regna là fuori. La partenza è da un campo vuoto, vasto e indecifrabile, di cui non è possibile stabilire un inizio, un accesso, una fine o uno sbocco. Da lì si comincia a tracciare un percorso, che non sappiamo dove può portarci, ma sappiamo dover essere chiaramente tracciato, percorribile quindi, perché questa è la vera natura di una strada, che si può percorrere anche senza darsi una meta, perché la sua vocazione è quella di condurre, di non porre limiti al movimento, ma di mantenere attiva l’energia che ci spinge a percorrerla, ovunque possa portarci.

Andrey Tarkovsky, “Stalker”
Roman Polansky, “Repulsion”
Thomas Bernhard, “Eventi”
Tanizaki Jun’ichirō, “Libro d’ombra”
Eric Rohmer, “Le rayon vert”

[testo scritto fra il 17 novembre 2007 e il 9 febbraio 2008, tratto dal libro “Allestire una mostra – e altre iniziative apparentemente inutili (storie di e/static e blank, 1999-2018)”, attualmente in preparazione]

Prima e dopo Kafka

Siamo in un ospedale, due donne sono sedute accanto al letto di un’altra donna, malata. Sono tre amiche, noi che vediamo la scena lo sappiamo, e sappiamo, o comunque apprendiamo facilmente, che le due donne sedute sono venute per tenere un po’ di compagnia a quella a letto, che deve trovarsi lì già da qualche tempo, malata piuttosto seriamente. Lei è Arletty (ovvero Kati Outinen), appare intorpidita, non parla e quasi non si muove, mentre le due amiche del suo quartiere, la panettiera e la barista, stanno sedute accanto al letto. La prima, Yvette (ovvero Evelyne Didi) sta leggendo un racconto di Franz Kafka da Meditazione, il primo della raccolta per la precisione, Bimbi sulla via maestra, quello che finisce con “E i pazzi non si stancano?”, “Come potrebbero stancarsi?”. Lo legge bene, con voce non troppo alta, senza mai guardare Arletty, mentre l’altra, Claire (ovvero Elina Salo1) continua a guardare la malata a letto, e dalle sue espressioni intuiamo che sta per addormentarsi, cullata da quella bizzarra ninna nanna kafkiana. E infatti è così, un’inquadratura successiva – prima di quella sulle mani di Yvette che chiudono il libro, e la stessa sequenza – ce la mostra dormiente, la testa rilassata e l’espressione distesa, adagiata su un candido cuscino. È un’immagine particolarmente bella e intensa, quando la vidi, una sera, credo di aver smesso di respirare per qualche secondo, pareva una pittura antica e bellissima vista chissà quando e dimenticata (o piuttosto il ricordo di un’esperienza vissuta, da me stesso o da Kaurismaki, o da entrambi), fortemente intrisa di spiritualità e soprattutto di amore. È il cuore segreto di “Le Havre”, una perla buttata lì quasi con noncuranza, nascosta all’interno di un film col quale in fondo ha poco a che fare, misteriosa e sconcertante come tutta la sequenza. Che inizialmente pare uno dei frequenti casi di umorismo ‘deadpan’ del regista finnico, e invece è una delle cose, oltreché più serie, più fresche e più intense di tutto il suo cinema, un evento di pura grazia, ineffabile quanto arrestante, bressoniano ma alla maniera di Kaurismaki.

1: altra veterana del cinema di Kaurismaki, più ancora della Didi, un viso e un’espressione inconfondibili, disincanto ma anche benevolenza, una specie di fatalismo ammiccante, vitale.