La salita

stiamo salendo faticosamente verso la cima, sudando e tremando, con passi lenti, cuore in gola, respiro affannoso, paura e rabbia; ricordi si alternano con apparizioni e visioni in un vago intermittente fulgore, mentre una musichetta ossessiva ci risuona in testa incessantemente

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Far parte di una minoranza

Da quando sono qui a B. (più di due mesi, saltuariamente, con una assenza piuttosto lunga fra giugno e luglio) ho letto diversi libri, ma sono stato preso soprattutto da due di Vitaliano Trevisan e uno di Thomas Bernhard. Autori che si somigliano per tanti motivi, soprattutto perché si tratta di due isolati (o eccentrici): per scelta deliberata, direi, Bernhard, mentre quella di Trevisan parrebbe piuttosto una scelta quasi obbligata, o comunque condizionata, in buona parte, da certe sue patologie. Mi sono trovato bene con loro, e se per quanto riguarda lo scrittore austriaco è qualcosa di scontato, una certezza mai smentita anche quando, come stavolta, prendo in mano un libro per me del tutto nuovo (Antichi Maestri), nel caso di T., che leggo soltanto da pochi mesi, e sono arrivato finora a tre libri, più un testo apparso su un’antologia, ormai anche con lui mi trovo a casa, a mio agio in situazioni narrate che sono tutt’altro che piacevoli, per nulla consolatorie (sicuramente, non nelle intenzioni), e che molto probabilmente distoglieranno dalla lettura dei suoi libri moltissime persone. Anche questo aspetto lo accomuna a Bernhard, e accomuna il sottoscritto ad entrambi: perché io mi appassiono alla lettura di certi libri, che penso proprio piacciano a pochissime persone, testi scomodi, duri, senza compromessi, quasi sempre molto lucidi, che provano a smascherare la realtà fittizia che ci circonda, quella accettata da quasi tutti, che ci credono, forse, oppure semplicemente la accettano così, senza fare alcun tentativo serio per prenderne le distanze, men che meno provano a cambiarla. Ecco il punto cruciale: noi vediamo, siamo del tutto convinti di vedere, qualcosa che altri non vedono, e di questa specie di privilegio (?) non possiamo certamente vantarci, perché questa condizione, la capacità di vedere oltre le maschere e gli schermi, ci fa soffrire, nello stesso momento in cui – e qui parlo per me, e credo anche per Trevisan, come lettore di Bernhard – la lettura di questi testi così duri e spietati ci piace, addirittura ci appassiona, e ci fa sentire meno soli, vicinissimi a chi li ha scritti. Ma questa vicinanza – che è peraltro qualcosa di evanescente, di effimero, proprio perché viene stabilita indirettamente, per mezzo di un testo – corrisponde a una lontananza sempre maggiore rispetto a quasi tutti gli altri, le persone che compongono l’umanità di cui facciamo parte ora, mentre siamo vivi.
Me ne rendo conto spesso in questi giorni in cui, dopo più di due anni di isolamento quasi assoluto, quasi sempre in casa1, ma in ascolto, sempre pensandoli, tutti gli altri là fuori, lontani, sempre più lontani, in questi giorni, dicevo, da un paio di mesi o poco meno, passo molto più tempo fuori casa, incontro persone, conosciute o meno, parlo con loro, e così emergono talvolta, nei discorsi come negli atteggiamenti, le differenze fra noi, sempre più marcate, e una lontananza sempre maggiore. Ma una vicinanza si può creare, anche abbastanza spesso, e facilmente, con persone comuni, semplici – penso soprattutto ai contadini che vendono le loro cose al mercato nel paese a fondovalle, due volte alla settimana. Si tratta di relazioni molto ‘fisiche’, nel senso che non si parla di argomenti impegnativi, sopra di noi, lontani, bensì di cose, cose che si toccano, che ci stanno davanti, nelle quali loro, e io stesso, ci riflettiamo, loro per l’orgoglio di averle fatte crescere bene, io per il piacere che provo guardandole mentre anticipo il momento in cui le metterò in bocca, gustandone il sapore. Oppure si incontra qualcuno che mostra i manufatti che ha creato con destrezza e amore, li mostra con ben dissimulata fierezza e volentieri lo premiamo acquistandone uno, quello subito notato fra i tanti2.
Altrimenti, quando ci si trova seduti casualmente, estranei fino a pochi minuti prima, alla stessa tavola, è bensì molto facile che si parli d’altro, e l’attenzione si distolga da quel che abbiamo lì davanti, cibo da mangiare, acqua o vino da bere. Una situazione del genere si può verificare in un cosiddetto rifugio, molto facilmente se si è soli, e mi sta capitando abbastanza spesso in questo periodo. Così mi accorgo spesso di quanto diversi siamo, quasi sempre, io e gli altri, perché io non leggo più giornali da almeno un paio d’anni, non guardo televisione da decenni, non mi adeguo ai comportamenti della maggior parte delle persone – la cosiddetta massa – e perciò non ci capiamo, molto spesso, se non proprio sempre. Comportamenti, parole (mutuati, queste e quelli, dai vari media, iper-invasivi), tutto ciò che unisce molte di queste persone le divide da me, e mi divide da loro, perché io sono diverso, non c’è niente da fare, non so adattarmi, non ne sono mai stato capace, già da bambino (quindi la mia età avanzata c’entra fino a un certo punto, ne sono certo), gli esempi sono innumerevoli. Insomma, io faccio parte della minoranza di questo paese, tutti quelli che non si adeguano, che non possono proprio farlo – non è neppure una vera e propria scelta, alla fine – e che perciò si staccano dalla maggioranza, e da quelli, quando capita che si scambino chiacchiere su certi argomenti, vengono guardati con sospetto, diffidenza, se non, talvolta, proprio male, quasi come dei nemici, persone potenzialmente pericolose per la comunità. Oppure con sufficienza, come davanti a qualcuno che è fuori dal tempo, un retrogrado, che non usa lo stesso gergo attuale, e soprattutto non utilizza gli stessi strumenti, penso ai cosiddetti smartphone, ai bastoncini per camminare, agli auricolari mentre si corre (o anche soltanto camminando in città), alle biciclette cosiddette assistite quando si pedala. Strumenti che io non posso fare a meno di considerare come altrettante protesi, che qualcuno ha inventato, spesso creandoli dal nulla, riuscendo a convincere tanti, quasi tutti, ad acquistarli e usarli come qualcosa di indispensabile, anche se fino a pochi anni fa non esistevano, e si comunicava, all’occorrenza, con mezzi molto più ‘primitivi’, senza l’assillo di farlo subito, o al più presto possibile. Si camminava, allora, senza attrezzi (al massimo un bastone, magari raccattato in situ all’inizio della passeggiata e buttato via alla fine) e si correva senza l’obbligo, auto-imposto, di ascoltare musica, che copre i rumori e i suoni della realtà che ci circonda mentre corriamo, perfino mentre camminiamo, correndo così, inevitabilmente, anche dei rischi. Per quanto riguarda poi certe biciclette – se ancora esse si possono considerare tali – già soltanto la definizione ‘assistite’, non può non far pensare all’assistenza sanitaria, o a quella sociale, è un termine inquietante nella sua chiarezza, perché dice in modo inequivocabile di che cosa si tratta: qualcosa che ci assiste anche quando siamo sani, che ci allevia la fatica e ci fa sentire, illusoriamente, molto forti; così si va un po’ ovunque, senza più tenere troppo in conto i nostri limiti fisici, quelli che ognuno ha, che tutti ci definiscono, ognuno in un certo modo. Ma quello che a me pare anche, e soprattutto, preoccupante è il fatto che l’abuso, diffusissimo, di certi strumenti, limita oltremodo la già assai ridotta capacità delle persone di usare tutti i propri sensi, e non soltanto quello della vista3 (e, in misura minore, quello dell’udito); ciò che, inevitabilmente, potrebbe rapidamente portare a una loro oggettiva menomazione – in senso letterale –, rendendole (ma forse è già così, da tempo) schiave di tali strumenti, incapaci di rinunciarvi. Così come un invalido, ad esempio qualcuno a cui è stata amputata una gamba, non potrà mai più camminare senza servirsi di due stampelle, o, appunto, di una protesi. Una persona che, senza averne un reale bisogno, si trova in tali condizioni di dipendenza da certe sofisticate protesi non è più libera, ma è anzi, lo voglia o meno, oggettivamente esposta al concreto pericolo di una manipolazione dall’esterno, attraverso il controllo remoto di questi strumenti, che non le appartengono, ma dai quali viene piuttosto usata, con un rovesciamento di senso che era stato evidenziato magistralmente da Ivan Illich decenni fa, con la sua intuizione dell’eclissi dell’utensile, la cui funzione, e dipendenza, dalla persona che lo utilizza, si sta sempre più perdendo. Illich sostiene quindi che da un certo momento in poi, con la fine del rapporto uomo/utensile (gestito dal primo) sia iniziata l’era del sistema, in cui l’uomo è rappreso in una situazione di dipendenza da un agente esterno, sul quale non può esercitare alcun controllo, ma ne è bensì controllato.
Con tutto ciò, il problema (per me) è che, almeno in questo paese, io sono fra i pochi, anzi fra i pochissimi (ad esempio per quel che riguarda gli smartphone, usati ormai da quasi tutti) ad avere tali radicate riserve nei confronti di tutte queste protesi, e devo anche stare attento se mi capita di parlarne, soprattutto con qualcuno che non conosco, perché ormai sempre più tutto ciò che diverge dal pensiero (?) della cosiddetta massa4 qui viene visto o con indifferenza (atteggiamento accompagnato da un sorriso di sufficienza, e un ammiccamento, se ci sono altre persone presenti), oppure con sospetto, e perfino con una certa ostilità. Ostilità che ha raggiunto livelli davvero inauditi, e molto pericolosi, negli ultimi due anni, quando quella che doveva essere una scelta individuale responsabile, da fare dopo un’attenta analisi dei pro e dei contro, considerando anche le proprie caratteristiche fisiologiche (ciò che ovviamente avrebbe dovuto essere fatto da persone esperte, in grado di stabilire la fattibilità, e il beneficio, o meno, di certe pratiche invasive), essa divenne invece un obbligo, oltretutto imposto con forme odiose di ricatto, a cui molti furono costretti a cedere, per sopravvivere. Ebbene, tutto ciò è accaduto, in parte non ha ancora finito, non del tutto, di accadere, di fronte all’ignavia di troppi, che hanno finto di non vedere l’enormità di quanto stava accadendo, aderendo bensì alla generale isteria, consistente nel credere in asserzioni fittizie, irrazionali, e accettando limitazioni senza precedenti recenti alle libertà personali e civili, oltretutto imposte, con particolare virulenza, a chi non credeva a tali asserzioni, e quindi non ci stava. Io non ci sono stato, non ci sto, non potrei mai, e ho dovuto pagare questa mia posizione con l’isolamento, talvolta con il disprezzo, anche di presunti amici di lunga data. In tutta la mia vita, non mi ero mai reso conto come in questi ultimi due anni, due anni e mezzo, di fare parte di una minoranza, malvista dalla cosiddetta maggioranza. Prima ero intimamente convinto che il mio anticonformismo fosse una condizione privilegiata (la diversità, la rarità, di un oggetto così come di una persona, spesso impreziosiscono questa o quello), seppure scomoda, talvolta; ora ho invece capito – sono stato costretto a farlo – che può essere una condizione anche molto difficile, alla quale peraltro non si può sfuggire, perché non si è scelta: si fa o si dice quel che sentiamo di dover fare o dire, e non potrebbe essere altrimenti. Non per me, e per quelli come me, quei pochi.

Soprattutto nel cosiddetto mondo occidentale sta realmente avvenendo qualcosa di cui ancora troppo pochi, temo, si rendono conto. Ora la diversità – nell’ambito delle opinioni, prima, quindi in quello del comportamento – viene sempre più mal sopportata, anzi, combattuta con ogni mezzo lecito o meno. Ci si deve adeguare, si deve pensare, e agire, come vuole chi sta al potere (politico, economico, mediatico, anzi tutti e tre insieme, uniti) pena l’emarginazione, nel ‘migliore’ dei casi; perché altrimenti si rischiano procedimenti amministrativi, prima, e poi perfino penali, soltanto perché si pensa, e si agisce, in modo differente da quello che il potere vorrebbe, pur senza commettere alcun reato. Pochi, inoltre, scorgono enormi contraddizioni, ad esempio quando si parla di altre condizioni di diversità, riguardanti la provenienza (immigrati da paesi molto poveri e rifugiati) e l’orientamento sessuale. Così, certi raduni, ormai sempre più simili a colorate occasioni di festa e di esibizione (a somiglianza del carnevale) e altrettanto inoffensive per il potere – il quale anzi se ne appropria cercando di ottenerne un guadagno, in vari modi – che un tempo, neanche troppo lontano, venivano ostacolati e boicottati dalle autorità o da aggressive fazioni di stampo fascista, ora sono stati definitivamente legittimati, e ‘premiati’ dalla presenza di sindaci e governatori. Queste forme di diversità sono state ormai metabolizzate, e neutralizzata la loro originaria forza eversiva, di opposizione al potere, per la difesa dei propri diritti negati. Ma se si prova a fare una vera manifestazione, di vera opposizione, non vengono i sindaci a presenziare, tanto meno i governatori: viene piuttosto la cosiddetta forza pubblica in assetto anti-sommossa (definizione che dovrebbe dar da pensare: di quali sommosse si parla? una civile manifestazione, talvolta impreziosita dalla partecipazione di famiglie con bambini, è tutt’altra cosa), minacciosa, e pronta a caricare i manifestanti, e quindi ad arrestarne qualcuno, tenendoli poi in galera (o chiusi in casa con un cosiddetto braccialetto elettronico, una prigione senza sbarre), in attesa di procedure giudiziarie che in genere arrivano dopo molti mesi. Qualcosa che, quando avveniva, e avviene tuttora, in certi paesi definiti – a ragione – totalitari e nemici della libertà, veniva e viene additato, dai mezzi di comunicazione di massa, al pubblico ludibrio, mettendo in forte evidenza, che qui, da questa parte del mondo, certe cose non succedono. Invece succedono, e pochissimi paiono rendersene conto, mentre tutti gli altri, la maggioranza, tacciono o alzano le spalle, indifferenti o infastiditi quando qualcuno cerca di fargli capire che in determinati frangenti non c’è alcuna differenza, ora, fra noi e loro.

1 La mia ‘scelta’ è consistita nel crearmi un sistema di difese – soprattutto nascondendomi, come fanno gli animali – che mi permettesse quanto meno di sopravvivere, o comunque di vivere una vita in tono minore, in attesa di poter tornare a viverla nella sua pienezza. È stata la scelta del meno peggio, come si suol dire, obbligata: non vedevo alcuna alternativa (e ancora stento a vederne una, in questo paese).

2 È bene precisare che con gli abitanti della borgata in cui risiedo per tutta l’estate (e con quelli delle altre borgate nei dintorni) mi sono sempre trovato bene, a mio agio. Sono persone di buon senso, equilibrate e tranquille, che fanno una vita laboriosa ma serena; quasi sempre salutano con un sorriso chi incontrano per strada, anche gli sconosciuti (una faccia che sorride: immagine quasi del tutto scomparsa altrove, per moltissimo tempo, quasi ovunque) e non è raro che durante questi brevi incontri si scambino due chiacchiere. Da queste parti l’isteria che ha pervaso la vita nelle città in pianura, rendendole opprimenti e pressoché invivibili, credo sia sempre stata assente: io avrei voluto venire qui molto prima, sarei sicuramente stato molto meglio, ma purtroppo non mi è stato possibile.

3 Il senso dell’orientamento in particolare, se si fa caso a quante persone circolano brandendo il proprio telefono portatile ‘multifunzione’ in cerca di un indirizzo, e talvolta le si vede incerte e confuse a pochi metri da quello, e gli basterebbe fermarsi, guardarsi intorno e riflettere un attimo per trovarlo da sé, piuttosto che facendosi guidare da una scatoletta di plastica riempita di processori, a loro – e al luogo in cui si trovano – del tutto estranea. È uno dei tanti esempi che si potrebbero citare di come l’attenzione – nei confronti di tutto ciò che accade nel momento in cui si vive, ovunque ci si trovi – sia un’attitudine sempre meno diffusa fra gli appartenenti a questa società cosiddetta progredita, o evoluta.

4 Può veramente considerarsi pensiero il pensiero di gruppo, che non è il risultato di una approfondita ricerca, prima, e poi verifica interiore dell’individuo, ma a cui semplicemente si aderisce, acriticamente? Perché «lo fanno tutti, deve per forza essere la cosa giusta». Purtroppo, la scelta di un certo comportamento, in questo paese, è avvenuta in questo modo, nella maggior parte dei casi. Nessuna ricerca individuale, nessuno sforzo anomalo, sempre e soltanto la via più facile, quella più conveniente, che non richiede alcuna spiegazione, dettata da qualcuno ‘sopra’.

Post scriptum

Quest’epoca è fortemente segnata dal diffondersi – quasi un dilagare – dell’uso di dette protesi, alle quali l’individuo si appoggia, facendosi assistere, e a cui demanda l’esercizio di determinate funzioni. Esse non sono sempre qualcosa di fisico, di concreto, come le biciclette ‘assistite’, i bastoncini per escursionisti (anche, e soprattutto, quando vengono utilizzati per camminare sui viali e nei parchi cittadini), gli ‘smartphone’, gli auricolari (in varie forme, ad esempio anche per visitare un museo) e altre cose. Ancora più invasivi, a mio parere, sono i loro corrispettivi ‘virtuali’: è diffusissima la pratica di appoggiarsi, fino al punto di diventarne fortemente dipendenti, alle cosiddette ‘app’ (dal termine inglese applications), esistenti ormai in numero incalcolabile, collegate all’uso dei computer e soprattutto dei cosiddetti smartphone. Esse hanno abituato un po’ tutti all’idea che tutto sia possibile gestire con certi strumenti virtuali, e perfino – e qui nasce il pericolo – risolvere con essi qualsiasi problema della vita pratica. È un’idea assurda, che può lasciare sgomenti e disarmati coloro che si erano convinti di potervisi affidare sempre e comunque, al limite – forse esagero, ma neppure tanto – per debellare qualsiasi attacco alla nostra persona, come ad esempio quello portato da un virus, e sono stati, spesso brutalmente, disillusi. Potrebbe essere nata anche così la generale, profonda convinzione che si trattasse soltanto di creare una nuova app, insomma un vaccino, per vincere questo nuovo pericolo per la nostra salute. Non più sforzi per capire bene di cosa si trattasse, e trovare quindi con la massima urgenza delle terapie adatte (perché molti erano stati contagiati, e di quelli ci si sarebbe dovuti preoccupare, per curarli e guarirli): no, si doveva soltanto trovare, a tutti i costi, e velocemente, il miracoloso vaccino, per scansare il pericolo. Che è poi il pericolo di star male, soffrire, perfino morire, e queste cose sono sempre più temute, anzi rifiutate da tutti: la fatica, il dolore, e soprattutto la morte. Tutto ciò che ha sempre dato forma e sostanza a un’idea ‘alta’ di umanità che è andata avanti per molti millenni, consistente nel trovare e sviluppare in sé la forza e l’abilità per cavarsela da soli di fronte ad ogni avversità, e la capacità di soffrire, in attesa di una guarigione, dell’agognato ritorno alla vita piena. Infine la capacità e la forza di affrontare la fine della nostra vita, da soli, perché soprattutto in quei momenti si è assolutamente soli, non c’è aiuto, e non ci sarà mai alcuna app che ci possa assistere1. Ebbene, tutto queste qualità stanno venendo meno, c’è un senso generale di resa, quasi di abdicazione alla propria umanità, e ci si affida sempre più a un aiuto esterno a noi, sia di tipo medico sia per tutto quanto riguarda la volontà (e quindi la capacità) di determinare il proprio destino autonomamente, insomma con le proprie forze, compiendo gli sforzi adeguati, dopo aver espresso la propria scelta.
Ma tale attitudine è evidente in qualsiasi campo, in ogni aspetto del nostro esistere: ci si adegua, si aderisce acriticamente all’opinione della maggioranza, perché è tanto più facile così, è come arrivare a casa la sera e trovare la tavola imbandita, con la cena già pronta nel piatto.
In generale, questa in cui viviamo è una società sempre più deresponsabilizzante, dove l’individuo viene assiduamente ‘invitato’, spesso effettivamente costretto – uno o più televisori sempre accesi, quando ci si trova in casa, gli ripetono continuamente cosa fare, cosa pensare – a cedere, omettendo di prendere decisioni indipendenti, frutto di riflessione, dopo un approfondito studio del singolo problema. L’alternativa, tanto facile e a portata di mano, è appunto quella di aderire acriticamente alla tendenza generale, condizionata, spesso addirittura gestita, dal potere soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa, cosiddetti. E questa adesione, molto frequentemente, ha luogo anche considerando le convenienze, i piccoli o grandi – comunque miserabili, visto come si ottengono – guadagni che ne possono conseguire.

1 In molte culture era peraltro possibile trovare assistenza in una figura, riconosciuta dalla comunità, dotata di particolari qualità, che le permettevano di assistere il morente nei momenti finali della sua vita, alle soglie del trapasso.

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Stare fermi

A poco a poco tutta la sua vita diventa ricordo. Anche il presente diventa ricordo. Anche le cose che gli stanno davanti e il suo corpo stesso, egli da un misterioso avvenire li vede nel passato.

Alberto SAVINIO, Il signor Mūnster

Sono qui sospeso, inerte si può dire, il tempo trascorre in me con la massima lentezza. Non succede nulla, niente che sia l’effetto di una mia decisione, di un mio gesto deliberato, propositivo. Assisto a questo nulla, di quando in quando acceso da un evento minimo, qualcosa che fa un insetto, o un uccello, oppure un refolo d’aria, quando improvvisamente muove una parte delle chiome di un albero, soltanto quella. Il caldo è spesso quasi insopportabile, considerando che mi trovo a un’altitudine di 900 metri abbondanti; così evito di uscire da questa angusta e scomoda tana nelle ore centrali del giorno, quelle più calde appunto. Aspetto, continuamente, che qualcosa succeda al mio corpo, ora così debole e inane, da settimane ormai. Sarà un piccolo miracolo, che ne provocherà altri, in serie, e allora mi rialzerò da questo stato di morte apparente, o di vita apparente, perché da fuori sembrerò, agli altri, vivo, ma veramente morto io mi sento, trattenuto in questa immobilità. Non mi muovo quasi – se non a prezzo di grande fatica, che dopo rimane a lungo nei miei arti, appesantendoli – ma neppure riesco a pensare, a muovermi in quell’altro senso, che sempre mi è stato così congeniale, quanto e anche più dell’altro (ma nella vera vita vanno insieme, sempre, in osmosi).
Ogni tanto mi sembra di percepire quella scintilla miracolosa, come se stesse per liberarsi, e liberarmi. Una sensazione fugace, che provo raramente, ma che forse è un preavviso, e prima o poi la scintilla verrà, e io mi rialzerò.

24 luglio 2022, B.

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L’arte che mi interessa

Quando ero bambino andavo spesso dai miei zii. Avevano una bella casa con l’orto, il pozzo, galline e conigli. Una volta mio zio prese una coppia di anatre selvatiche, e la femmina ben presto rilasciò molte uova fecondate, da cui spuntarono altrettanti bellissimi anatroccoli. Li adoravo guardandoli sguazzare in una specie di tinozza, o camminare in fila dietro la madre. Finché un giorno di fine estate, quando erano ormai cresciuti, si alzarono tutti insieme in volo, con i genitori, per migrare verso sud. Credo di aver imparato, da quell’esperienza che mi rattristò molto, che la bellezza è effimera, e soprattutto non ci appartiene, mai.

La sola arte che mi potrebbe interessare ormai è una che si mischia con me, mi sta vicino, o a cui posso avvicinarmi, per osservarla, ascoltarla, annusarla, talvolta perfino toccarla. Come per qualsiasi altra cosa: oggetti, animali, persone, fenomeni naturali come la pioggia il vento la neve. Un’arte in cui mi imbatto, che non mi aspettavo, qualcosa che in un dato momento mi attrae particolarmente, ma che non mi appartiene, e nello stesso tempo non conta più di me, non mi impone di stare sottomesso, mentre la guardo o ascolto. Conta come tutte quelle cose, animali, persone, pietre, gocce di pioggia, raggi di luce che si spostano lentamente sui muri: niente di più niente di meno.
Ovviamente, come per tutte quelle cose, anche per quest’arte il massimo rispetto, niente di più niente di meno.
Ma non voglio più avere a che fare con un’arte che se la tira, che si mette in posa e cerca di mettermi in soggezione, di incutermi un certo timore reverenziale. Mi è ormai del tutto estranea.

(una meditazione dei giorni neri; 3 luglio 2022)

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Il tremendo in Truffaut

La camera verde credo sia il film più strano di Truffaut; incidentalmente, è forse anche il più personale, più vicino alla sua vita nel periodo in cui si decise a farlo. Ho letto da qualche parte che T. dichiarò di essersi accorto un giorno, all’età di 45 anni, che molte persone importanti della sua vita erano morte, e lui sentiva acutamente il bisogno, non soltanto di ricordarle, ma di far in modo che la loro presenza fosse percepita ancora intensamente, come quando erano in vita, ricordandole quindi anche agli altri. Il fatto che nel ruolo del protagonista ci sia lui stesso (accadeva per la terza volta, credo) è forse di relativa importanza: pare infatti che la scelta fosse caduta su un altro, un attore spesso presente nei suoi film, Charles Denner, che però era indisponibile, per altri impegni già presi, all’epoca in cui prese avvio la produzione del film. Poi Truffaut dichiarò più volte di essere rimasto insoddisfatto per la sua interpretazione, e che sicuramente Denner sarebbe stato il perfetto Julien Davenne1. In verità a me pare che una certa gradazione bressoniana del personaggio, così come è interpretato da Truffaut, dia al film un valore aggiunto, aumentando quel certo senso di alterità che lo distingue dagli altri film di Truffaut. Che ho visto quasi tutti… credo infatti che l’unico a mancarmi sia Adele H (guarda il caso, un altro film ‘in costume’, come, oltre a La camera verde, Jules et Jim, Le due inglesi, Il ragazzo selvaggio e L’ultimo metrò, che pure si svolge in un’epoca più vicina a quella in cui T. visse e operò).

Ma mi sembra che certi caratteri dominanti nel film lo avvicinino semmai ad altre opere, come – cito alla rinfusa – La signora della porta accanto, Non tirate sul pianista, La peau douce, La sposa in nero… ce ne sarebbero tanti, direi infatti che riesce difficile nominare un film di Truffaut in cui il senso del tremendo non abbia una parte consistente, anzi, determinante, nella forma di eventi tragici che avvengono improvvisamente, spesso interrompendo situazioni ‘leggere’, se non veramente comiche. Penso a Baci rubati, con la morte del detective negli uffici dell’agenzia, inaspettata e sconvolgente, per gli altri personaggi del film e per noi stessi. Penso a La sposa in nero, con la spietata determinazione di Jeanne Moreau ad andare fino in fondo nei suoi propositi di vendetta a sangue freddo, uccidendo uomini che – alcuni di loro – avevano avuto la sfortuna di trovarsi oggettivamente complici di un omicidio in cui non ebbero alcuna parte attiva. Ma neanche loro verranno risparmiati dalla terribile vedova. Poi mi ricordo, in un film tutto sommato fra i più leggeri, quello che chiuse il ciclo di Doinel, L’amore in fuga, l’avvenimento sul treno, quando Marie-France Pisier si lancia per scongiurare la possibile morte della bimba che stava per aprire lo sportello di un treno in corsa: la sua reazione è scomposta, tutti la guardano allibiti, e soltanto dopo verremo a sapere che in quel momento la donna ha rivissuto la tragedia della perdita, proprio in un incidente, di una figlia ancora piccola. Un evento che, anche in questo caso, piomba nel film come un fulmine a ciel sereno, non si fa annunciare e prende possesso del centro della scena, cambiando, almeno per un po’, l’inerzia del corso degli eventi. Ma anche l’episodio della madre crudele che maltratta il figlio undicenne (credo), seviziandolo fino a renderlo infelice e chiuso al mondo, incapace di sfuggire al suo inferno. Lo veniamo a sapere in modo, anche qui, improvviso, quando T. ci fa assistere, da una certa distanza, all’irruzione della polizia nel tugurio in cui il bimbo viveva con la malfamata famiglia. Avviene in L’argent de poche, un film su bambini a scuola, leggero, spesso divertente. Come se Truffaut sentisse sempre il bisogno di ricordare, e ricordarci, che la vita si regge su un equilibrio altamente precario, e il tremendo è sempre in agguato, piombando per stravolgerla, e stravolgerci, nei momenti magari più sereni e distesi. Mai illudersi, e quindi mai ci si dovrebbe lamentare, perché sta a noi evitare ogni illusione, preludio a sicure future disillusioni. Fra l’altro, mi sembra siano pochi i film in cui non ha luogo la morte di una persona, magari anche in un flash-back (come nel suddetto L’amour en fuite); forse nel primo lungometraggio, I 400 colpi, nessuno muore, ma già in quello dopo, Sparate sul pianista, ce ne sono almeno due, di morti, e poi altrettanti in Jules et Jim, un altro in La peau douce, più d’uno in Fahrenheit 451 e La sposa in nero, uno in Baci rubati… Non ricordo se ce ne sia qualcuno in La mia droga si chiama Julie, che ho visto molti anni fa e non mi ricordo più bene, ma insomma, direi proprio che la morte sia una presenza costante nel cinema di Truffaut, comparendovi spesso inattesa e subitanea, e dopo il film riprende il suo corso apparentemente senza eccessive ripercussioni (v. ancora L’amour en fuite, o Baci Rubati, o Mica scema la ragazza – soprattutto la prima vittima della terribile Camille Bliss).

A colpire chi guarda La camera verde è l’apparizione assai precoce di una persona deceduta, che vediamo composta nella bara. È una giovane donna bionda, assai bella, avvolta in un drappo azzurro. Il neo-vedovo è sconvolto, non si dà pace, si frappone fra i necrofori e la bara, quando vorrebbero chiuderla, e addirittura abbraccia la salma e la solleva, d’impeto. Una scena davvero forte, disturbante, che sembra presa da certi film horror della stessa epoca, sconfinante nell’erotismo, quasi nella sessualità di tipo necrofiliaco. Ecco, qui, proprio all’inizio del film, il tremendo fa la sua prima imprevedibile apparizione, sconvolgendo i convenuti alla veglia funebre e noi stessi che guardiamo, seduti davanti allo schermo. Poi l’andamento della vicenda si placa, impennandosi però ancora, di quando in quando, e impedendoci di acquietarci troppo, come spesso accade in certi film in costume, quando sembra che il regista si compiaccia troppo della cura impiegata nella ricostruzione degli ambienti e dei costumi e vi indugi. Accade, uno di questi momenti di rottura del ritmo narrativo, quando Davenne-Truffaut impartisce una severa punizione al ragazzino sordomuto, reo di una mera disattenzione, in seguito alla quale si rompe uno dei preziosi (per il padrino) vetrini per proiezione. Il ragazzino reagisce ribellandosi, a modo suo, prima fuggendo di casa e poi rompendo con un mattone una vetrina, per impadronirsi di una parrucca femminile che vi era esposta (episodio davvero curioso: forse il piccolo, orfano, voleva riappropriarsi della madre? Un rapporto con i defunti analogo a quello del padrino). Dopo che un solerte gendarme lo ha acchiappato in flagrante, verrà rinchiuso, dimenticato per ore, in una tetra cella di prigione, dove verrà trovato nascosto sotto un pagliericcio, comprensibilmente sconvolto da tanta pena inflittagli. A proposito dei vetrini, all’inizio del film Davenne ne proietta alcuni nel suo studio mostrandoli al ragazzino: sono, ovviamente, immagini di persone morte (soldati della I Guerra Mondiale), alcune orripilanti, anche il bimbo se la ride guardandole, forse per esorcizzarle…

Altre irruzioni del tremendo seguiranno – l’incendio nella camera verde è fra le più note, io mi ricordavo soltanto questa scena, dopo la prima visione del film tantissimi anni fa – ma direi che la più impressionante avvenga durante la visita nello studio dello scultore incaricato di realizzare una copia perfetta in cera delle defunta moglie di Davenne. Il quale, vedendola, subito si indigna, cadendo preda di uno dei suoi irrefrenabilii attacchi di furore, e pretende l’immediata distruzione del manufatto. Lo scultore, dapprima contrario, si rassegna infine ad eseguire l’ordine, e noi intravediamo la terribile scena dall’esterno, attraverso i vetri, per lo più oscurati, dello studio. Intuiamo, più che vedere distintamente, lo scultore mentre sferra tremendi colpi di mannaia, per smembrare la statua. Ciò nonostante, la scena suscita orrore, forse anche perché (e qui starebbe la malizia davvero considerevole di Truffaut) ci eravamo accorti facilmente, poco prima, che la presunta statua era in verità una persona in carne ed ossa, l’unica volta in tutto il film in cui vediamo la defunta moglie di Davenne non ritratta in qualche vecchia immagine incorniciata, innocua, ma viva, con gli occhi azzurri vistosamente dipinti sulle palpebre chiuse.
Questa scena così forte è comunque in bilico fra orrore e comicità da humour nero, e per qualche motivo strano mi ha riportato alla mente un’altra famosa scena, di un film di Hitchcock bensì: quella della seconda versione di L’uomo che sapeva troppo, quando James Stewart arriva nel laboratorio di tassidermia, credendolo il covo dei rapitori del figlio, e ingaggia una furibonda rissa con i lavoranti. L’atmosfera è molto simile, e poi c’è il contrasto fra gli apparentemente spassionati artigiani (uno dei quali, nel film di Truffaut, è, piuttosto curiosamente, un vietnamita) e il passionale e furioso visitatore.

Oltre a questi momenti così intensi e perturbanti, il film, rivisto dopo così tanto tempo, trovo che si illumini ogni volta che la mdp si sofferma – scelta giusta, per bilanciare gli ‘eccessi’ di cui sopra – sul viso luminoso, quasi sempre disteso e benevolo, di Natalie Baye, che era all’epoca assai giovane e nel pieno della sua solare bellezza. Il contrasto con l’ossessione solipsistica e auto-distruttiva di Davenne è assoluto – e tiene in equilibrio tutto il film, a mio parere – facendomi inoltre pensare che se il personaggio interpretato da Truffaut non si accorge realmente mai di lei, di quanto sia bella e ben disposta verso di lui, il suo tormento era davvero incurabile, e il film non sarebbe potuto finire altrimenti da come in effetti finisce.
Truffaut era un uomo sicuramente tormentato, anche se, nella vita, sapeva dissimulare la sua profonda inquietudine dietro uno schermo di riservatezza e di rispettabilità borghese2. Aveva avuto una vita tutt’altro che facile, fino alla giovinezza, poi il cinema (dopo la letteratura) lo salvò, dandogli modo di sublimare le sue angosce, che peraltro emergono spesso in tutta la sua opera, anche nei film più brillanti, nelle commedie, soprattutto con certe subitanee e travolgenti irruzioni del tremendo.

1 Che poi, come si sa, l’attore aveva una certa vaga somiglianza con il regista, ed è probabile che, in parte, si fosse verificato nei suoi confronti, da parte di T., un ‘transfert’ simile a quello avvenuto con Jean-Piette Leaud, ovvero Antoine Doinel, ovvero François Truffaut…

2 Vedendo qualche documentario su di lui ho appreso che T. si rivolgeva con il ‘Vous” ai suoi amici più cari, che conosceva da più tempo e ai quali rimase sempre strettamente legato.

Sul diritto di resistenza

( … ) la resistenza non può essere un’attività separata: essa non può che diventare una forma di vita.
Vi sarà veramente resistenza solo se e quando ciascuno saprà trarre da questa tesi le conseguenza che lo riguardano.

Giorgio Agamben, da Una voce, 2 giugno 2022

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Il mondo sta finendo

Il mondo sta finendo. La sola ragione per la quale potrebbe durare, è che esiste. Quanto è debole questa ragione, a paragone di tutte quelle che annunciano il contrario, particolarmente a questa: che ha da fare ormai il mondo sotto il cielo? – Poiché, supponendo che continuasse a esistere materialmente, sarebbe un’esistenza degna di questo nome e del dizionario storico? Non dico che il mondo sarà ridotto agli espedienti e al disordine buffonesco delle repubbliche del Sud America, che probabilmente anche noi torneremo allo stato selvaggio, e che andremo, attraverso le rovine erbose della nostra civilizzazione, a cercare il nostro pascolo, con un fucile in mano. No; – perché una tale sorte e queste avventure implicherebbero ancora una certa energia vitale, eco delle primitive età. Nuovo esempio e nuove vittime delle inesorabili leggi morali, noi periremo proprio per ciò di cui abbiamo creduto di vivere. La meccanica ci avrà talmente americanizzati, il progresso avrà così bene atrofizzato in noi tutta la parte spirituale, che nulla tra le fantasticherie sanguinarie, sacrileghe, o anti-naturali degli utopisti potrà essere paragonato ai suoi risultati positivi. Io chiedo a ogni uomo pensante di mostrarmi ciò che sussiste della vita. Della religione credo sia inutile parlare e cercarne i resti, poiché darsi ancora la pena di negare Dio è il solo scandalo in simili materie. La proprietà era virtualmente scomparsa con la soppressione del diritto di primogenitura; ma verrà il tempo in cui l’umanità, come un orco vendicatore, strapperà l’ultimo brandello a quelli che credono di aver ereditato legittimamente dalle rivoluzioni. Tuttavia, non sarebbe nemmeno questo il male supremo.
L’immaginazione umana può concepire, senza troppa fatica, repubbliche o altri stati comunitari, degni di qualche gloria, se sono diretti da uomini consacrati, da certi aristocratici. Ma non particolarmente attraverso istituzioni politiche si manifesterà la rovina universale, o il progresso universale – poco m’importa il nome. Sarà bensì attraverso l’avvilimento dei cuori. È necessario forse dire che il poco che resterà di politica si dibatterà penosamente nelle strette dell’animalità generale, e che i governi saranno costretti, per sostenersi e per creare un fantasma di ordine, a ricorrere a mezzi che farebbero rabbrividire la nostra attuale umanità, sebbene così indurita? – Allora il figlio fuggirà dalla famiglia, non a diciott’anni, ma a dodici, emancipato dalla sua ingorda precocità; fuggirà, non per cercare avventure eroiche, non per liberare una bellezza prigioniera in una torre, non per immortalare una soffitta con sublimi pensieri, ma per avviare un commercio, per arricchirsi, e per far concorrenza all’infame papà, – fondatore e azionista d’un giornale che diffonderà i lumi e che farebbe considerare Le Siècle di allora come un fautore della superstizione. – Allora, le erranti, le spostate, quelle che hanno avuto qualche amante, e che vengono chiamate a volte angeli, in ragione e grazie alla storditaggine che brilla, luce casuale, nella loro esistenza logica come il male, – allora, quelle, dico, non saranno più che spietata saggezza, che condannerà tutto fuorché il denaro, tutto, perfino gli errori dei sensi! – Allora, ciò che somiglierà alla virtù, che dico? tutto ciò che non sarà la passione per Pluto sarà reputato un’immensa ridicolaggine. E la giustizia, se in quell’epoca fortunata può ancora esistere una giustizia, farà interdire i cittadini che non sapranno arricchirsi. – La tua sposa, o Borghese, la tua casta metà, la cui legittimità costituisce per te la poesia, introducendo ormai nella legalità un’infamia irreprensibile, guardiana vigile e amorosa della tua cassaforte, non sarà più che l’ideale perfetto della mantenuta. Tua figlia, con una nubilità infantile sognerà, nella sua culla, di vendersi per un milione. E tu stesso, o Borghese, – ancor meno poeta di quanto lo sia oggi, – tu non vi troverai nulla a ridire, e non ti rammaricherai di nulla. Poiché vi sono cose, nell’uomo, che si fortificano e prosperano quanto più altre si estenuano e rimpiccioliscono; e, grazie al progresso di quei tempi, delle viscere ti resteranno soltanto le interiora! – Quei tempi sono forse assai prossimi; chissà, anzi, che non siano già venuti, e che l’ispessimento della nostra natura non sia l’unico ostacolo che ci impedisce di valutare l’ambiente nel quale respiriamo!
Quanto a me, che mi sento talvolta ridicolo come un profeta, io so che non troverò mai in me stesso la carità di un medico. Perduto in questo brutto mondo, urtato dalle gomitate della folla, sono come un uomo stanco il cui occhio vede indietro, negli anni profondi, soltanto disinganno e amarezza, e davanti a sé nient’altro che una bufera che non racchiude nulla di nuovo, né insegnamento, né dolore. La sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere, cullato nella sua digestione, dimentico – per quanto è possibile – del passato, contento del presente e rassegnato all’avvenire, inebriato del suo sangue freddo e del suo dandismo, orgoglioso di non essere tanto in basso come quelli che passano, dice a sé stesso contemplando il fumo del suo sigaro: « Che m’importa, dove vadano quelle coscienze? »
Credo di essermi sviato in ciò che la gente del mestiere chiama un accessorio. Lascerò tuttavia queste pagine – poiché voglio datare la mia tristezza.

Charles BAUDELAIRE, da Fusées / Razzi, XXII, 1862 (trad. Decio Cinti)

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In un grande film la parte migliore non si può vedere

Io non ho mai avuto qualità straordinarie, ho solo fatto molta
esperienza perdendo tutte le battaglie in cui mi sono trovato.
SHIMADA KAMBEI / SHIMURA TAKASHI

I sette samurai è un film che si rivede ogni tanto, certamente non così spesso, essendo molto lungo. La versione considerata integrale sfiora le tre ore e mezza, l’ho vista per la prima volta ieri sera e la sera prima (il dvd, o bluray che sia, permette di spezzare la visione in due o tre volte, nonché di fermare il film quando si vuole, per scattare un fermo-immagine). È un film incredibilmente visivo, pieno di cose, di azione, di personaggi che compiono gesti spesso straordinari, eppure – me ne sono reso conto ieri per la prima volta – la sua grandezza sta semmai in quel che non si vede, qualcosa che percepiamo – o che si attiva – in noi con forza irresistibile, evocato dalle parole dei personaggi principali, o dai gesti, o anche soltanto da certi loro silenzi, al cospetto di qualcosa che sta accadendo o che è appena accaduto. Questa cosa trascende le immagini, così ammiriamo qualcosa che in effetti non si vede, ma viene suggerito/evocato, come per tutta l’arte veramente grande. Ma potrei forse dire che, grazie a questi segni appena accennati, ma per lo più intrinseci in parole, azioni o sguardi, noi la viviamo (sto cercando l’espressione adatta, che però non esiste, e allora quelle usate valgono da simulacri di quella giusta, inafferrabile, la rappresentano senza mostrarla). È una grandezza morale, che emerge attraverso le frequenti manifestazioni di umiltà e di modestia dei personaggi principali – i samurai in particolare –, le loro ammissioni di debolezza, di incapacità. Shimura/Kambei si schermisce di fronte all’espressione quasi impudica dell’ammirazione di Katsushirō  («voglio essere il tuo discepolo!»), e così il valoroso, impavido Kyūzō, quando si accorge che quello lo guarda con occhi splendenti quasi incapace esprimergli quanto lo adora e come vorrebbe poter diventare altrettanto valoroso, pure senza alcuna superbia né ostentazione, lui, con la sua solita faccia di pietra, inespressiva, lo esorta a parlare in fretta, perché poi deve riposarsi prima del giorno dello scontro finale (e infatti subito dopo reclinerà la testa e chiuderà gli occhi appoggiandosi alla spada). Come probabilmente ricorderà chiunque abbia visto il film, Kyūzō era uscito dal villaggio in piena notte perché si era capito che qualcuno doveva compiere una sortita e disarmare un paio di banditi sottraendogli l’archibugio. Lui si offre spontaneamente, senza alcuna esitazione, anzi si può dire che stia già avviandosi verso l’accampamento nemico mentre comunica agli altri la sua risoluzione, e se ne va via deciso, con passo sicuro e svelto. Tornerà verso l’alba, dopo un tempo che deve essere stato piuttosto lungo, come si capisce dalla tensione dei suoi compagni in attesa, muti e attenti a ogni minimo rumore, ogni volta credendo che sia lui, che sta tornando, ma sempre delusi, e con la paura crescente di non rivederlo più, e che la sua missione sia fallita. Ma infine arriverà, con passo altrettanto sicuro che all’andata, ma senza alcuna fretta, perché ormai non ce n’è più bisogno, la missione è compiuta. Le sue poche parole, pronunciate con un tono di voce normale senza neppure guardare in faccia nessuno, sono indimenticabili, entusiasmano – soprattutto Katsushirō, travolto da questa ennesima manifestazione di grandezza accompagnata alla massima sprezzatura, ma anche noi che guardiamo il film, quasi settant’anni dopo – senza alcuna intenzione di volerlo fare: «Cancellatene altre due [dall’elenco dei banditi compilato e gestito da Kambei]». Mentre le dice, Kyūzō stende il braccio destro che impugna i due archibugi catturati, per consegnarli proprio a Katsushirō, che li raccoglie senza dire una parola, mentre lo osserva attonito.

Ancora nella prima parte del film Kambei fa un breve discorso di cui proprio non mi ricordavo (forse mancava nelle versioni accorciate che avevo visto prima?), rivolgendosi soprattutto al giovane, per esprimere il suo atteggiamento, dettato dallo stato d’animo di un samurai ormai anziano e del tutto disilluso, ma pure consapevole – sia pure senza esprimerlo direttamente con le parole – di quanto può e deve fare per aiutare i contadini vessati dai briganti. Lo riassumo qui: «So quello che vorresti dire, anch’io ho avuto i tuoi anni… un po’ di tempo fa. Acquistare bravura e poi distinguersi in qualche battaglia per poter diventare signore di un castello. E intanto il tempo passa in quest’attesa e succede che ti vengono i capelli bianchi come a me… Ti accorgi che i genitori sono morti, e che i parenti e gli amici sono spariti». A questa dichiarazione così disillusa e dimessa, fatta a bassa voce, come in un soliloquio, segue qualche secondo di assoluto silenzio da parte di tutti, sia Kambei sia i samurai che gli stanno intorno tacciono, gli sguardi assenti fissando il vuoto, e il luogo viene pervaso da un senso di grande mestizia. Ma ecco, uno di loro ammicca verso un punto alle spalle di Kambei, dice qualcosa sorridendo, gli sguardi di tutti si volgono in quella direzione: era intanto arrivato il prode Kyūzō, in silenzio, senza fare alcun rumore, per ascoltare anche lui le parole del Maestro. Ha infine deciso di unirsi alla spedizione, tutti esultano, lo stesso Kambei, improvvisamente non più triste, sorride, i suoi occhi brillano esprimendo grande contentezza per la sorpresa (non sperava forse più in quell’adesione così importante, decisiva).
Questa scena piuttosto lunga, divisa in due parti da quel vero e proprio ‘ma’ (prima la tristezza e la disillusione, dopo l’entusiasmo e l’energia vitale ritrovata, tutto cambia in un attimo) credo spieghi perfettamente cosa intendo dire quando dico che la grandezza di I sette samurai trascende spesso le immagini, ineffabile ma potente anche più di quelle.
Le parole di Shimura-Kambei sono stupefacenti nella loro semplicità e nella loro onestà, e ammetto di aver provato un certo turbamento ascoltandole, come se Takashi Shimura le dicesse lì davanti a me, proprio a me – o forse in vece mia – in quello stesso momento.

Può certamente sembrare alquanto velleitario affermare, come faccio io, che il film di Kurosawa, così pieno di cose fatte benissimo, duelli, cavalcate, scene di massa, e di paesaggi affascinanti, recitato talmente bene da bravissimi attori (tutti peraltro senza alcuna ostentazione – a parte Mifune, a cui K. diede assoluta libertà di improvvisare e di eccedere, proprio per ‘sbilanciare’ il film sottraendolo al rischio dell’agiografia, con samurai tutti perfetti e ammirevoli) e soprattutto girato, e montato, magistralmente, abbia la sua vera e maggiore qualità in ciò che non si vede, ma si percepisce bensì guardandolo. Ma non credo di forzare la realtà delle cose, perché sono persuaso che ciò abbia a che fare con certe note peculiarità della cultura giapponese – in letteratura, pittura, poesia e nello stesso cinema – che spesso mostra cose, situazioni o personaggi affidandogli un valore rappresentativo, o per meglio dire allusivo a ciò che non si vede, che non si può vedere e non si può dire. Perché non si deve vedere né dire, per mantenere la sua potenzialità, a cui si può alludere, ma che, se fosse mostrata impudicamente, senza veli, si perderebbe. Soprattutto, quel che voglio dire è che il film di Kurosawa ha tutto quel che ci vuole perché sia giudicato, con pieno merito, straordinario, per le sue scene d’azione riprese in modo molto innovativo, per il sapiente dosaggio fra elementi diversi, il ritmo, ottenuto alternando scene con registri diversi, insomma per tutte le sue qualità cinematografiche, peraltro imitate in seguito da innumerevoli registi. Ma la sua grandezza – una qualità morale, come detto – gli è data da altri elementi, molto meno appariscenti, spesso addirittura invisibili, suggeriti – piuttosto che imposti – alla nostra attenzione proprio da quelle apparenze così ben realizzate, in esse impliciti.

Penso che la prima parte del film, soprattutto a partire da quando i quattro contadini arrivano in città per cercare i samurai, sia molto interessante, ed è forse quella che preferisco, anche perché lì accadono gli eventi dai quali prenderà avvio la vicenda. L’incontro, del tutto casuale, con Kambei, la sua preparazione prima di recarsi alla capanna in cui si è asserragliato il ladro con il bimbo in ostaggio, poi il modo in cui riesce a liberare il bimbo uccidendo il rapitore, sono momenti indimenticabili. Sembra tutto così naturale, fatto senza sforzo, le cose accadono e il forte agisce di conseguenza, sfruttando al meglio le sue qualità e le debolezze dell’avversario. Ma lo fa senza alcun vanto, con suprema sprezzatura, stupendo così ancor di più la folla che lo circonda durante tutte le fasi dell’impresa, e Katsushirō in particolare. Poi le sue esitazioni, l’iniziale rifiuto della proposta dei contadini, le successive riflessioni, segnalate da un gesto che farà spesso durante tutto il film, strofinandosi lentamente il mento mentre emette un sordo «uhm». Anche qui procede cautamente, soppesando tutti i pro e i contro prima di imbarcarsi in un’impresa che, lo sa bene, sarà difficilissima, e che non gli porterà neppure alcun guadagno venale, ma soltanto la sensazione appagante, quando tutto sarà finito, di aver fatto il meglio in suo potere per aiutare i contadini liberandoli dalle angherie dei banditi.
Ma è soprattutto bello vedere come agirà per scegliere gli altri samurai, stando assolutamente fermo mentre guarda, dall’interno di una locanda, tutti i viandanti che passano lì davanti, cercando di capire dalle apparenze quali potrebbero avere le qualità, fisiche e morali, per poter essere scelti. È una dimensione che ora sembra arcaica, perduta per sempre: affidarsi al caso, osservando il libero scorrere della vita, cercando di indovinare la natura di uno sconosciuto dal modo in cui si muove, cammina, parla con altre persone, prima di farne realmente conoscenza, iniziando a conversare con lui. E ne vediamo passare molti, di questi samurai senza padrone, vaganti per città e campagne senza una meta precisa, nell’attesa di un incontro decisivo, di un’occasione. Tutte cose di cui ora, già da tempo e sempre più, si sente acutamente la mancanza.

un viaggio verso l’ignoto

Ciò che è soprattutto bello, in un film, ciò di cui vado in cerca, essenzialmente, è un viaggio verso l’ignoto. Il pubblico deve rendersi conto che io vado verso l’ignoto, senza sapere prima quel che accadrà. Non lo so perché, fondamentalmente, non conosco i miei performer – nonostante li abbia scelti con la maggior previdenza possibile. È meraviglioso scoprire qualcuno a poco a poco mentre procedi attraverso un film, piuttosto che sapere in anticipo cosa quella persona sarà… Ciò che, alla fine, non sarebbe altro che la falsa personalità dell’attore. Un film necessita di questa sensazione di aver scoperto una persona: una profonda scoperta. In ogni caso, tutto ciò con cui dobbiamo lavorare è la natura di una persona. E non di un attore. Si deve tornare alla natura. Bisogna osservare intensamente, trovare modi per osservare più intensamente.

Voglio comunicare in un modo tangibile come le strade che percorriamo in vita non sempre conducono a una destinazione. Intendo dire quella prevista / che si riteneva tale.

Robert Bresson, da “Bresson on Bresson. Interviews 1943-1983”

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