Incontri (su una strada a spirale)

14 agosto 2021, ore 14:13
14 agosto 2021, ore 13:58
14 agosto 2021, ore 11:01
12 agosto 2021, ore 15:19
12 agosto 2021, ore 10:50
10 agosto 2021, ore 15:10
10 agosto 2021, ore 15:09
10 agosto 2021, ore 15:03
10 agosto 2021, ore 10:45
7 agosto 2021, ore 10:48
1 agosto 2021, ore 10:19
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Un anno dopo

Un anno dopo, sono tornato in quel luogo, ormai ben noto (leggi QUI). Ho visto già da una certa distanza che mucche e capre in buon numero stavano nei dintorni del piccolo alpeggio, in gran parte diroccato, pascolando. Poi ho scoperto, con dispiacere, che una parte del ponticello, la grande lastra in pietra che faceva da rampa di accesso al ponte vero e proprio, venendo dalla strada, era crollata. Avvicinandomi a quello che avevo definito un sacello, compiaciuto nel vederlo apparire intatto, udivo intanto uno scampanare molto vicino e pensavo a un animale dietro la casupola, nascosto dalla stessa. Essendo praticamente sordo da un orecchio, il destro, mi manca la possibilità di individuare con precisione la provenienza di un suono, perciò ero perplesso. Giunto a circa tre, quattro metri dalla casetta – come sempre l’accesso era spalancato, non c’è più una porta lì, soltanto i cardini – improvvisamente vedo sbucare dall’interno buio una grossa capra, che si ferma e mi fissa, a sua volta sorpresa. Un attimo dopo, lei sterza bruscamente verso la sua sinistra, allontanandosi da me, e io faccio lo stesso, per allontanarmi in fretta da lei. Sinceramente ho temuto qualche guaio (queste capre hanno corna piuttosto cospicue, durissime) mentre forse lei, vedendo il mio bastone da pastore, avrà pensato che lo fossi, quindi avrà preferito evitarmi (chissà, magari qualche volta si sarà presa una bastonata), piuttosto che venirmi incontro per verificare la mia identità. In quei momenti ho pensato a un vecchissimo film muto di Buster Keaton, in cui due personaggi travestiti da fantasmi, che si aggiravano in una casa buia, si vedono nello stesso momento, sbucando in una stanza da due porte diverse, e scappano via terrorizzati.
Un anno fa avevo scritto quel testo abbastanza lungo su ciò che mi era parso essere un sacello, mi chiedevo a cosa potrebbe servire, formulando ipotesi fantasiose e affascinanti, quasi convincendomi che potesse trattarsi di un luogo inutile, concepito per una fruizione di natura contemplativa, per la meditazione. Invece no, è un riparo per le capre, e quel bellissimo, intrigante ripiano triangolare nell’angolo a sinistra in fondo forse servirà per tenerci un po’ di sale, sostanza di cui le capre pare siano ghiotte, e di cui, credo, hanno bisogno. Avrei voluto sincerarmi di questo, era l’ultimo possibile dubbio che mi rimaneva, e quando sono ripassato di lì tornando dalla mia passeggiata mi sono di nuovo avvicinato alla casupola. Stavolta c’era un’altra capra, più piccola, era coricata, la testa appoggiata a terra, proprio sulla soglia, guardando fuori. Non so se mi abbia visto, e comunque non si è mossa da lì (le ho anche fatto un paio di fotografie), così ho rinunciato e me ne sono andato.
Capre… chissà poi per cosa veramente gli servirà il presunto sacello: è piuttosto piccolo, non ce ne possono stare dentro molte insieme. Ma potrebbe forse essere una camera nuziale1. Per capre.

1: l’ipotesi, piuttosto attendibile, di un amico è che si possa trattare di un luogo dedicato alla mungitura delle capre; peraltro (per non cestinare senza appello la mia primitiva ipotesi, che mi aveva indotto a definire quella costruzione un sacello) una mungitura eseguita lì dentro deve avere qualcosa di rituale, una certa sacralità.

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La singolarità

La singolarità si assottiglia ogni giorno di più. Sembra che ci sia una fabbrica al lavoro per la normalizzazione dell’insolito.

Robert Walser, da Un ceffone e altre cose, 1925 (traduzione di Anna Bianco)

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Un sacello sulla montagna, tornando dal lago

Tornando dal lago, meta della mia escursione, sono su una strada sterrata quando passando accanto a un alpeggio abbandonato e in rovina noto un piccolo, curioso ponticello fatto con lastre di pietra, la più grande delle quali, messa in piano, sormonta un piccolo corso d’acqua del tutto asciutto. Nonostante la stanchezza, dopo una giornata intensa e galvanizzante, ma anche sfinente, sono incuriosito e decido di raggiungerlo, è proprio vicinissimo alla strada. Lo percorro – giusto pochi passi sulle pietre lievemente traballanti, soprattutto quella grande in piano – e mi accorgo, solo quando sono a metà, che porta a una piccola costruzione, a sua volta in pietra, la cui porta è aperta e sembra invitarmi ad entrare. Come mi accorgerò dopo, la casetta è la sola rimasta integra, muri e tetto praticamente perfetti, e un’iscrizione sull’architrave dice che venne sistemata1 nel 1999, unica dell’alpeggio, composto di almeno quattro costruzioni. Ancor prima di entrare mi accorgo, guardando dentro, della sua particolare fattura: i due muri lunghi, perpendicolari all’entrata, si stringono, già a partire dal pavimento, salendo verso il soffitto, come per comporre una volta a botte. Ma non si tratta di quello, dato che il soffitto, interrompendo la curvatura delle due pareti, è piatto: quattro grandi lastroni di pietra, appoggiati sui muri, lo formano, e l’effetto è sorprendente, non credo di aver mai visto niente di simile. A terra, in corrispondenza dei quattro grandi lastroni del soffitto, sono sistemate, messe a loro volta in fila, sei pietre, altrettanto piatte, ma più piccole di quelle del soffitto: le prime due partendo dalla soglia più grandi e più spesse, le altre, oltre che più piccole, più sottili, e due hanno una forma quadrangolare quasi perfetta; soprattutto una, quella al centro della linea, è un perfetto quadrato. Altre pietre sono sparse piuttosto disordinatamente sul pavimento, quasi tutte piccole, e fra di esse spuntano piantine verdi, anche qualche felce; sull’angolo in fondo a sinistra, proprio sotto una mensola triangolare infilata a mezz’altezza fra i due muri, della terra smossa. Nell’angolo opposto, quindi a destra rispetto all’ingresso, una piccola apertura obliqua, allo stesso livello della mensola a destra. Ci sono altre due aperture su quel muro, al centro, una sopra l’altra, la più grande sotto, ma tutte e due sono semi-sigillate da qualche piccola pietra. Dopo aver esplorato il muro di fondo – quello appena descritto – mi siedo nei pressi della porta, su una pietra piatta piuttosto grande messa proprio a sinistra, subito dopo l’entrata, e sto lì, fermo e silenzioso per diversi minuti, almeno dieci, ma forse anche di più, non posso ricordarmelo. Giro lentamente lo sguardo ovunque, sulle pareti e sul soffitto di quel piccolo sacello (a occhio, il pavimento sarà poco meno di due metri sui due lati corti e circa due metri e mezzo quelli lunghi)2 e intanto ascolto. Sento passare sulla strada la comitiva che avevo visto su al lago, e che si era mossa per ridiscendere verso la strada una decina di minuti dopo di me, poi forse un’auto, che avevo visto ferma a una curva poco prima. Non so quale potesse essere la destinazione d’uso di una simile costruzione: si potrebbe pensare a una piccola stalla, forse per poche capre, ma non ne sono convinto, anche a causa di quella strana, bellissima mensola triangolare, là dove si potrebbe appoggiare una candela, o qualche altra cosa di nessun interesse o utilità per capre o altri animali. Piano piano, sempre più intensamente, mi convinco di una destinazione non utilitaristica, ma in qualche modo spirituale, ciò che, me ne rendo conto benissimo, non avrebbe alcun senso in un luogo simile, dove tutto doveva avere un chiaro e concreto scopo, un’utilità, per il bestiame o per gli uomini che l’accudivano: non potrebbe essere altrimenti, vista l’enorme fatica che era necessaria per costruire questi alpeggi, spostando e innalzando pietre anche grandi, spesso pesantissime. Ma quella convinzione rimane in me, rafforzata dal silenzio e dalla poca luce lì dentro, proveniente dall’entrata (ci sono i cardini, ci doveva anche essere una porta in legno, un tempo) nel pieno di una delle più assolate e abbaglianti giornate di questo agosto. Un contrasto, quello fra il dentro e il fuori, che mi sembra fondamentale per accentuare la natura di quel luogo riposto, perfetto, direi proprio, per viverci un’esperienza, lunga o breve (oggi non ho molto tempo, sono anche stanco, ma ci tornerò) intensamente contemplativa e di meditazione, alternando la visione dell’interno a quella verso l’esterno, e intanto ascoltando, sempre. Mi viene ben presto di pensare, come la cosa più naturale, a ciò che accadde circa quattro anni fa in Val Pellice, quando si fece la Stanza della Quiete In Alta Montagna (vedi QUI), con due piccole opere sonore di Julius, quelle che hanno spesso il suono, da lui stesso registrato, di qualche insetto, cavalletta, grillo, oppure una cicala. Ci penso per un po’, mentre guardo assorto un po’ dappertutto, soprattutto verso l’angolo a destra in fondo, quello con la feritoia obliqua. E a un certo punto mi sembra proprio di sentirli, quei suoni, intorno a me, si sentono anzi, realmente, soltanto quelli, oltre al vento che di quando in quando soffia intorno alla casa. Mi accorgo infatti che non è un’allucinazione: attraverso le tante fessure fra le pietre dei muri a secco, proviene da fuori, e si sente benissimo stando lì dentro, il frinire di grilli e cavallette sparsi un po’ dappertutto intorno alla piccola casa. È un piccolo miracolo, come uscire da un sogno portandosi dietro un oggetto che vi avevamo visto, e soprattutto in quel momento mi rendo conto della straordinarietà di quel luogo, e della sua nascosta maestà. Si potrebbe forse rimanere lì per sempre, morti al mondo ma vivi, come mai ci si sentì altrettanto in vita.

(scritto il 23 agosto 2020)

1: dopo la mia visita di ieri, 17 settembre, mi è venuto il dubbio che addirittura la casetta fosse stata bensì costruita nel 1999, anche perché oltre a una sigla (parrebbero una C e una L) e alla data non compaiono altri dati.
2: sempre ieri, ho potuto misurare lo spazio, avendo portato con me un metro estensibile. È lungo, il sacello, 335 cm, e largo circa 240 cm; anzi, il muro opposto all’entrata misura 246 cm (ma è difficile prendere misure precise, essendo i muri non intonacati, e quindi irregolari, come le pietre che li formano). Stando in piedi, al centro, ho potuto misurare un’altezza di circa 184 cm, mentre la larghezza delle quattro lastre che formano il soffitto è di 100 cm.

Stabilità

Per lui si trattava sempre di una nuova ricerca della stabilità nella perdita frequente della medesima.

Spesso si sentiva attratto dagli alberi, che mettono radici in silenzio, e occupano il posto che assegnò loro chi li piantò.

Robert Walser, da Erich, 1925 (traduzione di Anna Bianco)

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andare dove

“Nella nostra vastità di spirito, non ci siamo rinchiusi fra le mura di una sola città, ma ci siamo aperti alla relazione con il mondo intero, e tutto il mondo abbiamo proclamato nostra patria, per offrire più vasto campo d’azione alla virtù. Ti è precluso il tribunale e sei interdetto dai rostri e dai comizi: voltati indietro e guarda quante immense regioni ti si aprono, quanti popoli. Per quanto grande sia la parte che ti è preclusa, quella che ti resta sarà sempre più grande.”

Seneca, da De tranquillitate animi (lettera a Sereno)

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Paura

I più fluttuano miseramente fra la paura della morte e il tormento della vita: non vogliono vivere e non sanno morire. Renditi piacevole la vita liberandoti da ogni preoccupazione intorno ad essa. Nessun bene giova a chi lo possiede, se non si è anche preparati a perderlo.

Innanzitutto esamina attentamente se ci siano indizi certi di sventura in arrivo. Per lo più ci diamo pena per supposizioni, e ci traggono in inganno quelle voci che fanno perdere le guerre e in misura ancor maggiore recano rovina ai singoli. Proprio così, mio Lucilio, troppo frettolosamente aderiamo alle voci pubbliche. Non valutiamo con sufficiente attenzione ciò che ci spaventa, e non lo storniamo da noi, ma ne siamo sconvolti e volgiamo le spalle come i soldati che la polvere agitata da un gregge in fuga fa scappare dagli accampamenti, e come coloro che si lasciano terrorizzare da qualche storiella anonima che si è diffusa in giro. Non so come, ma le vuote invenzioni dell’immaginazione ci sconvolgono fin nelle midolla. La verità ha una qualche misura, mentre ciò che è incerto alimenta le congetture e cade in balìa dell’arbitrio di uno spirito atterrito. Nessun terrore è così rovinoso, così irrefrenabile come il panico: in altre paure è la ragione ad abdicare, in questa è la mente stessa. Esaminiamo con cura la questione. Probabilmente qualcosa di male ci accadrà, ma non è già da subito vero. Quanti eventi non attesi sono accaduti! E quanti, attesi, non si verificarono mai! Anche se un giorno esso verrà, a che scopo andare incontro al proprio dolore? Abbastanza presto soffrirai, quando verrà: nel frattempo, promettiti le cose più belle. Che cosa guadagnerai? Tempo.

Spera in ciò che è giusto, ma preparati alle peggiori ingiustizie. Ricordati di sottrarre alle paure il tumulto che le accompagna, e di vederle per quello che realmente sono: ti accorgerai che in esse non c’è nulla di terribile, se non il timore stesso. Vale anche per noi, fanciulli cresciuti, quel che accade ai fanciulli: se vedono mascherati coloro che amano, con i quali hanno confidenza, con cui giocano, si spaventano. Non solo agli uomini, ma anche alle cose bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero sembiante.

Seneca, estratti da Ad Lucilium epistulae morales

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fuggente

Stavo camminando quando improvvisamente ho visto, sotto la strada, a pochi metri da me, una giovane cerva: era accovacciata sull’erba e mi stava osservando, attenta. Non appena mi ha visto sollevare la mano con la fotocamera si è immediatamente rialzata, mettendosi in fuga.

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