Vite silenti fra l’erba

L’ampio prato, adagiato fra un filare di alberi d’alto fusto e una bassa collina boscosa, è stato evidentemente lasciato riposare, non vi sono colture particolari, niente soia, e nemmeno mais, così diffuso da queste parti. Solo erba vi si trova, di molte specie, tutta piuttosto bassa, con qualche fiore qua e là (quest’anno ha fatto molto caldo, ancora adesso, a metà ottobre, si superano quasi sempre i 20° nel pomeriggio). Non si vede nessuno nei dintorni, a parte qualche rara automobile sulla provinciale a circa trecento metri, c’è molto silenzio, si sente bene il fruscìo provocato, camminando, da scarpe e pantaloni. Ogni tanto un punto bianco a terra, fra l’erba, a volte sono in gruppetti di tre o quattro al massimo, ma non troppo vicini fra loro, quasi mai (a parte quando sono coppie unite, come gemelli siamesi). Sono funghi cosiddetti ‘prataioli’, sicuramente spuntati nella notte – i più bianchi, dalla forma circolare quasi perfetta – e continuando a camminare se ne incontrano molti: il sole è spesso velato dalle nubi, creando così una luce diffusa che li mette ancor più in risalto, piccoli cerchi bianchi sparsi nell’erba verde scuro. Si percepisce in loro una vitalità lenta eppur sicura, e serena, favorita dalla solitudine e dal silenzio del luogo, non si potrebbe mai urtarli, o staccarli da terra (uno o due si vedono in quello stato, forse un animale passando li ha urtati). Essi sembrano, anzi sono vivi, e traggono il massimo piacere dallo stare proprio lì, nel silenzio e nella solitudine. Presenze quiete e silenziose, timide, che soltanto in quel contesto possono, dopo essere spuntate nella notte, protette dall’erba umida, persistere sotto il sole. Trovandoli durante il cammino ci si sofferma ad osservarli, piegandosi un po’ per avvicinarsi a loro, ma con discrezione, senza neppure toccarli: così delicati come appaiono essere, è evidente che ne patirebbero. Non si vuole disturbare queste creature silenti, fragili, effimere, nemmeno con le parole, se non sussurrate. Si lasciano allora lì, dove sono nate e presto finiranno, e si fa ritorno in città. Di loro si porterà via soltanto il ricordo, persistente ben più a lungo della loro breve vita.

[ieri, 16 ottobre]

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tre testi del 2019 sull’Isola in città

Primavera sull’isola

L’isola circolare con il bosco sopra, che attraverso spesso durante le mie passeggiate, oggi appariva nel suo pieno splendore, con le piante ormai tutte rigogliose, e per chi ci stava sotto, seduto o in piedi, la sensazione di benessere era intensa. Il vento dei giorni scorsi ha pulito l’aria, che ancora risplende, e sotto le piante l’ombra crea un forte contrasto con la luce intensa del primo pomeriggio. Una ragazza che avevo visto poco prima mentre era ferma su una strada non lontano da qui, mentre chiacchierava con un uomo, è riapparsa all’improvviso, camminando lentamente; si è poi fermata nei pressi di una pianta delle più grandi e si è appoggiata al suo tronco, rimanendovi per qualche minuto a guardare verso il recinto eptagonale al centro dell’isola dove giocano i bambini, oggi particolarmente chiassosi, irresistibilmente felici.

(scritto il 20 aprile 2019)

Tre volte nel bosco

Per una serie di coincidenze, sono passato in largo Montebello tre volte nel giro di 24 ore, fra le 17:15 circa di ieri e le 17:45 di oggi. Ieri ero da S., quando stavo per uscire dal suo laboratorio si è messo improvvisamente a piovere, mentre gran parte del cielo era sgombra di nubi e c’era il sole. Sembrava che avesse smesso, così ho deciso di uscire, ma quasi subito ha ripreso a piovere forte, così mi sono fermato sull’isola al centro del largo, dove avevo individuato alcuni punti in cui il pavimento era ancora asciutto, perché lì la pioggia veniva evidentemente filtrata da molti strati di rami sovrastanti. Non ero il solo lì sopra, c’erano anche due ragazzi, che dopo aver temporeggiato per un po’, mangiucchiando da un sacchetto (forse patatine fritte) se ne sono andati, anche se la pioggia non aveva ancora smesso. Io ho resistito ancora a lungo, alla fine ci sono stato per circa un’ora, e quei due o tre minuscoli posti asciutti sono stati raggiunti a loro volta dalla pioggia, anche se lì ne arrivava un po’ di meno. Mi sono mosso quando sembrava che la pioggia calasse (falso allarme…) dirigendomi verso casa.
Stamattina sono passato di lì intorno a mezzogiorno, splendeva il sole, ma non c’era molta gente, per lo più bambini piccoli con i propri genitori. Si sentiva soprattutto la presenza di un uccello (che non ho saputo riconoscere), invisibile ma molto sonoro, che ha cantato per tutto il tempo (10 o 15 minuti) in cui sono rimasto lì seduto su una panchina. Si stava davvero bene, me ne sono andato soltanto perché era quasi venuta l’ora di pranzo.
Nel pomeriggio, poco dopo le 17:30, ero di nuovo lì, venendo da un negozio che si trova nei pressi. C’era molta gente, neanche una panchina libera, ma per quei pochi secondi durante i quali ho attraversato il boschetto sull’isola ho di nuovo percepito un’intensa sensazione di benessere. Stavolta ho notato quanto profonda fosse la penombra lì sotto (a quell’ora c’era un bel sole) e i volti delle persone si intravedevano appena. Immagino che chi si trovava lì a parlare con altre persone dovesse concentrarsi per vedere bene in faccia il suo (o i suoi) interlocutore, quindi tutto fosse lievemente rallentato. Sì, credo che il senso del trascorrere del tempo, per chi si trovava lì, fosse diverso da chi camminava fuori, più lento, e la parlata, così come l’ascolto, più misurati e attenti.

(scritto il 22 maggio 2019)

Cortei di bimbi verso l’isola

Un giorno d’estate (primi giorni di luglio) ero seduto su una panchina dell’isola quando vidi arrivare dalla strada a sinistra rispetto a dove ero io – quindi da SE – un insolito corteo. C’erano almeno 10/12 bimbi, i più grandi sui 4/5 anni, i più piccoli 2 anni o anche meno, accompagnati da due donne. Evidentemente i bimbi di un asilo, probabilmente privato (anche perché quelli pubblici in estate chiudono) accompagnati da due maestre. Una delle quali era piuttosto giovane, mentre l’altra, che guidava il corteo, doveva avere almeno 50 anni. Tutti erano collegati da una corda, piegata in due parti a metà, a cui ogni bimbo stava attaccato con una mano, mentre la maestra più anziana stava davanti, tenendo la corda nel punto di piegatura, e la più giovane in fondo, tenendone in mano i due capi. La maestra alla guida del gruppo si girava continuamente per tenere sott’occhio i bimbi, dicendogli spesso qualcosa, perché non mollassero la presa sulla corda e continuassero a camminare al passo con tutti gli altri, mentre quella in fondo a sua volta li sorvegliava, ma più discretamente. Il piccolo corteo non poteva passare inosservato, e tutti i presenti sull’isola in quel momento guardarono in quella direzione, incuriositi dall’apparizione. I bambini entrarono poi nel recinto dei giochi al centro della rotonda, riservato proprio a loro, e cominciarono, liberatisi della corda, a sciamare in tutte le direzioni, strillando e ridendo, chi direttamente verso giochi e altalene, chi semplicemente correndo intorno, per il puro piacere della libertà, lì dove nessuno dei pericoli incombenti al di fuori – prima di arrivare sull’isola, e poi anche dopo, prima di entrare nel recinto dei giochi – era più presente. C’erano già altri bimbi nel recinto, e si mischiarono agli ultimi arrivati, così lo schiamazzo aumentò di intensità, e l’aria sotto le chiome della alte piante si riempì di grida e risate. Le maestre facevano il loro lavoro, non perdendo mai di vista neanche un bambino, e intervenendo nelle situazioni più delicate, per sedare un battibecco, oppure per evitare che i più piccoli, soprattutto, rischiassero di farsi male per imprudenza.
Era meraviglioso tutto ciò, e non riuscivo a staccare gli occhi dal recinto, dove tante piccole cose – importantissime per i protagonisti – accadevano continuamente, ed era perfino impossibile seguirle tutte [Playtime di Tati]. Era evidente come per loro quel luogo avesse qualcosa di magico ed esprimevano la loro gioia per trovarcisi dentro con la massima spontaneità e senza mezzi termini, urlando, ridendo, correndo. Ma dovevo andarmene, per un impegno, così mi alzai dirigendomi verso la via a SO, passando però accanto al recinto, perché volevo vedere meglio, più da vicino, quei bimbi. Soprattutto d’estate, quando splende il sole, lì sull’isola c’è sempre una penombra, ma nel recinto essa è puntinata da piccoli raggi di luce che penetrano fra i varchi aperti fra le chiome sovrastanti. La luce che viene così a crearsi ha qualcosa di irreale, è come se quei raggi fossero accuratamente predisposti per illuminare la scena in quel modo unico, probabilmente ipnotico e incantatorio per chi si trova nel recinto. Ed essendoci su quasi tutto il suolo un materiale sintetico, morbido e fonoassorbente, non si sente quasi alcun rumore che non siano grida e risa dei bimbi. Mentre mi stavo allontanando, uno di loro mi si è rivolto per dirmi qualcosa sorridendo, con molta naturalezza, come se mi conoscesse, ma io non ho potuto capire bene le sue parole, e gli ho risposto annuendo e ricambiando il suo sorriso.

Tornando lì dopo circa mezz’ora – stavolta provenivo anch’io da SE – ho incontrato lo stesso corteo mentre tornava verso l’asilo, con la stessa formazione molto composta e organizzata, tutti attaccati alla corda. Ora la maestra più anziana parlava, o meglio cantava a voce abbastanza alta, una specie di canzone/marcia, con voce stentorea, scandendo le parole, faceva sentire la sua presenza ai bimbi rassicurandoli e incoraggiandoli a marciare tutti uniti. C’era qualcosa di strano nel suo comportamento, e in questo canto scandito, qualcosa che, io credo, piaceva ai bimbi, calamitando la loro attenzione e cementando la loro unione, mentre si ritrovavano, dopo l’uscita da quell’oasi, nel mondo pieno di insidie e di pericoli, del tutto ignoti e imprevedibili per loro. Ma non avevano bisogno di conoscerli, non sarebbe neppure servito a molto, e la maestra non gliene parlava, ma li teneva avvinti a sé attraverso quel canto prodigioso, a cui tutti si affidavano, rapiti, trovando così la strada sicura del ritorno.
C’era un forte senso di precarietà, fragilità, assoluta vulnerabilità, in quel gruppo di piccolissimi uomini e donne, io lo percepivo distintamente, soffrendone quasi, mentre li guardavo allontanarsi da me, seguendo fiduciosi le loro due maestre, una nonna e una mamma.

Qualche tempo dopo, ero di nuovo lì quando arrivò un altro gruppo di bimbi, questi più grandicelli degli altri. Ancora, il gruppo procedeva compatto verso il recinto dei giochi al centro dell’isola, ma senza alcun elemento tangibile, come la corda, a cui tenersi aggrappati, come gli altri. C’era apparentemente una maggior disciplina, mantenuta da una maestra che palesemente guidava tutto il gruppo, con un’autorità maggiore rispetto alle altre, due credo. Doveva avere almeno 35 anni, sembrava molto sicura di sé e controllava il movimento dei bimbi (forse una quindicina, se non di più) servendosi di ordini pronunciati a voce alta, impartendo precise regole a cui tutti i bimbi dovevano obbedire. Appena entrati nel recinto, subito, con mio stupore, li fece sedere tutti a terra, formando un cerchio, e ricordando loro – mi sembrò di capire – certe norme che dovevano avere appreso in precedenza, preparando la sortita dall’asilo (ma poteva anche essere una scuola, forse erano bimbi della prima classe elementare, iscritti a una scuola estiva). Intanto le altre due maestre si occupavano di sistemare lì intorno certe borse contenenti forse bicchieri e altro, probabilmente per uno spuntino di metà mattina. Mi allontanai da lì per certi impegni, tornandovi dopo circa mezz’ora, e loro c’erano ancora. Ora si sentiva, a volume abbastanza alto, musica ballabile, una cosa molto pop, corale credo, emessa da due altoparlanti (evidentemente portati anche quelli dalle maestre) e i bimbi, tutti bene organizzati, ballavano battendo le mani sopra la testa, unendosi al canto. Le persone presenti sull’isola in quel momento osservavano la scena, alcune di loro sorridendo compiaciute di assistere a quello spettacolo. Mi parve che i bimbi fossero stati portati lì per fare una cosa che avrebbero potuto fare in molti altri posti, quasi ovunque, ma quello non era proprio il luogo giusto. Per la maestra che guidava il gruppo, credo che la cosa più importante fosse tenerli occupati e irreggimentati, scongiurando eventuali rischi provocati dai soliti giochi molto liberi che tutti i bimbi fanno una volta entrati nel recinto. Non credo che fossero stati invitati ad apprezzare la singolare bellezza del luogo, la sua unicità, e mi sembravano quindi (forse esagero, ma non ne sono così sicuro) disadattati, collocati lì come oggetti, sia pure vivi, mobili e parlanti, per fare cose che piacessero anche a loro, ma soprattutto alle maestre e agli altri adulti presenti in quel momento. Magari non ancora disadattati, ma già incamminati / preparati a diventarlo, da grandi: già abituati a eseguire ordini, e a fare cose che altri avevano deciso, in vece loro, che avrebbero fatto. Non mi sembravano liberi e spensierati, gioiosi, come gli altri, quelli attaccati alla corda prima di arrivare sull’isola e dopo esserne usciti. Tutto ciò mi sembrò piuttosto penoso, perciò, sentendomi molto a disagio, me ne andai subito da lì, senza più voltarmi indietro.

(scritto il 2 agosto 2019)

Un luogo perduto

Questi tre testi li ho scritti circa un anno dopo Un’isola in città (pubblicato su Vita in città), e si riferiscono allo stesso luogo. A quell’epoca lo frequentavo ancora spesso, era un passaggio per me obbligato quando dovevo andare in centro (anche perché l’altra possibilità, un incrocio sullo stesso corso, è scomodo e anche pericoloso da attraversare), oppure andando o tornando dal laboratorio di S., una consuetudine che ho smesso da circa due anni e mezzo.
In questo periodo tante altre cose sono cambiate in modo radicale, ad esempio non vado neppure più, quasi mai, in centro, una zona della città che ora mi appare infida, o addirittura ostile, in cui mi trovo a disagio. Lo stesso luogo è cambiato, divenendo a sua volta meno accogliente per me, quasi estraneo, rispetto a quell’epoca.
Sì, è entrata in vigore una nuova viabilità, non si circonda più completamente la rotonda, ma soltanto in parte, in due diverse direzioni. Ma le case intorno sono sempre le stesse, così le piante che ci stanno sopra, intatte, e le stesse persone che la frequentano, per lo più abitanti nella zona, sono più o meno le stesse. Ora però quel luogo non esiste più, è soltanto un ricordo, e posso ritrovare quella certa atmosfera, ormai perduta, soltanto rileggendo questi quattro testi.

Riti religiosi

… i riti religiosi con i quali l’uomo crede di conciliarsi la natura, diventati troppo numerosi e troppo complicati per essere conosciuti da tutti, diventano il segreto e di conseguenza il monopolio di alcuni sacerdoti; il sacerdote dispone allora, benché si tratti solo di una finzione, di tutte le potenze della natura, e in nome loro comanda. Nulla di essenziale è cambiato per il fatto che questo monopolio non consiste più in riti, ma in procedimenti scientifici, e coloro che lo detengono si chiamano scienziati e tecnici piuttosto che sacerdoti.

La scienza è un monopolio non a causa di una cattiva organizzazione dell’istruzione pubblica, ma per la sua stessa natura: i profani hanno accesso soltanto ai risultati, non ai metodi, cioè possono solo credere e non assimilare.

Tutta la nostra civiltà è fondata sulla specializzazione, la quale implica l’asservimento di coloro che eseguono a coloro che coordinano; e su un simile fondamento non si può che organizzare e perfezionare l’oppressione, di certo non alleviarla.

da: Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, 1934
(traduzione italiana di Giancarlo Gaeta)

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Il presente

Il presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell’incoscienza, tutto va rimesso in questione. (…) Quanto al progresso scientifico, non si vede bene a che cosa possa servire accatastare ulteriormente conoscenze su un ammasso già fin troppo vasto per poter essere abbracciato dal pensiero stesso degli specialisti, e l’esperienza mostra che i nostri antenati si sono ingannati credendo nella diffusione dei lumi, poiché non si può divulgare fra le masse che una miserabile caricatura della cultura scientifica moderna, caricatura che, lungi dal formarne la capacità di giudizio, le abitua alla credulità. L’arte stessa subisce il contraccolpo dello smarrimento generale, che la priva in parte del suo pubblico, e con ciò stesso lede l’ispirazione. (…) Viviamo in un’epoca priva di avvenire. L’attesa di ciò che verrà non è più speranza, ma angoscia.

da: Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, 1934
(traduzione italiana di Giancarlo Gaeta)

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L’estate scorsa (incontri a B.)

28 luglio, ore 17:43
30 luglio, ore 10:38
30 luglio, ore 17:59
2 agosto, ore 11:26
6 agosto, ore 11:22
6 agosto, ore 15:54
11 agosto, ore 11:53
14 agosto, ore 17:37
19 agosto, ore 17:25
19 agosto, ore 18:07
22 agosto, ore 9:59
22 agosto, ore 10:24
22 agosto, ore 10:57
27 agosto, ore 11:02
27 agosto, ore 11:07
27 agosto, ore 11:43
27 agosto, ore 12:24
27 agosto, ore 12:28
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Incontri nel bosco

Quel mattino cadde ben presto preda della sua irresolutezza, e si trovò in auto andando senza convinzione, dopo aver deciso, stancamente, dove si sarebbe diretto. Un ripiego, scelto meccanicamente, senza neppure pensarci troppo (e poi, a che scopo? le alternative erano ben poche).
Poi arrivare là, all’imbocco di un sentiero ben noto, ogni passo, si può dire, già fatto tante altre volte in passato, l’ultima soltanto pochi mesi prima. È anche piuttosto tardi, e non avendo portato niente da mangiare sa che dovrà tornare presto, dopo aver percorso forse neppure la metà della camminata, diversamente da tutte le altre volte. Si sente un imbelle, un senso di delusione, perfino di disgusto, lo invade, togliendogli quasi ogni interesse in quel che sta facendo, e che avrebbe fatto.
Eppure lì, quel giorno, doveva accadere, quei momenti impensati, inattesi, ma come preparati dai primi incontri con esemplari di altre specie, più ordinari, meno ambiti; e poi quegli altri, dai colori bellissimi, che però non si possono mangiare, e nessuno li raccoglie.

loro mi hanno messo sulla via giusta, senza che me ne rendessi conto, vederli, e poi fermarmi ad ammirarli, mi ha preparato a quei due incontri.

Il sentiero, ancorché ben tracciato, è stretto, spesso troppo stretto, e ogni tanto si vede poco, a causa dell’erba alta o dei forti contrasti fra luci e ombre. Ma al di fuori c’è il bosco intricato, scomodo da percorrere, costellato di rovi, con salti improvvisi e rami bassi che si frappongono impedendo di camminare agevolmente. Lì perdersi è piuttosto facile, ci si deve muovere con cautela, misurando ogni mossa prima di compierla, già al primo passo si percepisce l’incertezza, ci si sente insicuri, si esita.

era come se mi stessero aspettando, tutti e due, soltanto io potevo arrivare lì quella mattina, oppure mai, perché già il giorno dopo sarebbe stato troppo tardi, perduto il loro fulgore discreto, la loro forza trattenuta, appena dissimulata; gli animaletti del sottobosco, lumache soprattutto, li avrebbero mangiati.

Sporgevano, con uno strano mix di fierezza e discrezione, dal fitto spessore del sottobosco: la loro forza, crescendo, deve essere irresistibile, tirano su erba, ramoscelli, anche piccole pietre se ce ne sono. Tutti e due li aveva presentiti, attimi prima di vederli una sensazione breve ma intensa lo ha avvertito e così si è diretto, finalmente risoluto, là dove aveva vagamente intuito che ne avrebbe potuto trovare almeno uno, oltre una soglia. Aveva subito capito che quella, quelle, erano soglie per entrare nei due luoghi dove li avrebbe trovati, due piccole radure irregolari, relativamente sgombre di rami e rovi.

il primo era sul pendio a circa 130 cm di altezza rispetto al punto in cui mi trovavo quando l’ho visto; il secondo appena un po’ più in alto, direi 150 cm; non erano in basso, ma a un’altezza umana, così non dovevo piegare la testa per vederli, e loro stessi potevano vedermi bene.
perché, ne sono certo, mi stavano aspettando.

Sono stati momenti, pur nella loro brevità, intensi e galvanizzanti, che lo hanno riempito, e rimarranno in lui ancora per diversi giorni.

percepisco ancora quella sensazione, o quantomeno me la ricordo ancora bene.

Una volta trovati, stare lì a lungo, senza neppure più guardarli, se non per pochi attimi di quando in quando; basta essere lì, a pochi passi, sapere che ci sono: questo soltanto conta.
Ora è al centro del mondo, e quel punto coincide con il suo proprio centro, per una volta.

sì, rimanere lì calmi, rilassati, senza alcuna fretta, perché quello è il posto, finalmente ci sono arrivato, e non c’è fretta di fare l’ultimo gesto, staccarli, prima uno poi l’altro, dalla terra, con delicatezza ma anche forza, per farli uscire integri.

Un gesto ben meditato, preparato, e vissuto con intensità, indimenticabile: una mano per afferrare il grosso e forte gambo, l’altra per facilitare il distacco dalla terra.

prima, per qualche minuto, la silenziosa attesa di quel breve gesto, ma senza troppo pensarci, perché sapevo che sarebbe avvenuto con naturalezza, senza neppure deciderlo, così tutta la sua intensità sarebbe stata percepita, per pochi istanti di assoluta pienezza.

Una volta staccati, tenerli in mano è come tenere in mano la propria vita, con una sicurezza che è altrettanto forte quanto labile, perché non può che durare poco. Ma sarà lungamente ricordata, dopo.

[revisione del 19-20 settembre 2022]

Incontri (nel bosco)

Quel mattino caddi ben presto preda della mia irresolutezza, e mi trovai in auto andando senza convinzione, dopo aver deciso dove mi sarei diretto. Un ripiego, scelto meccanicamente, senza neppure pensarci troppo (e poi, a che scopo? a quell’ora le alternative erano ben poche).

Arrivare là, all’imbocco di un sentiero ben noto, ogni passo, si può dire, già fatto tante altre volte in passato, l’ultima soltanto pochi mesi prima. È anche piuttosto tardi, e non avendo portato niente da mangiare dovrei tornare presto, dopo aver percorso forse neppure metà della camminata, diversamente da tutte le altre volte. Mi sento un imbelle, un senso di delusione, perfino di disgusto, mi invade, togliendomi quasi ogni interesse in quel che sto facendo, e che avrei fatto.
Eppure lì, quel giorno, doveva accadere, quei momenti impensati, inattesi, ma come preparati dai primi incontri con esemplari di altre specie, più ordinari, meno ambiti; e poi quegli altri, dai colori bellissimi, che però non si possono mangiare, e nessuno li raccoglie: loro mi hanno messo sulla via giusta, senza che me ne rendessi conto, vederli, e poi fermarmi ad ammirarli, mi ha preparato a quei due incontri. Il sentiero, ancorché ben tracciato, è stretto, spesso troppo stretto, e ogni tanto si vede poco, a causa dell’erba alta o dei forti contrasti fra luci e ombre. Ma al di fuori c’è il bosco intricato, scomodo da percorrere, costellato di rovi, con salti improvvisi e rami bassi che si frappongono impedendo di camminare agevolmente. Lì perdersi è piuttosto facile, ci si deve muovere con cautela, misurando ogni mossa prima di compierla, già al primo passo si percepisce l’incertezza, ci si sente insicuri, si esita.

Era come se mi stessero aspettando, tutti e due, soltanto io potevo arrivare lì, quella mattina, oppure mai, perché già il giorno dopo sarebbe stato troppo tardi, perduto il loro fulgore discreto, la loro forza trattenuta, appena dissimulata. Gli animaletti del sottobosco, lumache soprattutto, li avrebbero mangiati. Sporgevano, con uno strano mix di fierezza e discrezione, dal fitto spessore del sottobosco, la loro forza, crescendo, deve essere irresistibile, tirano su erba, ramoscelli, anche piccole pietre se ce ne sono. Tutti e due li avevo presentiti, poco prima di vederli una sensazione indefinibile, breve ma intensa mi ha messo sull’avviso e io mi sono diretto, finalmente risoluto, là dove avevo vagamente intuito che ne avrei potuto trovare almeno uno, oltre una soglia. Sì, ho subito capito che quella, quelle, erano soglie per entrare nei due luoghi dove li avrei trovati, due piccole radure irregolari, relativamente sgombre di rami e rovi.
Il primo era sul pendio a circa 130 cm di altezza rispetto al punto in cui mi trovavo quando l’ho visto; il secondo appena un po’ più in alto, direi 150 cm. Non erano in basso, ma a un’altezza umana, così non dovevo piegare la testa per vederli, e loro stessi potevano vedermi bene. Perché ne sono certo, mi stavano aspettando. Sono stati momenti, pur nella loro brevità, intensi e galvanizzanti, che mi hanno riempito, e rimangono ancora oggi, dopo diversi giorni, indimenticabili: percepisco ancora quella sensazione, o quantomeno me la ricordo ancora bene.

Una volta trovati, stare lì a lungo, senza neppure più guardarli, se non per pochi attimi di quando in quando; basta essere lì, a pochi passi, sapere che ci sono: questo soltanto conta. Ora sono al centro del mondo, e quel punto coincide con il mio proprio centro, per una volta.
Sì, rimanere lì calmi, rilassati, senza alcuna fretta, perché quello è il posto, finalmente ci sono arrivato, e non c’è fretta di fare l’ultimo gesto, staccarli, prima uno poi l’altro, dalla terra, con delicatezza ma anche forza, per farli uscire integri. Un gesto ben meditato, preparato, e vissuto con intensità, indimenticabile: una mano per afferrare il grosso e forte gambo, l’altra per facilitare il distacco dalla terra.
Prima, per qualche minuto, la silenziosa attesa di quel breve gesto, ma senza troppo pensarci, perché sarebbe avvenuto con naturalezza, senza neppure deciderlo, così tutta la sua intensità sarebbe stata percepita, in pochi istanti di assoluta pienezza.
Dopo, tenerli in mano è come tenere in mano la propria vita, con una sicurezza che è altrettanto forte quanto labile, perché non può che durare poco. Ma dopo sarà lungamente ricordata.

[in laboratorio / miscelllanea la versione revisionata di questo testo]

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Patrice Carré: Trittico simultaneo trifonico

Quarto numero della collana la nostra musica, stampato su carta usomano avoriata liscia nel mese di giugno 2022, viene pubblicato in due versioni, quella originale in francese e quella tradotta in italiano. Ogni versione è stata stampata in 20 copie (+ quattro) e consta di 20 pagine compresa la copertina, nel formato (chiuso) cm 13 x 19. Entrambe contengono un’immagine fuori testo in b/n, dello stesso autore.
Questa è la seconda pubblicazione del testo, facendo seguito a quella del 1999, sul numero 1 della rivista Humoir. È anche la sua prima pubblicazione in un’altra lingua. La traduzione in italiano è stata curata da Giuseppe Furghieri e Carlo Fossati.

Ivan le chauffeur se trouve debout, presque de face, le corps légèrement basculé en avant, sa tête est tournée vers la gauche. Il a les bras repliés en avant, le gauche remonte plus que le droit. Les mains se trouvent dans le prolongement des bras, elles sont presque dépliées. Les jambes sont légèrement fléchies, le talon de la chaussure gauche est décollé du sol. Ivan le chauffeur est posé sur le trait horizontal bas de la vignette. La ligne qui délimite la plinthe ocre passe à la hauteur du bas de ses chevilles.

(estratto dal testo originale francese)

Ivan l’autista è in piedi, quasi di fronte, il corpo leggermente piegato in avanti, la testa girata a sinistra. Ha le braccia piegate in avanti, la sinistra un po’ più in alto della destra. Le mani sono in linea con le braccia, e sono quasi del tutto aperte. Le gambe sono appena piegate, il tacco della scarpa sinistra è sollevato dal suolo. Ivan l’autista poggia sul lato orizzontale basso della vignetta. La linea che delimita il pavimento ocra passa all’altezza delle sue caviglie.

(traduzione italiana dello stesso estratto)

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Perché non dimenticare

Penso e dico anche spesso che questi ultimi due anni e mezzo sono stati i peggiori della mia vita – delle nostre vite – e a volte mi sembra di esagerare. In fondo, la mia salute è stata sempre piuttosto buona (a parte il periodo fra fine giugno e metà luglio circa), così quella dei miei familiari. Ma no, non esagero, e devo stare attento a non lasciarmi convincere, da me stesso o da chiunque, che invece sì, io stia esagerando. Basta che ci ripensi un attimo: quella sensazione di minaccia costante, da parte di un’entità non ben definibile – non certo il famigerato virus, a parte i primissimi tempi, nella primavera del 2020 – e poi la rassegnazione, che percepivo ovunque, quindi anche in me stesso, quel senso di fine ormai inevitabile («niente sarà mai più come prima», «ci vorranno anni prima che se ne esca») o quantomeno di futuro impedito, di perdita di tutte le qualità che rendono la vita degna di essere vissuta. Ecco, tutto questo non è avvenuto per caso, qualcuno si è fatto in quattro perché certi pensieri, dopo averci assillato, pian piano ci avvelenassero; qualcuno ha soffiato sul fuoco, ha stabilito ben presto, e perentoriamente, che il paese, anzi il mondo intero, fosse sotto attacco da parte di un morbo che si affermava (falsamente) essere incurabile, e tutti fossero obbligati a combattere questa entità invisibile. Sui vari media bene orchestrati dai centri di potere , menzogne su menzogne, ogni giorno, ogni ora, ogni attimo di ogni giorno, si accumulavano formando strati spessi e coriacei, che ottundevano la vista e il senno di tante, troppe persone. La determinazione ferma e costante a convincere tutti, perfino i bambini, di essere colpevoli, soggetti oggettivamente pericolosi, da controllare in tutti i modi, la cui libertà di movimento doveva essere fortemente limitata: un gioco perverso, in perfetta malafede, volto a rovesciare i termini della questione, scaricando su degli incolpevoli le proprie responsabilità. Con questo comportamento, determinate persone trovatesi – spesso impropriamente, se non addirittura proditoriamente – a ricoprire ruoli molto delicati, di effettivo potere decisionale, si sono dimostrate assolutamente inette e inaffidabili, venendo meno al compito che si erano impegnati a svolgere nel miglior modo possibile, per il bene della comunità. In una tale atmosfera, che pervadeva tutti gli aspetti della vita, quella in comune (peraltro sempre più limitata e in buona parte impedita) e quella individuale, era molto difficile conservare la propria serenità, il proprio equilibrio, la stessa voglia di vivere, se non a prezzo di uno sforzo immane e costante.
Perciò io non voglio, non posso e soprattutto non devo dimenticare: mi è stato fatto un danno molto grave, ci è stato fatto, a tutti, anche a chi pare non rendersene conto, e ciò è imperdonabile. Sono convinto che ci siano delle responsabilità ben precise, e qualcuno dovrebbe pagare (anche se dubito fortemente che possa accadere, se non in minima parte). Soprattuto, rimediare al danno fatto è praticamente impossibile, due anni e mezzo sono lunghi – e sono parsi ancora più lunghi, perché si è fatto in modo che ogni speranza nel domani, in un cambiamento, ci fosse tolta per sempre.

Ma tutto questo non sarebbe potuto succedere senza la connivenza – consapevole o meno, conta relativamente – della gran parte della popolazione, che non soltanto ha creduto alle menzogne e obbedito agli ordini (fin qui si è nell’alveo della – libera o meno – scelta personale) ma ha guardato prima con sospetto, poi con disapprovazione, infine, molto spesso, con una vera e propria ostilità, agli altri, quelli che non ci credevano e hanno fatto perciò una scelta diversa. Poi, col crescere esponenziale della discriminazione da parte del potere nei confronti dei dissidenti, gli obbedienti, chi scuotendo a testa chi alzando le spalle, hanno minimizzato l’entità dei fatti, fingendo di non accorgersi dell’enormità di quanto stava accadendo: l’oggettiva criminalizzazione di una parte della popolazione, spesso conoscenti, perfino amici, persone oneste e responsabili, per lo più, che sono state da quei molti abbandonati al loro destino di emarginazione e disprezzo sociale. Questa bruttissima cosa era già successa, anche in questo paese un po’ di anni fa, e, pur facendo le debite proporzioni, è ugualmente disgustosa, indegna di una persona onesta e responsabile: io spero che qualcuno, ora, si vergogni del suo comportamento, che si renda conto, sia pure in ritardo. Ma, anche in questo caso, dubito che accadrà, a parte qualche lodevole eccezione, perché dimenticare è uno dei grandi vizi di questo popolo, non soltanto di questo, anche di altri, ma di questo in particolare: credo di avere l’età e la consapevolezza (acquisita direttamente o in via mediata, attraverso esperienze altrui di cui sono venuto a conoscenza) per poter fare questa affermazione.

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Un’estate a B.

(apparizioni e altro)

Stavo salendo da San Lorenzo, sul tratto di strada che porta fino alla chiesa, quando vedo davanti a me, a qualche decina di metri, un’auto rallentare e poi fermarsi. Rallento a mia volta, e improvvisamente appare alla mia sinistra, scendendo a rotta di collo dal pendio, un capriolo, che mi taglia la strada – ma io ero quasi fermo – e si dirige in linea retta non so bene in quale direzione, perché da quella parte non ci sono, nelle immediate vicinanze, i boschi fitti che immagino questi animali prediligano. Forse si era trovato in mezzo alla mandria di mucche che pascola lì sopra, si sarà inquietato (poteva esserci anche un cane) e avrà soltanto pensato a fuggire, rischiando anche grosso.
L’ho visto per qualche istante, è passato a cinque o sei metri da me, e sono sicuro, ora, che si tratta dello stesso capriolo disegnato una volta da Beuys. Credo si tratti di un acquerello, ce l’ho a casa riprodotto su una cartolina – non vedo l’ora di riaverla fra le mani –, un lavoro dei primi tempi di B., che usò un tono ocra rossa. È un disegno molto bello, vi si vede l’animale vivo: probabilmente anche Beuys lo vide apparire all’improvviso mentre fuggiva (nella stessa direzione, da sinistra verso destra, scendendo) e l’immagine, fortissima e fugace, si impresse nella sua memoria con grande vividezza, per sempre.

Dopo poco meno di mezz’ora, arrivato al colle della Vaccera, ho fatto una breve camminata – l’idea era di aumentare un poco la difficoltà e la durata, per superare questa fase di debolezza fisica che dura ormai da troppo tempo – lungo la strada sterrata a mezza costa sulla val d’Angrogna, sotto il Monte Servin. Si sarebbe rivelata come forse una delle più spiacevoli di sempre, a mia memoria: oltre al caldo quasi insopportabile, davvero anomalo per quei luoghi, soprattutto a quell’ora (fra le 9.30 e le 11), sono stato tormentato, continuamente e senza poter fare molto per difendermi, da nugoli di mosche che mi ronzavano attorno e si attaccavano ovunque, sia che camminassi sia che, di quando in quando, mi fermassi in una rara zona d’ombra. È stata un’esperienza davvero sgradevole, al ritorno, in leggera discesa, correvo quasi, per sfuggire alle mosche, ma invano1. Ogni tanto pensavo al protagonista di Sotto il vulcano, di cui ho soltanto visto una versione cinematografica, di John Huston. Chi ha visto il film credo capirà a quale scena mi riferisco.

Un giorno, stavo andando in auto verso San Lorenzo, e sono arrivato all’imbocco di un breve rettilineo prima di una curva a gomito, un tratto di strada sovrastato dalle chiome di molte piante, quindi sempre in ombra. D’estate poi, quando c’è il sole, il contrasto fra l’ombra di quel tratto di strada e l’intensa luce prima e dopo è fortissimo. Ero appunto appena entrato in quell’ombra quando vedo, a circa cinquanta metri da me, appena prima della curva (quindi della luce più intensa) una sagoma scura che si infila nella macchia a destra della strada, in forte pendenza. Penso che potrebbe appartenere a un cane di taglia abbastanza grande (ce ne sono, da queste parti, che vanno in giro da soli), ma non ne sono del tutto convinto, e istintivamente rallento, quasi fermando l’auto (da queste parti non si va mai troppo velocemente, la strada è stretta, con molte curve), raddoppiando la mia attenzione e come in attesa di qualcosa. Sono ormai a meno di dieci metri dalla curva quando vedo un piccolo capriolo (questo lo vedo bene, non ci possono essere dubbi) che attraversa la strada, sulle tracce dell’altro – che evidentemente non era un cane. Ripartendo, mi giro per un attimo verso la macchia e vedo, a pochi metri dalla strada, la sagoma quasi nera del giovane capriolo che, immobile, mi sta guardando, palesemente incuriosito.
[scritto parecchio tempo dopo gli altri due, oggi è il 29 agosto; il fatto risale a un paio di settimane fa]

La scorsa settimana [oggi è il 29], mentre camminavo verso Serre – la solita passeggiata, l’avrò fatta una dozzina di volte almeno – ho scorto, in alto alla mia sinistra, sul limitare del bosco dopo un pendio piuttosto ripido, sgombro di piante, una volpe. Non si è accorta della mia presenza, forse anche perché è molto concentrata seguendo una pista, col naso quasi attaccato al suolo. La osservo per qualche secondo, prima che si infili nel bosco: non è molto grande – diciamo come un cane di taglia medio-piccola – ma ha una coda lunghissima, lunga quasi quanto il corpo, muso compreso.

Scaramuccia – molto probabilmente per ragioni di dominio territoriale – fra due cornacchie e un rapace (gheppio?) in un luogo aperto non lontano dalla casa in cui abito. Il rapace era in difficoltà, non sapeva come sottrarsi all’attacco, fra giravolte, brevi picchiate e bruschi cambi di direzione: l’altro uccello – perché nel frattempo una delle due cornacchie si era chiamata fuori – non mollava mai. A un certo punto sono volati oltre le piante più alte alla mia sinistra, dove non potevo più vederli. Ma dopo un paio di secondi ho udito delle strida, piuttosto acute, e credo proprio fosse il verso del rapace, ormai soccombente.

Stamattina [30 agosto], per qualche motivo, ho deciso di imboccare una via di Torre Pellice che non conoscevo proprio, vicina al centro del paese ma nello stesso tempo defilata, e priva di attrattive evidenti. Mentre camminavo sono stato attratto da un forte stridere, suono che è inevitabile, almeno per me, associare immediatamente alle rondini, anche quando non si possono vedere (magari perché ci si trova in casa). Su un lato della via, oltre un piccolo cortile, c’è un caseggiato abbastanza alto, almeno quattro piani, direi, con una forma simmetrica, come si cominciò a farne negli ultimi decenni del secolo scorso. La parte centrale, la più ampia, ha in alto, sopra l’ultimo piano, una specie di timpano verticale, alto alla sommità circa quattro metri, direi, e largo forse una decina; ai lati, due specie di ali assai più ridotte, e anche più basse di quella centrale. La facciata della casa è rivolta a sud, ci batteva il sole a quell’ora (anche piuttosto caldo, dopo la pioggia) e lì, soprattutto davanti al timpano, volavano vorticosamente moltissime rondini. Sotto la grondaia si vedevano molti nidi, dai quali entravano e uscivano le rondini, ma la cosa veramente strana, che ci ho messo qualche secondo a capire, era quel che facevano molte altre rondini, probabilmente sprovviste di nido. Erano attaccate, non riuscivo nemmeno a capire bene come, alla parete, quindi in verticale, al modo di certi ungulati, soprattutto stambecchi e camosci, quando si spostano con assoluta calma e noncuranza su pareti rocciose a picco, o sulle altissime pareti di qualche diga. Si appoggiano, con le loro zampe dalla forma particolare, perfette per la bisogna, ad ogni minima sporgenza, perché ce ne sono, anche se non visibili da lontano, osservando dal basso. Ma le rondini? Evidentemente la parete doveva essere stata intonacata con quella modalità, diciamo ‘rustica’, che si utilizzava spesso nelle case del secolo scorso: ‘grotoluta’, si usa dire, ovvero scabra, non appiattita e neppure liscia, ma piena bensì di piccolissime sporgenze irregolari, sufficienti comunque a sostenere l’infimo peso di una rondine, che ci si aggrappa con le sue zampine, per diversi secondi, fors’anche un minuto.
Non avevo mai visto niente di simile, mi sono quindi soffermato in quel tratto di strada a naso in su per qualche minuto.

Il luogo in cui ho assistito, giorni fa, all’inseguimento del rapace da parte di una cornacchia è forse il mio preferito di questa lunga estate. Si trova poche centinaia di metri dopo la borgata Serre, sulla strada verso Buonanotte, sul lato sinistro della strada. Lì, appena prima dell’ingresso di una proprietà (due belle case in pietra affiancate) c’è un vecchio ciliegio, piuttosto grande, che proprio accanto, attaccato al suo tronco si può dire, ha un bellissimo, e forse perfin più vecchio, bosso, uno dei pochi, qui e altrove, scampati a certi parassiti che hanno decimato la specie; proprio lì qualcuno, penso molto tempo fa, ha sistemato due sedute. Sono state, ognuna, ricavate da un tronco, e modellate con due soli tagli di sega, uno verticale e uno orizzontale; molto simili, ma anche diseguali, una dallo schienale più basso, ma dalla seduta più ampia, e una invece più stretta ma con lo schienale più alto. Insieme semplici e sofisticate, ovvero frutto di un lavoro mentale piuttosto evoluto (i reciproci rapporti fra misure di seduta e schienale lo stanno a dimostrare, a mio parere), e anche rischiarato dalla poesia, o forse dall’amore, sono state messe in modo tale, affiancate, a una distanza di circa un metro una dall’altra, da permettere a chi ci si siede una vista fra le più belle di questa valle, verso il basso, dove si trova un gruppo di case dai tetti in pietra, oltre un prato in pendenza dall’erba sempre rasata e costellato di alcune piante da frutto. Dietro le case, un bosco, e dietro ancora la montagna sull’altro versante della valle, fittamente boscosa, con pochissime case – è il versante a mezzanotte, più umido e freddo. Fra i due versanti, laggiù in basso, invisibile ma ben udibile, il torrente che dà il nome alla valle.
Mi sono spesso fermato lì, quasi sempre da solo, per prendere fiato durante una passeggiata (per quasi un mese sono stato convalescente, ero debole, e nelle ore centrali della giornata, fino a metà agosto, faceva molto caldo) e intanto guardare il panorama, così bello e rasserenante. I momenti più belli, forse, quelli in cui la mia sosta coincideva con i battiti del campanile della chiesa poco lontana, sempre due volte ogni ora: un minuto prima dello scoccare e un minuto dopo. Ma ricordo anche alcune conversazioni telefoniche, con qualche amico o una persona cara: facevo sempre in modo da trovarmi lì a una certa ora, quando avrei chiamato qualcuno o ne sarei stato chiamato. La strada carrozzabile, che passa proprio vicino alle sedie, non è mai trafficata, giusto un’auto, o un trattore, ogni tanto, così si può parlare a voce normale, senza il bisogno di alzarla: proprio come se ci si trovasse insieme lì, seduti ognuno su una delle due sedie, conversando mentre guardiamo il paesaggio.

1 Oggi dopo le 17.30 ha piovuto con una certa intensità, sia pure brevemente, e il cielo è ancora coperto; viene così spiegata l’abnorme abbondanza di mosche fastidiosissime durante la passeggiata di stamattina: come mi ha rammentato un amico poco fa, il fenomeno prelude sempre ad eventi temporaleschi, presentiti dagli insetti, che probabilmente faticano a volare normalmente nell’aria che si sta ‘ispessendo’.

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