L’arte che mi interessa

Quando ero bambino andavo spesso dai miei zii. Avevano una bella casa con l’orto, il pozzo, galline e conigli. Una volta mio zio prese una coppia di anatre selvatiche, e la femmina ben presto rilasciò molte uova fecondate, da cui spuntarono altrettanti bellissimi anatroccoli. Li adoravo guardandoli sguazzare in una specie di tinozza, o camminare in fila dietro la madre. Finché un giorno di fine estate, quando erano ormai cresciuti, si alzarono tutti insieme in volo, con i genitori, per migrare verso sud. Credo di aver imparato, da quell’esperienza che mi rattristò molto, che la bellezza è effimera, e soprattutto non ci appartiene, mai.

La sola arte che mi potrebbe interessare ormai è una che si mischia con me, mi sta vicino, o a cui posso avvicinarmi, per osservarla, ascoltarla, annusarla, talvolta perfino toccarla. Come per qualsiasi altra cosa: oggetti, animali, persone, fenomeni naturali come la pioggia il vento la neve. Un’arte in cui mi imbatto, che non mi aspettavo, qualcosa che in un dato momento mi attrae particolarmente, ma che non mi appartiene, e nello stesso tempo non conta più di me, non mi impone di stare sottomesso, mentre la guardo o ascolto. Conta come tutte quelle cose, animali, persone, pietre, gocce di pioggia, raggi di luce che si spostano lentamente sui muri: niente di più niente di meno.
Ovviamente, come per tutte quelle cose, anche per quest’arte il massimo rispetto, niente di più niente di meno.
Ma non voglio più avere a che fare con un’arte che se la tira, che si mette in posa e cerca di mettermi in soggezione, di incutermi un certo timore reverenziale. Mi è ormai del tutto estranea.

(una meditazione dei giorni neri; 3 luglio 2022)

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Il tremendo in Truffaut

La camera verde credo sia il film più strano di Truffaut; incidentalmente, è forse anche il più personale, più vicino alla sua vita nel periodo in cui si decise a farlo. Ho letto da qualche parte che T. dichiarò di essersi accorto un giorno, all’età di 45 anni, che molte persone importanti della sua vita erano morte, e lui sentiva acutamente il bisogno, non soltanto di ricordarle, ma di far in modo che la loro presenza fosse percepita ancora intensamente, come quando erano in vita, ricordandole quindi anche agli altri. Il fatto che nel ruolo del protagonista ci sia lui stesso (accadeva per la terza volta, credo) è forse di relativa importanza: pare infatti che la scelta fosse caduta su un altro, un attore spesso presente nei suoi film, Charles Denner, che però era indisponibile, per altri impegni già presi, all’epoca in cui prese avvio la produzione del film. Poi Truffaut dichiarò più volte di essere rimasto insoddisfatto per la sua interpretazione, e che sicuramente Denner sarebbe stato il perfetto Julien Davenne1. In verità a me pare che una certa gradazione bressoniana del personaggio, così come è interpretato da Truffaut, dia al film un valore aggiunto, aumentando quel certo senso di alterità che lo distingue dagli altri film di Truffaut. Che ho visto quasi tutti… credo infatti che l’unico a mancarmi sia Adele H (guarda il caso, un altro film ‘in costume’, come, oltre a La camera verde, Jules et Jim, Le due inglesi, Il ragazzo selvaggio e L’ultimo metrò, che pure si svolge in un’epoca più vicina a quella in cui T. visse e operò).

Ma mi sembra che certi caratteri dominanti nel film lo avvicinino semmai ad altre opere, come – cito alla rinfusa – La signora della porta accanto, Non tirate sul pianista, La peau douce, La sposa in nero… ce ne sarebbero tanti, direi infatti che riesce difficile nominare un film di Truffaut in cui il senso del tremendo non abbia una parte consistente, anzi, determinante, nella forma di eventi tragici che avvengono improvvisamente, spesso interrompendo situazioni ‘leggere’, se non veramente comiche. Penso a Baci rubati, con la morte del detective negli uffici dell’agenzia, inaspettata e sconvolgente, per gli altri personaggi del film e per noi stessi. Penso a La sposa in nero, con la spietata determinazione di Jeanne Moreau ad andare fino in fondo nei suoi propositi di vendetta a sangue freddo, uccidendo uomini che – alcuni di loro – avevano avuto la sfortuna di trovarsi oggettivamente complici di un omicidio in cui non ebbero alcuna parte attiva. Ma neanche loro verranno risparmiati dalla terribile vedova. Poi mi ricordo, in un film tutto sommato fra i più leggeri, quello che chiuse il ciclo di Doinel, L’amore in fuga, l’avvenimento sul treno, quando Marie-France Pisier si lancia per scongiurare la possibile morte della bimba che stava per aprire lo sportello di un treno in corsa: la sua reazione è scomposta, tutti la guardano allibiti, e soltanto dopo verremo a sapere che in quel momento la donna ha rivissuto la tragedia della perdita, proprio in un incidente, di una figlia ancora piccola. Un evento che, anche in questo caso, piomba nel film come un fulmine a ciel sereno, non si fa annunciare e prende possesso del centro della scena, cambiando, almeno per un po’, l’inerzia del corso degli eventi. Ma anche l’episodio della madre crudele che maltratta il figlio undicenne (credo), seviziandolo fino a renderlo infelice e chiuso al mondo, incapace di sfuggire al suo inferno. Lo veniamo a sapere in modo, anche qui, improvviso, quando T. ci fa assistere, da una certa distanza, all’irruzione della polizia nel tugurio in cui il bimbo viveva con la malfamata famiglia. Avviene in L’argent de poche, un film su bambini a scuola, leggero, spesso divertente. Come se Truffaut sentisse sempre il bisogno di ricordare, e ricordarci, che la vita si regge su un equilibrio altamente precario, e il tremendo è sempre in agguato, piombando per stravolgerla, e stravolgerci, nei momenti magari più sereni e distesi. Mai illudersi, e quindi mai ci si dovrebbe lamentare, perché sta a noi evitare ogni illusione, preludio a sicure future disillusioni. Fra l’altro, mi sembra siano pochi i film in cui non ha luogo la morte di una persona, magari anche in un flash-back (come nel suddetto L’amour en fuite); forse nel primo lungometraggio, I 400 colpi, nessuno muore, ma già in quello dopo, Sparate sul pianista, ce ne sono almeno due, di morti, e poi altrettanti in Jules et Jim, un altro in La peau douce, più d’uno in Fahrenheit 451 e La sposa in nero, uno in Baci rubati… Non ricordo se ce ne sia qualcuno in La mia droga si chiama Julie, che ho visto molti anni fa e non mi ricordo più bene, ma insomma, direi proprio che la morte sia una presenza costante nel cinema di Truffaut, comparendovi spesso inattesa e subitanea, e dopo il film riprende il suo corso apparentemente senza eccessive ripercussioni (v. ancora L’amour en fuite, o Baci Rubati, o Mica scema la ragazza – soprattutto la prima vittima della terribile Camille Bliss).

A colpire chi guarda La camera verde è l’apparizione assai precoce di una persona deceduta, che vediamo composta nella bara. È una giovane donna bionda, assai bella, avvolta in un drappo azzurro. Il neo-vedovo è sconvolto, non si dà pace, si frappone fra i necrofori e la bara, quando vorrebbero chiuderla, e addirittura abbraccia la salma e la solleva, d’impeto. Una scena davvero forte, disturbante, che sembra presa da certi film horror della stessa epoca, sconfinante nell’erotismo, quasi nella sessualità di tipo necrofiliaco. Ecco, qui, proprio all’inizio del film, il tremendo fa la sua prima imprevedibile apparizione, sconvolgendo i convenuti alla veglia funebre e noi stessi che guardiamo, seduti davanti allo schermo. Poi l’andamento della vicenda si placa, impennandosi però ancora, di quando in quando, e impedendoci di acquietarci troppo, come spesso accade in certi film in costume, quando sembra che il regista si compiaccia troppo della cura impiegata nella ricostruzione degli ambienti e dei costumi e vi indugi. Accade, uno di questi momenti di rottura del ritmo narrativo, quando Davenne-Truffaut impartisce una severa punizione al ragazzino sordomuto, reo di una mera disattenzione, in seguito alla quale si rompe uno dei preziosi (per il padrino) vetrini per proiezione. Il ragazzino reagisce ribellandosi, a modo suo, prima fuggendo di casa e poi rompendo con un mattone una vetrina, per impadronirsi di una parrucca femminile che vi era esposta (episodio davvero curioso: forse il piccolo, orfano, voleva riappropriarsi della madre? Un rapporto con i defunti analogo a quello del padrino). Dopo che un solerte gendarme lo ha acchiappato in flagrante, verrà rinchiuso, dimenticato per ore, in una tetra cella di prigione, dove verrà trovato nascosto sotto un pagliericcio, comprensibilmente sconvolto da tanta pena inflittagli. A proposito dei vetrini, all’inizio del film Davenne ne proietta alcuni nel suo studio mostrandoli al ragazzino: sono, ovviamente, immagini di persone morte (soldati della I Guerra Mondiale), alcune orripilanti, anche il bimbo se la ride guardandole, forse per esorcizzarle…

Altre irruzioni del tremendo seguiranno – l’incendio nella camera verde è fra le più note, io mi ricordavo soltanto questa scena, dopo la prima visione del film tantissimi anni fa – ma direi che la più impressionante avvenga durante la visita nello studio dello scultore incaricato di realizzare una copia perfetta in cera delle defunta moglie di Davenne. Il quale, vedendola, subito si indigna, cadendo preda di uno dei suoi irrefrenabilii attacchi di furore, e pretende l’immediata distruzione del manufatto. Lo scultore, dapprima contrario, si rassegna infine ad eseguire l’ordine, e noi intravediamo la terribile scena dall’esterno, attraverso i vetri, per lo più oscurati, dello studio. Intuiamo, più che vedere distintamente, lo scultore mentre sferra tremendi colpi di mannaia, per smembrare la statua. Ciò nonostante, la scena suscita orrore, forse anche perché (e qui starebbe la malizia davvero considerevole di Truffaut) ci eravamo accorti facilmente, poco prima, che la presunta statua era in verità una persona in carne ed ossa, l’unica volta in tutto il film in cui vediamo la defunta moglie di Davenne non ritratta in qualche vecchia immagine incorniciata, innocua, ma viva, con gli occhi azzurri vistosamente dipinti sulle palpebre chiuse.
Questa scena così forte è comunque in bilico fra orrore e comicità da humour nero, e per qualche motivo strano mi ha riportato alla mente un’altra famosa scena, di un film di Hitchcock bensì: quella della seconda versione di L’uomo che sapeva troppo, quando James Stewart arriva nel laboratorio di tassidermia, credendolo il covo dei rapitori del figlio, e ingaggia una furibonda rissa con i lavoranti. L’atmosfera è molto simile, e poi c’è il contrasto fra gli apparentemente spassionati artigiani (uno dei quali, nel film di Truffaut, è, piuttosto curiosamente, un vietnamita) e il passionale e furioso visitatore.

Oltre a questi momenti così intensi e perturbanti, il film, rivisto dopo così tanto tempo, trovo che si illumini ogni volta che la mdp si sofferma – scelta giusta, per bilanciare gli ‘eccessi’ di cui sopra – sul viso luminoso, quasi sempre disteso e benevolo, di Natalie Baye, che era all’epoca assai giovane e nel pieno della sua solare bellezza. Il contrasto con l’ossessione solipsistica e auto-distruttiva di Davenne è assoluto – e tiene in equilibrio tutto il film, a mio parere – facendomi inoltre pensare che se il personaggio interpretato da Truffaut non si accorge realmente mai di lei, di quanto sia bella e ben disposta verso di lui, il suo tormento era davvero incurabile, e il film non sarebbe potuto finire altrimenti da come in effetti finisce.
Truffaut era un uomo sicuramente tormentato, anche se, nella vita, sapeva dissimulare la sua profonda inquietudine dietro uno schermo di riservatezza e di rispettabilità borghese2. Aveva avuto una vita tutt’altro che facile, fino alla giovinezza, poi il cinema (dopo la letteratura) lo salvò, dandogli modo di sublimare le sue angosce, che peraltro emergono spesso in tutta la sua opera, anche nei film più brillanti, nelle commedie, soprattutto con certe subitanee e travolgenti irruzioni del tremendo.

1 Che poi, come si sa, l’attore aveva una certa vaga somiglianza con il regista, ed è probabile che, in parte, si fosse verificato nei suoi confronti, da parte di T., un ‘transfert’ simile a quello avvenuto con Jean-Piette Leaud, ovvero Antoine Doinel, ovvero François Truffaut…

2 Vedendo qualche documentario su di lui ho appreso che T. si rivolgeva con il ‘Vous” ai suoi amici più cari, che conosceva da più tempo e ai quali rimase sempre strettamente legato.

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Sul diritto di resistenza

( … ) la resistenza non può essere un’attività separata: essa non può che diventare una forma di vita.
Vi sarà veramente resistenza solo se e quando ciascuno saprà trarre da questa tesi le conseguenza che lo riguardano.

Giorgio Agamben, da Una voce, 2 giugno 2022

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Il mondo sta finendo

Il mondo sta finendo. La sola ragione per la quale potrebbe durare, è che esiste. Quanto è debole questa ragione, a paragone di tutte quelle che annunciano il contrario, particolarmente a questa: che ha da fare ormai il mondo sotto il cielo? – Poiché, supponendo che continuasse a esistere materialmente, sarebbe un’esistenza degna di questo nome e del dizionario storico? Non dico che il mondo sarà ridotto agli espedienti e al disordine buffonesco delle repubbliche del Sud America, che probabilmente anche noi torneremo allo stato selvaggio, e che andremo, attraverso le rovine erbose della nostra civilizzazione, a cercare il nostro pascolo, con un fucile in mano. No; – perché una tale sorte e queste avventure implicherebbero ancora una certa energia vitale, eco delle primitive età. Nuovo esempio e nuove vittime delle inesorabili leggi morali, noi periremo proprio per ciò di cui abbiamo creduto di vivere. La meccanica ci avrà talmente americanizzati, il progresso avrà così bene atrofizzato in noi tutta la parte spirituale, che nulla tra le fantasticherie sanguinarie, sacrileghe, o anti-naturali degli utopisti potrà essere paragonato ai suoi risultati positivi. Io chiedo a ogni uomo pensante di mostrarmi ciò che sussiste della vita. Della religione credo sia inutile parlare e cercarne i resti, poiché darsi ancora la pena di negare Dio è il solo scandalo in simili materie. La proprietà era virtualmente scomparsa con la soppressione del diritto di primogenitura; ma verrà il tempo in cui l’umanità, come un orco vendicatore, strapperà l’ultimo brandello a quelli che credono di aver ereditato legittimamente dalle rivoluzioni. Tuttavia, non sarebbe nemmeno questo il male supremo.
L’immaginazione umana può concepire, senza troppa fatica, repubbliche o altri stati comunitari, degni di qualche gloria, se sono diretti da uomini consacrati, da certi aristocratici. Ma non particolarmente attraverso istituzioni politiche si manifesterà la rovina universale, o il progresso universale – poco m’importa il nome. Sarà bensì attraverso l’avvilimento dei cuori. È necessario forse dire che il poco che resterà di politica si dibatterà penosamente nelle strette dell’animalità generale, e che i governi saranno costretti, per sostenersi e per creare un fantasma di ordine, a ricorrere a mezzi che farebbero rabbrividire la nostra attuale umanità, sebbene così indurita? – Allora il figlio fuggirà dalla famiglia, non a diciott’anni, ma a dodici, emancipato dalla sua ingorda precocità; fuggirà, non per cercare avventure eroiche, non per liberare una bellezza prigioniera in una torre, non per immortalare una soffitta con sublimi pensieri, ma per avviare un commercio, per arricchirsi, e per far concorrenza all’infame papà, – fondatore e azionista d’un giornale che diffonderà i lumi e che farebbe considerare Le Siècle di allora come un fautore della superstizione. – Allora, le erranti, le spostate, quelle che hanno avuto qualche amante, e che vengono chiamate a volte angeli, in ragione e grazie alla storditaggine che brilla, luce casuale, nella loro esistenza logica come il male, – allora, quelle, dico, non saranno più che spietata saggezza, che condannerà tutto fuorché il denaro, tutto, perfino gli errori dei sensi! – Allora, ciò che somiglierà alla virtù, che dico? tutto ciò che non sarà la passione per Pluto sarà reputato un’immensa ridicolaggine. E la giustizia, se in quell’epoca fortunata può ancora esistere una giustizia, farà interdire i cittadini che non sapranno arricchirsi. – La tua sposa, o Borghese, la tua casta metà, la cui legittimità costituisce per te la poesia, introducendo ormai nella legalità un’infamia irreprensibile, guardiana vigile e amorosa della tua cassaforte, non sarà più che l’ideale perfetto della mantenuta. Tua figlia, con una nubilità infantile sognerà, nella sua culla, di vendersi per un milione. E tu stesso, o Borghese, – ancor meno poeta di quanto lo sia oggi, – tu non vi troverai nulla a ridire, e non ti rammaricherai di nulla. Poiché vi sono cose, nell’uomo, che si fortificano e prosperano quanto più altre si estenuano e rimpiccioliscono; e, grazie al progresso di quei tempi, delle viscere ti resteranno soltanto le interiora! – Quei tempi sono forse assai prossimi; chissà, anzi, che non siano già venuti, e che l’ispessimento della nostra natura non sia l’unico ostacolo che ci impedisce di valutare l’ambiente nel quale respiriamo!
Quanto a me, che mi sento talvolta ridicolo come un profeta, io so che non troverò mai in me stesso la carità di un medico. Perduto in questo brutto mondo, urtato dalle gomitate della folla, sono come un uomo stanco il cui occhio vede indietro, negli anni profondi, soltanto disinganno e amarezza, e davanti a sé nient’altro che una bufera che non racchiude nulla di nuovo, né insegnamento, né dolore. La sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere, cullato nella sua digestione, dimentico – per quanto è possibile – del passato, contento del presente e rassegnato all’avvenire, inebriato del suo sangue freddo e del suo dandismo, orgoglioso di non essere tanto in basso come quelli che passano, dice a sé stesso contemplando il fumo del suo sigaro: « Che m’importa, dove vadano quelle coscienze? »
Credo di essermi sviato in ciò che la gente del mestiere chiama un accessorio. Lascerò tuttavia queste pagine – poiché voglio datare la mia tristezza.

Charles BAUDELAIRE, da Fusées / Razzi, XXII, 1862 (trad. Decio Cinti)

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In un grande film la parte migliore non si può vedere

Io non ho mai avuto qualità straordinarie, ho solo fatto molta
esperienza perdendo tutte le battaglie in cui mi sono trovato.
SHIMADA KAMBEI / SHIMURA TAKASHI

I sette samurai è un film che si rivede ogni tanto, certamente non così spesso, essendo molto lungo. La versione considerata integrale sfiora le tre ore e mezza, l’ho vista per la prima volta ieri sera e la sera prima (il dvd, o bluray che sia, permette di spezzare la visione in due o tre volte, nonché di fermare il film quando si vuole, per scattare un fermo-immagine). È un film incredibilmente visivo, pieno di cose, di azione, di personaggi che compiono gesti spesso straordinari, eppure – me ne sono reso conto ieri per la prima volta – la sua grandezza sta semmai in quel che non si vede, qualcosa che percepiamo – o che si attiva – in noi con forza irresistibile, evocato dalle parole dei personaggi principali, o dai gesti, o anche soltanto da certi loro silenzi, al cospetto di qualcosa che sta accadendo o che è appena accaduto. Questa cosa trascende le immagini, così ammiriamo qualcosa che in effetti non si vede, ma viene suggerito/evocato, come per tutta l’arte veramente grande. Ma potrei forse dire che, grazie a questi segni appena accennati, ma per lo più intrinseci in parole, azioni o sguardi, noi la viviamo (sto cercando l’espressione adatta, che però non esiste, e allora quelle usate valgono da simulacri di quella giusta, inafferrabile, la rappresentano senza mostrarla). È una grandezza morale, che emerge attraverso le frequenti manifestazioni di umiltà e di modestia dei personaggi principali – i samurai in particolare –, le loro ammissioni di debolezza, di incapacità. Shimura/Kambei si schermisce di fronte all’espressione quasi impudica dell’ammirazione di Katsushirō  («voglio essere il tuo discepolo!»), e così il valoroso, impavido Kyūzō, quando si accorge che quello lo guarda con occhi splendenti quasi incapace esprimergli quanto lo adora e come vorrebbe poter diventare altrettanto valoroso, pure senza alcuna superbia né ostentazione, lui, con la sua solita faccia di pietra, inespressiva, lo esorta a parlare in fretta, perché poi deve riposarsi prima del giorno dello scontro finale (e infatti subito dopo reclinerà la testa e chiuderà gli occhi appoggiandosi alla spada). Come probabilmente ricorderà chiunque abbia visto il film, Kyūzō era uscito dal villaggio in piena notte perché si era capito che qualcuno doveva compiere una sortita e disarmare un paio di banditi sottraendogli l’archibugio. Lui si offre spontaneamente, senza alcuna esitazione, anzi si può dire che stia già avviandosi verso l’accampamento nemico mentre comunica agli altri la sua risoluzione, e se ne va via deciso, con passo sicuro e svelto. Tornerà verso l’alba, dopo un tempo che deve essere stato piuttosto lungo, come si capisce dalla tensione dei suoi compagni in attesa, muti e attenti a ogni minimo rumore, ogni volta credendo che sia lui, che sta tornando, ma sempre delusi, e con la paura crescente di non rivederlo più, e che la sua missione sia fallita. Ma infine arriverà, con passo altrettanto sicuro che all’andata, ma senza alcuna fretta, perché ormai non ce n’è più bisogno, la missione è compiuta. Le sue poche parole, pronunciate con un tono di voce normale senza neppure guardare in faccia nessuno, sono indimenticabili, entusiasmano – soprattutto Katsushirō, travolto da questa ennesima manifestazione di grandezza accompagnata alla massima sprezzatura, ma anche noi che guardiamo il film, quasi settant’anni dopo – senza alcuna intenzione di volerlo fare: «Cancellatene altre due [dall’elenco dei banditi compilato e gestito da Kambei]». Mentre le dice, Kyūzō stende il braccio destro che impugna i due archibugi catturati, per consegnarli proprio a Katsushirō, che li raccoglie senza dire una parola, mentre lo osserva attonito.

Ancora nella prima parte del film Kambei fa un breve discorso di cui proprio non mi ricordavo (forse mancava nelle versioni accorciate che avevo visto prima?), rivolgendosi soprattutto al giovane, per esprimere il suo atteggiamento, dettato dallo stato d’animo di un samurai ormai anziano e del tutto disilluso, ma pure consapevole – sia pure senza esprimerlo direttamente con le parole – di quanto può e deve fare per aiutare i contadini vessati dai briganti. Lo riassumo qui: «So quello che vorresti dire, anch’io ho avuto i tuoi anni… un po’ di tempo fa. Acquistare bravura e poi distinguersi in qualche battaglia per poter diventare signore di un castello. E intanto il tempo passa in quest’attesa e succede che ti vengono i capelli bianchi come a me… Ti accorgi che i genitori sono morti, e che i parenti e gli amici sono spariti». A questa dichiarazione così disillusa e dimessa, fatta a bassa voce, come in un soliloquio, segue qualche secondo di assoluto silenzio da parte di tutti, sia Kambei sia i samurai che gli stanno intorno tacciono, gli sguardi assenti fissando il vuoto, e il luogo viene pervaso da un senso di grande mestizia. Ma ecco, uno di loro ammicca verso un punto alle spalle di Kambei, dice qualcosa sorridendo, gli sguardi di tutti si volgono in quella direzione: era intanto arrivato il prode Kyūzō, in silenzio, senza fare alcun rumore, per ascoltare anche lui le parole del Maestro. Ha infine deciso di unirsi alla spedizione, tutti esultano, lo stesso Kambei, improvvisamente non più triste, sorride, i suoi occhi brillano esprimendo grande contentezza per la sorpresa (non sperava forse più in quell’adesione così importante, decisiva).
Questa scena piuttosto lunga, divisa in due parti da quel vero e proprio ‘ma’ (prima la tristezza e la disillusione, dopo l’entusiasmo e l’energia vitale ritrovata, tutto cambia in un attimo) credo spieghi perfettamente cosa intendo dire quando dico che la grandezza di I sette samurai trascende spesso le immagini, ineffabile ma potente anche più di quelle.
Le parole di Shimura-Kambei sono stupefacenti nella loro semplicità e nella loro onestà, e ammetto di aver provato un certo turbamento ascoltandole, come se Takashi Shimura le dicesse lì davanti a me, proprio a me – o forse in vece mia – in quello stesso momento.

Può certamente sembrare alquanto velleitario affermare, come faccio io, che il film di Kurosawa, così pieno di cose fatte benissimo, duelli, cavalcate, scene di massa, e di paesaggi affascinanti, recitato talmente bene da bravissimi attori (tutti peraltro senza alcuna ostentazione – a parte Mifune, a cui K. diede assoluta libertà di improvvisare e di eccedere, proprio per ‘sbilanciare’ il film sottraendolo al rischio dell’agiografia, con samurai tutti perfetti e ammirevoli) e soprattutto girato, e montato, magistralmente, abbia la sua vera e maggiore qualità in ciò che non si vede, ma si percepisce bensì guardandolo. Ma non credo di forzare la realtà delle cose, perché sono persuaso che ciò abbia a che fare con certe note peculiarità della cultura giapponese – in letteratura, pittura, poesia e nello stesso cinema – che spesso mostra cose, situazioni o personaggi affidandogli un valore rappresentativo, o per meglio dire allusivo a ciò che non si vede, che non si può vedere e non si può dire. Perché non si deve vedere né dire, per mantenere la sua potenzialità, a cui si può alludere, ma che, se fosse mostrata impudicamente, senza veli, si perderebbe. Soprattutto, quel che voglio dire è che il film di Kurosawa ha tutto quel che ci vuole perché sia giudicato, con pieno merito, straordinario, per le sue scene d’azione riprese in modo molto innovativo, per il sapiente dosaggio fra elementi diversi, il ritmo, ottenuto alternando scene con registri diversi, insomma per tutte le sue qualità cinematografiche, peraltro imitate in seguito da innumerevoli registi. Ma la sua grandezza – una qualità morale, come detto – gli è data da altri elementi, molto meno appariscenti, spesso addirittura invisibili, suggeriti – piuttosto che imposti – alla nostra attenzione proprio da quelle apparenze così ben realizzate, in esse impliciti.

Penso che la prima parte del film, soprattutto a partire da quando i quattro contadini arrivano in città per cercare i samurai, sia molto interessante, ed è forse quella che preferisco, anche perché lì accadono gli eventi dai quali prenderà avvio la vicenda. L’incontro, del tutto casuale, con Kambei, la sua preparazione prima di recarsi alla capanna in cui si è asserragliato il ladro con il bimbo in ostaggio, poi il modo in cui riesce a liberare il bimbo uccidendo il rapitore, sono momenti indimenticabili. Sembra tutto così naturale, fatto senza sforzo, le cose accadono e il forte agisce di conseguenza, sfruttando al meglio le sue qualità e le debolezze dell’avversario. Ma lo fa senza alcun vanto, con suprema sprezzatura, stupendo così ancor di più la folla che lo circonda durante tutte le fasi dell’impresa, e Katsushirō in particolare. Poi le sue esitazioni, l’iniziale rifiuto della proposta dei contadini, le successive riflessioni, segnalate da un gesto che farà spesso durante tutto il film, strofinandosi lentamente il mento mentre emette un sordo «uhm». Anche qui procede cautamente, soppesando tutti i pro e i contro prima di imbarcarsi in un’impresa che, lo sa bene, sarà difficilissima, e che non gli porterà neppure alcun guadagno venale, ma soltanto la sensazione appagante, quando tutto sarà finito, di aver fatto il meglio in suo potere per aiutare i contadini liberandoli dalle angherie dei banditi.
Ma è soprattutto bello vedere come agirà per scegliere gli altri samurai, stando assolutamente fermo mentre guarda, dall’interno di una locanda, tutti i viandanti che passano lì davanti, cercando di capire dalle apparenze quali potrebbero avere le qualità, fisiche e morali, per poter essere scelti. È una dimensione che ora sembra arcaica, perduta per sempre: affidarsi al caso, osservando il libero scorrere della vita, cercando di indovinare la natura di uno sconosciuto dal modo in cui si muove, cammina, parla con altre persone, prima di farne realmente conoscenza, iniziando a conversare con lui. E ne vediamo passare molti, di questi samurai senza padrone, vaganti per città e campagne senza una meta precisa, nell’attesa di un incontro decisivo, di un’occasione. Tutte cose di cui ora, già da tempo e sempre più, si sente acutamente la mancanza.

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un viaggio verso l’ignoto

Ciò che è soprattutto bello, in un film, ciò di cui vado in cerca, essenzialmente, è un viaggio verso l’ignoto. Il pubblico deve rendersi conto che io vado verso l’ignoto, senza sapere prima quel che accadrà. Non lo so perché, fondamentalmente, non conosco i miei performer – nonostante li abbia scelti con la maggior previdenza possibile. È meraviglioso scoprire qualcuno a poco a poco mentre procedi attraverso un film, piuttosto che sapere in anticipo cosa quella persona sarà… Ciò che, alla fine, non sarebbe altro che la falsa personalità dell’attore. Un film necessita di questa sensazione di aver scoperto una persona: una profonda scoperta. In ogni caso, tutto ciò con cui dobbiamo lavorare è la natura di una persona. E non di un attore. Si deve tornare alla natura. Bisogna osservare intensamente, trovare modi per osservare più intensamente.

Voglio comunicare in un modo tangibile come le strade che percorriamo in vita non sempre conducono a una destinazione. Intendo dire quella prevista / che si riteneva tale.

Robert Bresson, da “Bresson on Bresson. Interviews 1943-1983”

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Suonare lo spazio espositivo

In certe esperienze musicali alla fine degli anni ’50, ad esempio, nell’ambito della musica pop, credo si possano riconoscere i primi esempi di installazione organica, ovvero di ciò che, qualche anno dopo, si cominciò a fare nel campo delle arti visive, differenziandosi dall’approccio consueto; il quale consisteva nell’appendere singoli quadri alle pareti e collocare singole sculture sul pavimento, lì nei pressi, compresenti, talvolta, ma senza che si stabilisse realmente una relazione fra di loro, e con lo spazio, che fungeva da mero contenitore. Ecco, in certe produzioni di Phil Spector, e dei suoi collaboratori o epigoni, come Larry Levine, Van Dyke Parks e Brian Wilson, lo spazio non è più un elemento passivo, dove inserire gli strumenti musicali per registrarli, ma diventa esso stesso uno strumento, ovvero suona (o risuona) insieme agli altri strumenti. Ogni creazione, ogni pezzo, anche molto breve, come usava allora, è in effetti un collage di suoni, voci, rumori, echi messi insieme accuratamente (per successive aggiunte, uno dopo l’altro) in quello studio, in un determinato momento, in modo tale da collegare fra loro tutti gli elementi (propriamente ‘musicali’ e non), creando appunto un organismo. Esiste, sì – per lo meno esisteva sicuramente a quel tempo – la composizione musicale, trascritta, o trascrivibile, su uno spartito, come era sempre stato, ma quel che si ascolta sul disco è qualcosa di irripetibile, di cui spesso è impossibile farsi un’idea soltanto leggendo lo spartito (per chi è in grado di farlo). Prima, la registrazione rimaneva fedele alla fonte (lo spartito), qualcuno cantava, altri suonavano, e chi fosse andato a vederli cantare e suonare dal vivo avrebbe agevolmente riconosciuto la canzone, perché era facilmente riproducibile anche in quel contesto. Dopo, a partire appunto da Spector e dagli altri, sarà sempre meno possibile, perché la registrazione si avvarrà, sempre più, di elementi eterogenei che non sarebbe stato possibile riutilizzare dal vivo, soprattutto il luogo, ovvero quella sua propria sonorità – una certa peculiare attitudine a reagire a suoni e voci prodotti al suo interno – che non poteva, ovviamente, essere riprodotta altrove1.
Nel campo delle arti visive, l’installazione, già al suo primo apparire, è allora qualcosa di diverso da prima, senza precedenti, si può dire, nel passato, e questa differenza diventa fondamentale quando, appunto, si attua la trasformazione dello spazio espositivo da semplice, passivo contenitore a co-protagonista, insieme alle opere, di una mostra. E come avveniva in campo musicale, a partire dai succitati e poi sempre più intensamente (George Martin e i Beatles, i Rolling Stones, i Kinks e svariati altri negli anni che seguirono), quando da un certo momento in poi si venne a creare una insanabile e sempre più accentuata diversità fra la registrazione di un pezzo e la sua esecuzione dal vivo, anche nell’arte, se è possibile vedere riprodotti fotograficamente particolari di una certa installazione, è però impossibile esperirla compiutamente, se non si è potuti andare , dove la mostra era allestita. Ciò che è soprattutto – ma non soltanto – evidente quando essa comprende elementi sonori, che pure si potrebbero ascoltare, riprodotti su disco o su nastro, o altro supporto, ma non nello stesso modo che era possibile fare là, in quello spazio espositivo.

Penso a un certo tipo di installazione, dove lo spazio non si limita a contenere una o più opere d’arte ma suona insieme a loro, come loro, a tutti gli effetti un elemento dell’installazione, un suo componente fondamentale.

A proposito di certe registrazioni (Spector ecc.): ne viene una unicità dell’esperienza, che non è più ripetibile. La prima volta è anche l’ultima. Ovvero, se è possibile riascoltarla, per un numero potenzialmente infinito di volte, è impossibile ricrearla. Come avviene per certe performance artistiche, e per certe installazioni, realizzate in quello spazio.

1 In quegli anni si cominciò a fare uso, in certi studi di registrazione, delle cosiddette echo chamber, luoghi appositamente costruiti per creare determinati effetti di riverberazione del suono che prima di allora si potevano trovare sia in natura – grotte o piccole valli – oppure in certi grandi spazi all’interno di edifici, come cattedrali, auditori ed altro; dove spesso tali effetti erano ricercati, per aumentare la potenza, e anche la ricchezza, del suono di voci e strumenti musicali, sicché i costruttori includevano anche tale scopo fra gli altri più convenzionali, come ampiezza, stabilità e solidità. Se si pensa alla musica, soprattutto quella corale polifonica, del Medio Evo e del Rinascimento, essa non poteva, e non potrebbe tuttora, essere eseguita, come le conviene, in luoghi diversi da certe grandi chiese, e addirittura i compositori tenevano conto di certi effetti acustici inerenti alla cattedrale in cui lavoravano (spesso erano monaci), nella creazione delle loro opere. È interessante notare come nella musica cosiddetta popolare si cominciò a sentire, in quel giro di anni, il bisogno di creare, a differenza del passato quando il suono era sempre asettico e secco, senza alcuna impurità, quindi irreale, registrazioni che tendevano a riprodurre le sonorità dei luoghi fisici abituali, in cui rumori e condizioni ambientali concorrono a definire tutto ciò che vi si ode.

[questo testo è stato scritto nel mese di novembre 2021]

Mostre che escono dallo spazio espositivo /1

Nel novembre 2007 a blank venne allestita una mostra sul tema del tempo, This is the time (and this is the recording of the time), co-curata con Simone Menegoi, da un’idea dello stesso. Oltre alla presenza – probabilmente la prima in Italia, sicuramente la prima in uno spazio non istituzionale – dell’opera di Tehching Hsieh, artista e performer di eccelsa statura ma all’epoca ancora poco noto, perché la sua piena riscoperta stava appena iniziando, un altro intervento memorabile fu quello di Dominique Petitgand. Una sua opera, Fatigue, era allestita in un negozio sfitto di fronte a blank, bisognava uscire e attraversare la strada per arrivarci; vi si sarebbero trovate due persone, o meglio le loro voci registrate, nel buio. Per ottenere una condizione di buio fitto, essenziale per la migliore riuscita dell’allestimento (ricordo che Petitgand venne apposta da Parigi, circa una settimana prima dell’inaugurazione, per fare un sopralluogo) avevamo messo, subito dopo la porta d’ingresso, una tenda di panno nera, oltre ad apporre del nastro adesivo nero sulle piccole luci rosse o bianche dei vari elementi dell’impianto audio, quelle che segnalano l’accensione del lettore cd e delle casse auto-alimentate. L’opera era esclusivamente acustica, si poteva soltanto udire, e durava un minuto circa, durante il quale si ascoltavano due voci giustapposte, quella di un bimbo che conta, giocando, da 1 a 100 e quella di una signora molto anziana che si lamenta dello stato di decadenza fisica e mentale in cui si trova, data l’età avanzata (Petitgand mi disse poi che la persona di cui registrò la voce sarebbe morta dopo pochi mesi), la fatica che deve fare per camminare e per leggere, la sua smemoratezza. Il racconto della vecchia signora cessava un attimo prima della filastrocca recitata dal bimbo, che avrebbe così pronunciato l’ultima parola, l’ultimo suono udibile: “cento!”. Per Dominique era essenziale che l’installazione si trovasse a qualche distanza dalla mostra, appartata rispetto alle altre opere esposte, e in questo caso, come detto, i visitatori interessati dovevano per forza uscire da blank, scendere le scale e attraversare quindi via Reggio. Così, oltre a potersi udire suoni e voci nel modo migliore, senza interferenze di vario genere (c’erano altre opere sonore nello spazio al primo piano, fra le quali una in cui si udiva un artista [Luca Vitone] contare i propri passi, proprio fino a cento), si usciva dallo spazio espositivo per entrare in un altro, altrettanto neutro ma nello stesso tempo appartenente al mondo reale, quello che sta al di fuori. Incidentalmente, quello era stato il negozio di un barbiere, che lo aveva lasciato da poco per spostarsi in un altro locale lì accanto, e che ce lo concesse in prestito in attesa di riaffittarlo.

Nel 2009 il collettivo catanese Cane Capovolto venne a blank per organizzare l’happening ‘outdoor’ Nemico interno, coinvolgendo una ventina di persone, ‘attrezzate’ ognuna con un ipod dotato di auricolari da cui provenivano indicazioni in parte vaghe, in parte assai precise, per indurle a mettersi in cerca di oggetti vari (e anche persone) nei dintorni di via Reggio 27. Proprio da lì, nel pomeriggio del 15 ottobre, partirono disseminandosi in luoghi disparati, dato che stava ad ognuno – gli auricolari dell’ipod separavano di fatto fra loro tutti i partecipanti all’evento – mettere in pratica le indicazioni, piuttosto elusive, pronunciate peraltro distintamente da una voce bene impostata. Non sarebbe stato possibile seguire tutti, ovviamente, così decisi di mantenere una certa distanza dagli avvenimenti, scattando di quando in quando qualche foto, dalle finestre di blank oppure stando per strada negli immediati dintorni. In una di queste immagini si vede Alessandro Aiello – uno dei componenti il gruppo –, che quel giorno ebbe una parte ibrida, fra autore (e quindi regista ‘occulto’ dei movimenti dei partecipanti) e attore, muovendosi ovviamente con molta più disinvoltura e noncuranza degli altri, come una specie di ‘quinta colonna’, di infiltrato che controllava da vicino lo svolgersi dei fatti. La foto la scattai appunto dalla strada, mentre Alessandro si trovava sul terrazzo di blank, e credo che lo scorsi lassù a sorpresa, come un’apparizione improvvisa. E il fatto che in quel momento lui guardasse dritto nell’obiettivo della mia fotocamera rende l’immagine alquanto strana, conferendole qualcosa di misterioso, come certe fotografie, generalmente piuttosto sfocate, in cui si vede una figura irriconoscibile, fantasmatica, che non avevamo notato mentre scattavamo (vengono in mente Blow Up, di Antonioni, ovviamente, e anche una storia raccontata da un personaggio di “Sacrifice”, l’ultimo film di Tarkovskij1). Riguardando ora la foto, dopo tanti anni, mi viene da pensare che lui in questa immagine rappresenti quel ‘nemico interno’ che dà il titolo al lavoro di Cane Capovolto, presenza ineffabile e inquietante che aleggiò, non vista, ma soltanto udita dai partecipanti, per tutta la durata dell’happening che ebbe luogo nelle strade del quartiere.

1 È la storia di una donna che aveva perso il figlio in guerra, e che guardando per la prima volta dopo molto tempo un vecchio album, in una foto che le venne scattata dopo la morte del figlio scopre (non l’aveva mai vista prima) la sua immagine accanto a lei, dove non avrebbe potuto trovarsi, essendo già morto a quell’epoca.

[testo scritto nel mese di febbraio 2020, tratto dal libro “Allestire una mostra – e altre iniziative felicemente inutili (storie di e/static e blank, 1999-2018)”, di prossima pubblicazione]

senza meta

19 marzo 2022, ore 17:02
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Ogni tanto si riprende la via, dopo settimane, o mesi, e se ne percorre un tratto, poi la si perde di nuovo, e ancora la si ritrova, per tutta una vita. Soltanto in quei momenti, sulla via, si è vivi.

(notizie dall’esilio /19)

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