Ore blu

Il primo episodio di Quattro avventure di Reinette e Mirabelle, di Rohmer, L’Heure bleue, è anche, decisamente, il più bello. Nel senso che se si interrompesse la visione del film alla fine dell’episodio il suo ricordo rimarrebbe intenso e profondo, mentre per quanto riguarda gli altri – pur piacevoli e talvolta anche divertenti – essi rimangono nell’ambito della normalità (quanto meno se si parla di Rohmer). L’ho rivisto ieri sera, scegliendo quasi distrattamente il dvd, più che altro per pigrizia (era stata una giornata molto faticosa per me), perché non avevo voglia di cercare altro. È pieno di situazione ‘normali’, dalla vita di tutti i giorni in un borgo di campagna, dove però la casuale apparizione di Mirabelle, una studentessa parigina in vacanza (siamo in estate), crea una situazione anomala, sia per i contadini – e i loro animali: capre, oche galline, perfino un cavallo – sia, soprattutto, per Reinette, l’eccentrica pittrice autodidatta che vive sola in un granaio riattato. Casualmente fa conoscenza della prima, che aveva bucato una gomma della bicicletta, dopodiché la ospita a casa sua, dove cenano, sempre chiacchierando moltissimo (sono talmente diverse, a tutti i livelli) e poi vanno a dormire. Prima però Reinette ammalia Mirabelle raccontandole della mitica «ora blu», l’unica in cui si può ascoltare il silenzio assoluto, un’esperienza che lei ha vissuto più volte, soprattutto nella stagione estiva. Così si accordano per alzarsi prestissimo il mattino dopo, prima dell’alba, e uscire di casa per aspettare all’aperto il fatidico momento, che durerà «soltanto un minuto», parole di Reinette. Questo primo tentativo fallisce a causa di un imprevisto, Reinette la prende malissimo, addirittura piange, così Mirabelle decide di fermarsi ancora un giorno per ritentare la notte successiva. Venuto il momento, la ragazza di campagna si alza, e non vedendo l’altra nel letto, esce di casa per andare verso il bosco. Ha una camicia da notte bianca, sembra un fantasma, e mentre si muove nel buio quel candore rivela la sua presenza e i suoi movimenti. Dopo qualche secondo si vede un’altra macchia bianca muoversi nel buio (siamo in campagna, tutte le luci artificiali sono spente), andando verso Reinette: è Mirabelle che, silenziosamente, si avvicina all’amica, le vediamo affiancate, quasi spalla contro spalla, guardando il cielo, là dove fra un po’ sorgerà il sole. Stavolta tutto procede nel modo giusto, nessun rumore esterno giunge inaspettatamente a rovinare la situazione (come era invece avvenuto la notte precedente). Si sente ancora qualche isolato verso, uccelli o rane, poi niente, il silenzio assoluto, immane, che dura soltanto per un minuto. Abbiamo assistito, anche noi spettatori, al miracolo dell’ora blu (come era già avvenuto con quello del raggio verde nel film omonimo di Rohmer dell’anno prima) e siamo, quasi come le due ragazze, soverchiati dall’emozione – per tutto quel minuto nessuno ha più aperto bocca, si poteva quasi udire il battito del proprio cuore. Reinette e Mirabelle, poco dopo che si sono uditi i primi versi di qualche uccello mattutino, si abbracciano, travolte dalla commozione e dall’entusiasmo, e questo abbraccio noi lo indoviniamo, rivelato appena dal candore delle camicie da notte che emerge a malapena dal buio. Che solo ora sta iniziando a indebolirsi per cedere il posto alla luce del giorno.

Stamattina mi è venuto in mente che forse anche in Un condannato a morte è fuggito, di Bresson, quando i due evasi finalmente agiscono, dopo aver atteso per ore immobili sul tetto il momento propizio, verso l’alba, ha luogo lo stesso fenomeno. Hanno deliberatamente atteso quel momento fra la notte e il giorno, quando tutto il mondo sembra fermarsi, per compiere la parte decisiva del loro tentativo di fuga dal carcere. E quel momento – come avevo scritto in un testo di pochi anni fa dedicato al film di Bresson – è forse lo stesso in cui si verificano molte morti di persone in agonia, nonché molte nascite, la mia stessa, incidentalmente. E come dice Reinette, quel momento fa paura a chiunque lo viva – al punto di temere che sia giunta la fine del mondo – proprio perché mentre avviene sembra che «tutta la natura smetta di respirare».
Ma non è così, l’ora blu dura pochissimo tempo e poi passa, e così, come ogni giorno, il sole tornerà a sorgere e «domani sarà un altro giorno».

Sprezzatura

In certi momenti accade al nostro cospetto qualcosa di cui si intuisce la forza, la rarità e l’intensità. Pure, rimaniamo apparentemente indifferenti, con poche o nessuna manifestazione appariscente, niente che faccia trapelare una particolare emozione. Ma l’esperienza ha avuto luogo, ha lasciato un segno – ovvero un seme – e dopo, ripensandoci, la sua forza inizia ad agire, una forma prende a dispiegarsi in noi, ci torniamo spesso, mentre diventa qualcosa di sempre più intenso e solido.

È come se in quelle occasioni fossimo diffidenti, o quantomeno guardinghi, attenti a non farci sopraffare da qualcosa di insolito e di cui intuiamo la forza, che pure vagamente temiamo. Perciò non ci lasciamo andare, rimaniamo ‘in posizione’, senza avvicinarci troppo, eludendo anche la tentazione di prorompere in affermazioni o atteggiamenti ammirati, che ci distrarrebbero (disturbando anche chi si trovasse con noi), facendoci perdere buona parte dell’effetto. Che invece ha bisogno di tempo, deve maturare dentro di noi, crescendo quasi per conto suo, fino a dare a quanto esperito una forma certa, con la quale confrontarsi.

Oppure: nel momento dell’esperienza guardiamo e ascoltiamo, ma come impassibili registriamo tutti i dati per conservarli nella memoria. Dopo, lentamente, attraverso un processo di cristallizzazione (vedi Stendhal in De l’amour, quando parla del ramoscello sfogliato dal gelo lasciato per diversi mesi nelle profondità abbandonate di una miniera di sale a Salisburgo) arriveremo a riconoscere il valore dell’esperienza, a darle piena forma e legittimità.
Ma tutto ciò va differito, quasi mai è istantaneo, nel momento stesso dell’esperienza (soprattutto quando l’effetto è particolarmente forte e ci travolge) ma sopraggiunge bensì.
Qualcosa di simile si può trovare esposto nel breve saggio di Kleist Sulla riflessione.

L’esperienza deposita in noi un seme che poi ci crescerà dentro, lentamente, prima di trovare la sua forma compiuta e venire finalmente alla luce.

Perlustrazioni dell’invisibile


Nei suoi film Victor Erice si sofferma spesso a lungo su un personaggio, la macchina da presa indugia su di lui, o su di lei, che generalmente tace; oppure si sente la sua voce fuori campo, mentre scrive o legge una lettera. In molti casi, mentre assistiamo a un’azione di chi viene ripreso, generalmente poco appariscente e svolta con lentezza, si capisce ben presto che a contare è soltanto in parte quell’azione, ma semmai ciò che passa nella mente di lei o lui. Erice non ci dice niente, non ci dà chiavi per decifrare questo mistero, anche se possiamo indovinare, vagamente, soprattutto quando ciò che è accaduto prima – e poi quel che accadrà dopo – può metterci sulla strada, o sulle strade possibili. In questo modo, attraverso l’insistenza nel riprendere un’azione silenziosa e lenta, diventa praticamente inevitabile chiedersi cosa starà pensando quella persona, soprattutto quando è sola, e quindi la sola ad essere ripresa. L’espressione di ognuna di queste persone è quasi sempre impassibile, imperscrutabile (come accade quasi sempre nella realtà – soltanto il cinema, e prima ancora il teatro ci hanno abituati a vedere espressioni artificiose e forzate sul volto degli attori in certe situazioni), soltanto gli occhi alludono a qualcosa che sta accadendo in silenzio, dietro di loro. E anche quando sono chiusi – altra situazione frequente nei film di Erice – essi sono comunque espressivi e ci attraggono con una silenziosa promessa: qualcosa sta succedendo, è certo, anche se non sapremo mai cosa, non ci verrà rivelato. Come si immagina che Ana mai rivelerà niente di quanto le è accaduto, né le uscite notturne, senza svegliare la sorella Isabel, né l’incontro col fuggiasco e neppure quello – immaginato ma altrettanto reale – con il “mostro” di Frankenstein sulla riva dello stagno, quella notte.
Ma ancora prima che per noi spettatori, per forza di cose passivi e ininfluenti, da certe rivelazioni sono esclusi gli altri personaggi dei vari film. Che sono per lo più famigliari, vivono insieme nella stessa casa, mangiano e anche dormono insieme, ogni tanto si parlano, certamente, in qualche modo, si amano, ma rimangono fondamentalmente estranei fra loro, sempre di più con il passare del tempo. E quando ad esempio Estrella cresce, pur continuando ad amarli si estrania sempre più dai genitori, soprattutto dal padre, con il quale aveva, nell’infanzia, un legame silente e discreto ma molto intenso. È così sempre, in ogni famiglia, anche le più unite, più apparentemente serene, come quelle che vediamo nei due primi film, El espìritu de la colmena e El Sur: due, tre, quattro persone unite da vincoli di sangue vivono insieme ma sono diverse fra di loro, fondamentalmente estranee, sempre di più col passare del tempo. Anche se si amano, anche se si prendono cura uno dell’altra e degli altri, rimangono tali, estranei che vivono all’interno di mondi diversi, soltanto compresenti, seguendo percorsi paralleli che poi nel tempo divergeranno sempre più.


Nei film di Erice proprio quando sembra che non succeda niente in realtà stanno accadendo le cose più importanti. Anche se non le vedremo mai e non sapremo mai niente di preciso su di esse. Potremo soltanto provare a immaginarle, ovvero a intuirle, senza però avere mai una conferma delle nostre intuizioni, o congetture. Niente viene esplicitato, o rivelato, e quando qualcuno parla ciò che dice serve piuttosto a sviare che a far luce su quanto accade dietro quegli occhi, aperti o chiusi. Così Isabel mente alla sorellina Ana sul mostro di Frankenstein, e Agustìn, il padre di Estrella, ostenta durante il pranzo insieme a lei al ristorante del Grand Hotel, un’allegria fallace (?) proprio poche ore prima di togliersi la vita. La stessa Estrella elude l’ultima muta richiesta di soccorso del padre, frapponendo fra i due parole che non sono neppure insincere, però inette a stabilire un contatto fra i due, un ponte sul quale incontrarsi e stringersi in un abbraccio salvifico (per lui).
Un altro aspetto peculiare di questi film, ciò che li rende così ‘naturali’ (nel senso di qualcosa che è proprio così, per tutti, nella realtà di tutti i giorni) sono i momenti in cui due o più personaggi comunicano fra loro senza parlarsi, senza neppure guardarsi, talvolta. In El Sur, Estrella manifesta il suo disagio e la sua contrarietà nei confronti della piega che hanno preso i rapporti all’interno della famiglia, nascondendosi per un giorno intero sotto il tetto, e il padre, che ha bene intuito il senso del gesto della figlia, batte ripetutamente – con una cadenza evidentemente ricercata e ‘pregnante’, un po’ come un telegrafista – con la punta del bastone sull’assito della mansarda che si trova sopra la stanza di lei. Così la figlia capisce che lui ha capito, anche se non può far niente per risolvere quel disagio, quelle problematiche, ma l’ha capita, e in questo modo anomalo essi comunicano i rispettivi stati d’animo. Nello stesso film la bellissima sequenza del sopralluogo di Agustìn come rabdomante sul campo in cerca dell’acqua: la figlia sta dietro al padre, non si vedono in faccia, ma comunicano attraverso il peso delle monete che lei gli posa in mano, fino a quando il pendolo che lui tiene sospeso si ferma, una volta raggiunta la falda sotterranea. O quando lui, prima di andarsene per sempre, saluta la figlia per l’ultima volta lasciando sotto il suo cuscino, mentre lei sta dormendo (emblematico che sia così, che abbia cioè gli occhi chiusi, mentre al ristorante erano bene aperti, ma in verità inetti a vedere cosa stava accadendo, a leggere nel suo animo turbato) quello stesso pendolo.
In altri casi, ogni comunicazione è impossibile, non c’è neppure l’intenzione che si verifichi, e allora lo sguardo (di Ana) è fisso nel vuoto, rivolto per ore verso le fiamme del fuoco usato dalle più grandi per un gioco pericoloso che lei forse non capisce, ma teme, mentre ne è attratta irresistibilmente. In quello sguardo, sul quale la mdp indugia, si intuisce l’intensità di quanto sta accadendo in uno spazio interiore il cui accesso ci è precluso.
E neppure è possibile per la bimba resistere all’espressione dura e autoritaria del padre quando la sorprende all’uscita dalla stalla dove lei non ha più ritrovato il ‘suo’ fuggiasco, ma soltanto tracce del suo sangue ancora fresco. Non le resta che fuggire, non sa neppure dove, lontano da tutti e da tutto, fino a cedere alla stanchezza al riparo di un’antica rovina, dove verrò ritrovata dal cane di famiglia (chissà, forse perché il suo modo di comunicare non è verbale, ‘civilizzato’, ma piuttosto sensoriale, quindi naturale).
Si potrebbe allora dire che tutto il cinema di Erice si fondi sulla ricerca da parte della mdp – occhio nascosto e onnipresente – di un varco anche minimo per provare ad entrare in quegli spazi chiusi e inaccessibili (anche, forse, per lo stesso autore). Tentativo inevitabilmente destinato a fallire, che ci porta comunque molto vicino a quella soglia, indicata dal temporaneo prevalere di un prolungato profondo silenzio, o da due occhi, a volte aperti altre volte serrati.


Il treno nei due film è (come anche nella realtà) sempre fatale, inesorabile, un’entità maestosa e spietata che impaurisce, protagonista anche quando non appare come forma tangibile. Lascia cadere mentre è in piena corsa, come sputandolo, il fuggiasco (evidentemente un repubblicano anti-franchista); parte appena prima che Agustìn si svegli e possa salirci sopra per fuggire (in cerca di Irene Rios, forse); raccoglie le lettere della moglie dell’apicoltore a un amante, e lei deve sbrigarsi con la bicicletta per arrivare in stazione prima che parta (e in quei pochi minuti assistiamo agli sguardi insistiti e intensi che scambia con un ignoto soldato sul treno, silenzioso); corre fischiando verso Ana che indugia nei pressi del binario, affascinata, e si ridesta soltanto quando la sorella Isabel urla il suo nome, facendola arretrare appena in tempo; saluta da lontano con un fischio, non visto, la riapertura degli occhi di Ana mentre è in piedi sul balcone – fuori è notte – aspettando fiduciosa che riappaia lo spirito, il mostro, il fuggiasco che aveva amorevolmente accudito.

comunicare

La comunicazione ora è intesa come la trasmissione di qualcosa, un pensiero, un messaggio, un editto, un ordine eccetera. Un processo distanziato da chi vi partecipa, che non ci mette niente di suo, semplicemente trasmette, ecco, comunicare è diventato sinonimo di trasmettere. Quando ero molto giovane, ricordo come in certi ambienti che frequentavo, che avevo scelto di frequentare, spostandomi dal luogo in cui abitavo e vivevo, comunicare era tutt’altro, significava stabilire un contatto con qualcuno, incontrarlo, dirgli qualcosa in prima persona, soprattutto qualcosa che sgorgava dall’interno di una persona, parlando con un’altra persona. Ora invece la comunicazione avviene sempre più asetticamente, senza coinvolgimento personale: si passa la parola, che arriva da chissà dove, una parola che non ci appartiene – e ce ne liberiamo subito, trasmettendola –, perché non è sgorgata da noi, in un certo momento, trovandosi a parlare con qualcuno in grado di ascoltarci. In quei fortunati casi invece, il flusso è talmente favorito da questa situazione, da non interrompersi mai per molto tempo, anche ore, durante il quale due persone comunicano, ovvero creano insieme un sistema effimero e transeunte, assolutamente non preparato, che a malapena potrebbe essere trascritto, semplificandolo e quindi impoverendolo.
Ora pare che le fonti siano prosciugate, non sgorga più acqua, non zampilla improvvisa nella conversazione, soprattutto ora, quando è diventato arduo stare insieme tranquillamente, senza sottostare ad obblighi sine qua non, che irrigidiscono le situazioni, le cristallizzano, soffocando la nostra voce e il nostro pensare, il pensare creativo che alla parola detta è strettamente connesso, stabilendosi fra i due termini un rapporto osmotico (v. Kleist, Sulla graduale produzione dei pensieri durante il discorso).

[scritto il 12 giugno 2020]

Allestire una mostra

Stampato da Inchiostro Puro (Grugliasco, TO) fra marzo e aprile 2024 in 250 copie, il libro consta di 256 pagine nel formato 13 x 19 su carta Fedrigoni Arena Natural Rough da gr. 90, copertina stessa carta gr. 300 raddoppiata con Fedrigoni Materica Cobalt da gr. 250; sul dorso tela (serigrafata) Savanna 5930; all’interno 23 immagini in b/n e 27 a colori, tutte fuori testo.
Nei 35 capitoli che lo compongono – oltre al testo che li precede e a quello che chiude il libro, a un Album di immagini e a un’Appendice – vengono trattati molteplici aspetti della vicenda di e/static, sviluppatasi fra il 1999 e il 2018 nei due luoghi espositivi torinesi (quello omonimo, in via Parma 31, e poi blank, in via Reggio 27) e in altri esterni, in Italia e all’estero.
In chiusura del libro la ricostruzione completa di tutte le iniziative realizzate, insieme a un elenco delle pubblicazioni.

in copertina, immagine scattata a Hong Kong il 30 settembre 2014
Patrice Carré, sport de l’année, 2011; dall’invito per Suoni in formazione (e altro ancora), 2012

Le memorie, in buona parte immaginate, talvolta sognate, di un gallerista per caso (o un non-gallerista, forse). Le sue esperienze in certi luoghi, con la complicità di molti amici, per lungo tempo. Quando a farla da protagonisti sono stati anche quei luoghi, e chi venne a vedere cosa vi succedeva. [dalla quarta di copertina]


commenti di lettori:

Ho cominciato a leggere con lentezza il tuo libro e devo dire che ancora prima di immergermi, prendendolo in mano e osservando tutto ciò che hai raccolto nella busta, mi sono sentita privilegiata e contenta. La cura che metti nelle cose che fai è qualcosa che colpisce sempre. Tutto è estremamente scelto e ponderato, in radicale controtendenza con ciò che esperiamo quotidianamente. I primi capitoli consegnano già un distillato del pensiero e dell’approccio dei tuoi progetti. Ho vissuto solo gli ultimi anni di blank, quindi ora riesco a seguire il percorso dal suo inizio, un tempo in cui vivevo ancora lontana da Torino. Continuerò a leggere con lentezza, anche per la ricchezza dei vari riferimenti che hai inserito nel testo. Grazie

Manuela Savioli

“… sto quasi finendo di leggere il tuo Allestire una mostra e ne sono soddisfatto. Voglio dire che la lettura, oltre che a scorrere piacevolmente, mi ha fornito diversi punti di vista, diversi nodi di riflessione. Gli scritti sono un continuo ritornare su alcuni punti ed allargarsi di altri, dimodoché si ha tempo per cogliere alcuni meccanismi essenziali nel tuo operare a favore dell’arte, della logica di una galleria, la tua logica ovviamente ( … ). Il tuo continuo riguardo nei confronti delle opere è, e non per un banale gioco di parole, costantemente una attenzione ed un doppio, o triplo o multiplo sguardo nei confronti delle medesime. Vi è attenzione agli autori, ma gli autori non sono, giustamente, l’unico nucleo di un’opera d’arte. Ed anche laddove certe cose credo non avrebbero suscitato il mio intero interesse, per impostazioni, per logiche etc. tu sei riuscito a dar loro un senso, anche un significato che non è quello della loro “traduzione” in parole, ma della loro configurazione sensoriale e percettiva ed elaborativa etc.

Giancarlo Toniutti

“Il libro non è una documentazione del lavoro svolto nei due spazi espositivi, ma un’estensione narrativa e fotografica di ciò che è accaduto, un terzo luogo dopo e/static e blank, e anche una scultura portatile di cui possiamo saggiare il peso e le dimensioni, studiate accuratamente da Fossati in rapporto al gesto di prensione.”

Aurelio Andrighetto

chi volesse avere una copia di questo libro scriva all’indirizzo presente in Contatti

La notte di C.

Moltissimi anni fa, quando avevo pressapoco quindici anni, iniziai ad acquistare regolarmente la rivista mensile Linus, che conteneva molti fumetti e anche parti solo testuali. Ero un suo accanito lettore, a lungo acquistai tutti i numeri man mano che uscivano, e non potevo certo farmi sfuggire un curioso supplemento chiamato Ali Baba. Ormai l’ho perso, da decenni, anche se mi ricordo benissimo la copertina, e uno solo dei contenuti. Era il racconto di un certo Cortazar, scrittore sudamericano – argentino per la precisione – che non conoscevo, anche se il nome bastava ad ammaliarmi. Lo lessi tutto d’un fiato, per quanto possa ricordarmi, tanto era appassionante, aveva qualcosa che suonava del tutto nuovo per me, ma nello stesso tempo mi pareva di riconoscere, o ricordare, vagamente. Da allora, per quanto possa sembrare strano (Cortazar era già molto noto, e divenne celebre) non lessi mai nient’altro dello stesso autore, e il racconto – di cui avevo ben presto dimenticato il titolo – era sparito nel nulla, insieme alla mia copia di Ali Baba. Negli anni che seguirono, ogni tanto ripensavo a quello strano, affascinante racconto, perché mi era rimasto dentro, come se fosse diventato parte di me, sia pure sepolto da qualche parte, chissà dove. Per qualche motivo non avevo mai acquistato libri di Cortazar, forse perché ce n’erano tanti, pure troppi, non avrei saputo quale scegliere. Mi rimase però sempre il desiderio di ritrovare quel racconto, per rileggerlo (ma chissà, forse temevo di rimanere deluso, a volte capita, perciò, inconsciamente, evitavo la possibilità di leggerlo una seconda volta, dopo tanto tempo). Finché, qualche anno fa, mi decisi: credo fossi in una libreria del centro, lo scaffale dei libri di C. era cospicuo, erano anche in edizione economica, così ne acquistai uno, non ricordo più quale. Era comunque una raccolta di racconti, e così presi a leggere il libro nell’attesa di imbattermi in ‘quel’ racconto, di cui peraltro non ricordavo assolutamente il titolo. Ma niente, non saltava fuori, e non ce n’era neppure un solo altro che gli assomigliasse. Stessa sorte ai tre o quattro altri libri dello stesso autore che acquistai in seguito, ed ero ormai rassegnato: forse il racconto era apparso soltanto su Ali Baba, quel supplemento di Linus uscito verso la fine degli anni ’60, una vita fa… Ma alla fine, quando non ci speravo più, leggendo la raccolta Fine del gioco, uscita per la prima volta nel 1956, eccolo apparire, proprio in fondo, penultimo. Il titolo è (e forse era già quando lo lessi la prima volta, ma di questo non sono sicuro) La notte supina, un titolo piuttosto ‘chiuso’, poco attraente, come se fosse stato scelto apposta per nascondere il contenuto, distogliendo i curiosi e riservandolo ai pochi che avrebbero intuito e si sarebbero messi a leggerlo, chissà…
Il racconto è davvero perfetto (uso a malincuore il termine, ma forse ci sta, una tantum), mi ha preso anche alla seconda lettura, dopo tanti anni, perfino alla terza di qualche giorno fa (e anche stavolta ho dovuto cercarlo fra tutti i libri di C. che possiedo, perché mi ero di nuovo scordato il titolo). Ma è davvero uno dei più bei racconti che abbia mai letto, e direi anche il più bello di Cortazar, dopo averne letti un bel po’. Forse dico così dopo averlo cercato e desiderato per anni, rimanendo sempre deluso perché nessuno lo riecheggiava, tanto ero condizionato dalla mia irripetibile esperienza di quindicenne (analogamente alla vicenda descritta da Alain-Fournier in Le Grand Meulnes). Ma ho come l’impressione che lui stesso, Cortazar, la pensasse come me, e dopo averlo scritto ed essersi reso conto di aver raggiunto il massimo che era nelle su possibilità, continuò, sì, a scrivere, ma senza illudersi di poter creare qualcosa che fosse alla pari di La notte supina, se non addirittura meglio. Forse la penso così dopo aver letto certe cose successive che mi paiono sicuramente ingegnose e accattivanti, ma anche piuttosto artificiose, piene di parole e di trucchetti, che spesso mi distraggono mentre leggo facendomi perdere la concentrazione. Mentre in quel racconto non c’è una parola di troppo, non ci sono trucchetti verbali né congegni narrativi troppo sofisticati. Perché è davvero così, un racconto perfetto1.

1 Ce n’è bensì un altro, di una decina d’anni dopo, che ho trovato su un’altra raccolta, si intitola L’isola a mezzogiorno e ha un po’ lo stesso meccanismo narrativo, anche lì alla fine salta fuori una verità che spiazza il lettore, squinternando certe convenzioni spazio-temporali, con un gioco di altalena piuttosto agile ed efficace fra la cosiddetta realtà e il sogno. Ma non è altrettanto bello di La notte supina, che ha una qualità evidentemente inattingibile, da Cortazar e forse da chiunque altro.

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Elegia della panchina

In un film di Rivette del 1981 visto di recente, le protagoniste (soprattutto una delle due, Bulle Ogier) fanno spesso uso della panchine che si trovano – o quanto meno si trovavano, vi manco da anni – in gran numero a Parigi, soprattutto, ovviamente, nei parchi e nei giardini, o sui boulevard, tutte cose che lì abbondano. Non è una grande novità per il cinema francese – girato in massima parte a Parigi, da sempre, e soprattutto in quegli anni – ma certamente in questo film le panchine sono spesso co-protagoniste e accompagnano la vita errabonda delle due donne attraverso la città. Ci si siedono, soprattutto di giorno, per fare una pausa che interrompa una camminata, oppure ci si sdraiano la sera per dormirci sopra e passare così la notte, all’addiaccio, ma almeno sollevate da terra1. L’ho subito notato perché io amo le panchine e ne faccio spesso uso quando sono in giro. Mi ci siedo sopra e spesso apro un libro per leggerlo, come fa Bulle proprio all’inizio di Le pont du nord, dopo essersi stirata guardando verso il cielo, visibilmente compiaciuta. È bello leggere un libro seduti su una panchina (io se potessi leggerei i miei sempre e soltanto lì), ancor di più se si trova in un luogo piacevole e interessante: una bella vista (ad esempio sul fiume, sotto gli alberi) e anche la tranquillità, se è collocata in un parco; e poi l’ombra fresca, d’estate, se la panchina si trova sotto grandi piante dalla chioma rigogliosa. Se non si è soli, ma insieme a una persona amica, si può conversare, distraendosi ogni tanto per seguire con lo sguardo qualcuno che passa, o qualsiasi altro evento insolito e attraente, come un uccello trasvolante nei dintorni o una foglia che cade. Tutte cose che ci possono distrarre momentaneamente anche durante la lettura di un libro, che pure risulta così ancora più piacevole e stimolante, per l’effetto rinfrescante di certe pause.

La panchina più comune è costruita in modo semplicissimo: due tavole di legno come seduta, ognuna larga circa 20 cm e lunga circa due metri, fissate a due sostegni saldamente ancorati al terreno, per lo più in ferro, che fungono da struttura, fornendo anche l’appoggio per lo schienale. Che è a sua volta costituito da una tavola come le altre due, stessa larghezza e lunga uguale, fissata al montante in ferro di cui sopra. Questa è la tipologia più diffusa qui in città, anche se non sono poche quelle dalla forma apparentemente più anatomica (in realtà meno comode delle altre, almeno secondo me), simile a un’onda, formata da molte assicelle in legno (5-6 cm ognuna) giustapposte e fissate anche qui a una struttura in ferro. Recentemente sono apparse nuove tipologie di panchina – anche se un po’ esito a chiamarle così – in cemento, o materiale consimile, massicce, apparentemente indistruttibili ma non molto comode, per di più fredde in inverno e bagnate a lungo dopo una pioggia. Anche queste possono fare all’uopo, ossia fornire una possibile seduta al viandante, seppure il contatto con il legno è ben altra cosa. Ma anche quando ci si siede su una rara panchina in pietra (ovviamente senza schienale, quasi sempre) la sensazione può essere altrettanto piacevole di quella che si prova sedendosi sul legno: sono pur sempre materiali naturali, hanno un’anima.

A me la panchina sembra una grande invenzione, perché dà la possibilità di fermarsi a riposare, e a meno che non sia piazzata proprio davanti a un muro (capita, talvolta) permette a chi c’è seduto sopra di guardare panorami spesso piacevoli, oppure di osservare all’intorno la vita che continua a pulsare mentre si rimane fermi e seduti, godendo di una fugace vacanza. In verità l’invenzione sta nel fatto che la panchina è staccata dal suolo, anche soltanto di una cinquantina di centimetri, così non si sporcano gli abiti stando seduti per terra; oltretutto il suolo può essere umido, sedercisi, soprattutto a lungo, non è salutare. Purtroppo, per motivi che non ho mai capito bene (mi riprometto sempre di chiederlo, ma non mi sono mai osato) ci sono persone che invalidano la proprietà della panchina di stare seduti su un supporto pulito. Essi infatti, con un gesto che trovo molto irritante, si siedono bensì sullo schienale, appoggiando i piedi, ovvero le scarpe che li calzano, certamente non pulite, sulla seduta della panchina. Ma perché? Non si sa, e non lo saprò mai finché non mi deciderò a chiederlo. Ammesso che poi mi si risponda: sono molteplici gli atteggiamenti di uso comune che la gente adotta senza saperne bene il motivo, soltanto perché lo si è visto fare da altri, magari con una certa aria sprezzante, di noncuranza e di superiorità, e allora perché no.

Ho intitolato questo piccolo testo Elegia della panchina, ma l’elegia (stando ai vocabolari connsultati) generalmente ha qualcosa di malinconico, come un rimpianto per qualcosa o qualcuno che si è perduto, mentre le panchine ci sono ancora, in giro, in certi angoli della città. Ma sono sempre meno, e non poche sono malandate, anche molto: le tavole di legno alla lunga marciscono, inevitabilmente, dovrebbero essere sostituite di quando in quando, ma ciò non succede quasi mai. Come se fosse un lusso, sedercisi, qualcosa da fare quasi con un certo senso di vergogna, dato che ci si ferma e si sta seduti lì sopra sottraendosi all’ordinaria frenesia della vita urbana. Infatti sono spesso deserte, nei giorni feriali, occupate quasi soltanto da persone anziane che si vogliono riposare qualche minuto, oppure da qualcuno che ci si sdraia sopra e addirittura si addormenta, perché probabilmente non ha una casa, e quasi certamente nemmeno un lavoro. Forse perciò le panchine vengono trascurate dagli addetti alla loro manutenzione: non sembra una priorità la loro cura, perché non servono realmente a nulla, non sono produttive, ma inutili bensì (nel senso che il loro uso non dà un utile, e non serve quindi alla società). Sono quindi, le panchine, connesse a un’idea diversa del vivere, più libera, meno legata ai ritmi e agli obblighi imposti dalla società, e chi ci si siede quasi mai è appena sceso da un’auto, ma ci arriva a piedi, o al massimo è appena sceso da una bicicletta. Inoltre, esse sono pubbliche nel miglior senso della parola, appartengono ogni volta a chi ci sta seduto sopra, ma soltanto finché rimane lì, dopodiché la loro momentanea proprietà passerà al prossimo, o ai prossimi, che ci si siederanno.
Per questi motivi, e per il timore che questo strumento (e simbolo) di libertà possa alla lunga sparire, o quantomeno – come succede già ora molto di frequente – sia lasciato deperire fino a sfasciarsi, tristemente, penso che abbia senso intendere questo testo come un’elegia.

1 In un’occasione, ci viene mostrato un esempio di un altro uso, fra i più nobili bensì, di questo elemento, ossia lo scambio di effusioni fra due innamorati, anche spinte, se si tratta, come in questo caso, di amanti. Il film sembra davvero essere, almeno in parte, un omaggio alla panchina, esponendo tutti i vari usi che se ne possono fare.

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un regalo

Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno – ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio, ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

Julio Cortázar, da Historias de cronopios y de famas, 1962 (trad. di Flaviarosa Nicoletti Rossini)

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Nel bosco (piccolo formato)

Il libro consta di 24 pagine (compresa la copertina) e misura cm 10,5 x15; stampato nel mese di gennaio 2024 su carta usomano avoriata e righettata gr. 90; copertina in cartoncino usomano avoriato liscio, gr. 300. Contiene gli stessi nove testi della versione in formato grande (v. qui) pubblicata lo scorso mese di aprile.
Terza edizione, in un diverso formato, dopo la prima del 2008 (v. qui) e quella sopra indicata, è stata stampata in 20 copie (+ tre).


Un approfondimento sulla genesi di Nel bosco si può trovare cliccando qui

Contrasti

Ero in un supermercato ieri mattina, e mi guardavo attorno. L’ambiente è formalmente pressoché impeccabile, tutto bene ordinato, le vetrine risplendenti, come i pavimenti, che sembrano sempre essere stati appena lavati (e forse lo sono davvero). C’è un ordine quasi assoluto nella disposizione dei reparti, con le scaffalature parallele (stracolme di cose, tutte bene ordinate) che hanno su un lato altre scaffalature messe a perpendicolo. Poi ci sono, sparse in giro, le persone, i dipendenti e i clienti, che spingono, quasi tutti, un grosso carrello al quale sembrano aggrapparsi per non cadere. Ed effettivamente è così, sono molti gli anziani dalle gambe malferme, alcuni proprio claudicanti, uno – un uomo alto e molto loquace, doveva avere almeno ottant’anni – dignitosamente appoggiato a un bastone. L’espressione sui volti di tutti è seria, in qualche caso ansiosa, in altri, pochi, una mascherina impedisce di vederla. Peraltro, Ivan Illich già qualche decina di anni fa affermò, da qualche parte in uno dei suoi smilzi, densissimi libri, che i supermercati stavano assomigliando sempre più a ospedali.
In quel luogo che ci siamo abituati a considerare normale, ma che talvolta, come per me ieri mattina, è realmente inquietante, il contrasto con vetrine, pavimento e scaffalature è stridente e la sostanziale fragilità degli avventori messa in forte evidenza. Perché è proprio così: noi umani siamo fragili, corruttibili (in senso fisico), invecchiamo tutto sommato velocemente e invecchiando diventiamo sempre più cagionevoli di salute. Ma pure diversi giovani non è che appaiano molto prestanti e sani: c’è chi denuncia una eccessiva magrezza, con un colorito malsano, chi al contrario una tendenza all’obesità, chi si muove con difficoltà a causa di qualche handicap. E molti di loro sembrano incerti, indeterminati, attenti soprattutto a qualcosa – suoni o voci – che promana dalle cuffie che portano in testa, o dagli auricolari, una cosa e l’altra collegate all’inseparabile smartphone, la (relativamente) nuova protesi portata da quasi tutti ormai, senza la quale, si presume, si sentirebbero totalmente persi e che tornano di continuo a guardare ossessivamente.
Dico queste cose, noto certi contrasti, forse anche perché quest’anno, nel giro di pochi mesi, sono morte tre persone amiche, e per due volte sono andato alla loro funzione funebre, per salutare il defunto insieme ad altri che lo conoscevano. Ho rivisto persone che non incontravo più da anni, in qualche caso quasi irriconoscibili, e una in particolare era sì riconoscibile, ma con mio sgomento, appurando il suo terribile declino, avvenuto nel giro di pochissimi anni.
Sembrerebbe che in quest’epoca, che a me – e forse non soltanto a me – appare tristissima, forse anche perché ci sono pochi bambini, a loro volta quasi sempre tristi e assorti (e quasi tutti dotati della propria protesi-smartphone), la gioia di vivere e una certa positiva leggerezza stiano sparendo, nonostante qui, in questa parte del mondo, non ci siano più guerre da molte decine di anni. Dal mio punto di vista di persona anziana, sempre più vicina alla fine del tempo datomi, credo sia impossibile non accorgersene, soprattutto perché confronto ciò che vedo e vivo ora con ciò che vidi e vissi molte decine di anni fa. E non posso neppure ignorare il contrasto stridente fra l’astratta, implacabile perfezione delle cose che ci circondano (anche le auto, ad esempio, e certe case che si costruiscono adesso, fredde e aliene) e condizionano la nostra vita in ogni frangente, per lo meno quando usciamo di casa, e la nostra – di noi umani – sostanziale imperfezione e impotenza.
Mi sono così tornate in mente, proprio ieri mattina, certe opere di Walter De Maria degli anni ’60, soprattutto. Quel cubo di acciaio cromato – credo fosse sui 40 cm di diametro, forse 50, non di più – su uno spigolo del quale era stata appoggiata una candela, quindi accesa. La candela bruciava, riducendosi sempre più, quasi a vista d’occhio, fino a spegnersi, mentre il cubo rimaneva intatto, irriducibile, soltanto un po’ sporco su un lato, quello dove era colata la cera disciolta. Che poi si poteva ripulire facilmente, riportando l’acciaio al suo splendore originario, mentre la candela non c’era più, una volta che la fiamma si era spenta. È un’opera di una semplicità e di una concisione assolute, ma quasi da vertigine la sua efficacia, se ci soffermiamo un attimo a pensare a cosa è e soprattutto a cosa rappresenta.
Ma ce ne sono altre dello stesso autore, che però conosco soltanto attraverso fotografie o descrizioni – testuali o verbali – mentre quella la vidi bene da vicino almeno una volta. Me ne ricordo una perfino più disturbante, perché trovava la propria ragione d’essere soltanto attraverso il suo possesso da parte di un cosiddetto collezionista, altrimenti è come se non esistesse realmente, se non come materiale. Un’asta di acciaio inox, ma piena, quindi piuttosto pesante, ancorché relativamente sottile (per poter essere impugnata, quindi, volendo, portata in giro), di lunghezza pari all’altezza media di una persona. Anzi, credo che ogni compratore entrasse in possesso di un’asta che aveva la sua stessa altezza in quel momento, fatta su misura per lui. Credo anche – ma la memoria potrebbe ingannarmi – che si dovesse stipulare un contratto: il compratore, finché fosse rimasto in vita, si impegnava a non vendere mai l’asta, perché era sua e soltanto sua, da lui o da lei indivisibile. Ecco, il contrasto fra le due entità, una dura, inscalfibile e immutabile (se non con una fusione in altoforno), l’altra fragile, continuamente modificata dal tempo, che nel corso degli anni si accorciava, diventando sempre più debole – oltreché paurosa –, sempre esposta al rischio di malattie, patendo il caldo e il freddo eccessivi, continuamente sull’orlo della fine, e quindi della dissoluzione, tutt’ora mi sgomenta come poche altre cose riescono a fare. Forse perché l’asta è del tutto passiva, non fa realmente nulla di male al suo possessore, ma proprio così, rimanendo immobile, ferma e assolutamente noncurante, agisce come uno spietato termine di paragone e rappresenta per contrasto la sua estrema – al confronto – fragilità e caducità, la sua irrimediabile finitezza. E gli sopravviverà indefinitamente.

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