Un solo visitatore per un’opera che venne creata da una persona mentre si trovava sola all’interno di una antica casa in pietra disabitata da molto tempo. Già soltanto due persone presenti insieme negli angusti spazi di mun ange determinerebbero una situazione di ‘spettacolo’, cinema o teatro, con una effettiva separazione – che chiamerei anche de-responsabilizzazione – fra l’opera e chi la esperisce. Chi invece entra a mun ange solo deve attivare la sua attenzione, niente lo può distrarre, come niente poteva distrarre l’autore mentre si trova là dentro guardando prima dentro e poi fuori, ascoltando e ascoltandosi. Così il visitatore potrà vedere, ascoltare, pensare, rivivere e ricreare l’esperienza originaria dell‘autore, farla propria.
Nella cerimonia del tè (v. Rikyū, del 1989, e Gō-hime, del 1992, due film di Teshigahara Hiroshi) ci si ritrova in due persone all’interno di un luogo creato appositamente – o comunque ritenuto adatto – per la pratica di questa cerimonia. Vi si accede scomodamente, passando per uno stretto pertugio, situato in basso all’altezza del pavimento, costrizione obbligata che vale per tutti, anche per lo shōgun, che è peraltro il signore a cui Rikyū fa riferimento, da cui è stato nominato maestro (della cerimonia) del tè. Avevo intuito con chiarezza nel 2021, visitando l’installazione video di un amico [v. qui], la necessità di accedere soli al luogo (incidentalmente, assai peculiare e fuori dai canoni) dell’installazione e rimanervi in solitudine per poter stabilire un dialogo con il video – in quell’occasione proiettato direttamente su un muro; che è poi anche, in maniera indiretta, un dialogo con il suo autore. Altrimenti, la normale fruizione collettiva (diciamo oltre le due persone presenti) inevitabilmente trasforma e corrompe l’esperienza: si assiste a uno spettacolo, siamo parte di una platea, un vero e completo dialogo, nella sua forma più pura e più profonda, ci è negato. Allo stesso modo, il maestro del tè e il suo ospite possono stabilire un dialogo nella stanza del tè: il maestro vale quanto l’opera (video o altro), che avendo luogo, dovendo essere agita per esistere, necessita della presenza di una persona, il maestro appunto. Costui è l’opera, e viceversa, la rappresenta così come essa lo rappresenta.
Mi sembra ora di capire che l’esperienza di e/static e poi anche di blank abbia sempre avuto queste caratteristiche, per quanto mi riguarda, quando, innumerevoli volte, mi trovavo solo dentro un’installazione (soprattutto in via Parma, dove non esisteva un vero e proprio ufficio). Ma lo stesso visitatore che veniva in un giorno di normale apertura, dopo l’inaugurazione, anche lui/lei si trovava in questa condizione, solo con l’opera, in grado di stabilire con essa un dialogo. E la mia presenza – quando intuivo che avesse senso, che fosse utile – era non soltanto discreta ma anche di grande disponibilità a stabilire un dialogo con il visitatore. In quei casi io rappresentavo, in qualche modo, l’opera e il suo autore, facendo da tramite fra le tre entità, mettendomi però in gioco a mia volta, ovvero non rimanendo passivo, ma presente e attento, vuoto soprattutto, per poter vivere intensamente quell’esperienza. Si può ben dire che tutto quanto è stato creato e presentato nell’ambito di e/static, per circa vent’anni, non ha mai, o quasi mai – o comunque, mai intenzionalmente – avuto le caratteristiche della spettacolarità, ma ha bensì trovato la sua giusta dimensione sempre nel modo dimesso di cui detto sopra. Ma queste caratteristiche sono, prima ancora, le stesse mie: non sono un esibizionista, mi sento a disagio quando mi trovo al centro dell’attenzione e cerco sempre di essere, prima ancora che apprezzato, non notato. Soprattuto sono alieno da ogni forma di ostentazione. Era perciò inevitabile che il lavoro di e/static venisse fuori in un certo modo, in tutti i suoi aspetti, a cominciare dal nome stesso, perché non avrei mai potuto dare il mio nome e cognome allo spazio, un’eventualità che non ho mai preso in considerazione.
Un’altra cosa molto interessante emersa recentemente guardando i due ultimi film di Teshigahara, e poi leggendo qualcosa su Rikyū e Oribe, il suo seguace e successore nella carica di maestro della cerimonia del tè dello shōgun (rispettivamente Hideyoshi e Ieyasu). Oltre agli aspetti più noti della sua forma cerimoniale (povertà e semplicità degli utensili, con tazze neppure decorate, e sempre asimmetriche, imperfette) ho letto da qualche parte della sua – o della loro – convinzione che ogni esperienza fosse unica e irripetibile e andasse quindi vissuta intensamente, proprio sapendo che non si sarebbe mai potuta rifare in alcun modo, se non fingendo (perdendo quindi ogni sua autenticità e rendendo la rappresentazione del tutto sterile e vacua). Anche questa cosa è venuta fuori spesso in quegli anni, soprattutto nella seconda parte, direi, con campo volo in particolare, ma poi anche killing floor e La collera delle lumache.
Infine: io credo che le Rooms of Stillness [Stanze della quiete] di Julius fossero delle stanze del tè così come le concepiva Rikyū, o comunque qualcosa di molto simile. Non so se lui ne fosse consapevole, non se ne è mai parlato, ma forse no, l’idea nacque in lui spontaneamente, dopodiché scrisse quel breve, denso testo che tanta importanza ha avuto per me, e continua ad avere.
N.B.: questo testo non appare sul libro Allestire una mostra, pur essendovi, in parte, connesso, e chi leggerà entrambi, il libro e il testo, potrà avere un’idea più ampia e approfondita di certi temi. E il sottotitolo allude abbastanza esplicitamente al libro: questa è effettivamente una sua postilla, anche se non vi appare. Perciò ho deciso di inserirlo in questa sezione del blog, che presenta appunto una selezione di materiali del libro, in una fase della loro elaborazione.
Quando scrivo, dopo un’esperienza vissuta, è come se formassi inizialmente una griglia, una specie di trappola che ha il potere di trattenere – e far emergere – livelli nascosti, impensati, che approfittano dei varchi creatisi per materializzarsi. Sono cose che non avevo previsto – anzi, le ignoravo proprio –, che spuntano fuori, infilandosi fra le maglie della rete, e devo soltanto assecondarle, facilitarne l’emersione, come una levatrice col nascituro. Si deve pazientare, e soprattutto non dare mai il pezzo per finito, perché non può essere tale, forse mai. Sopravviene sempre qualcosa di inaspettato a cambiare le carte in tavola, portando spesso il pezzo verso direzioni inopinate. Determinante è la costruzione di quella griglia, che deve essere solida ma anche piena di falle, fra le quali si insinueranno certi visitatori non invitati, ma bene accetti. E certi varchi nella rete è bene che rimangano sempre liberi, vuoti, anche se ciò che li attraversa non è visibile. Però c’è, si percepisce assai vagamente ma c’è. Queste cose, questi visitatori non invitati, erano bensì già presenti, ovvero immanenti, nell’esperienza. Oppure no. Su questo aspetto preferisco non pronunciarmi, non ancora. Non posso escludere l’eventualità che essi vengano dopo, quando la griglia iniziale è stata fabbricata. Da essa sono bensì attratti, trattandosi giustappunto di una trappola, qualcosa che sta fermo, in attesa della preda. Come la ragnatela costruita dal ragno, la stessa cosa: ferma e solida. Naturalmente, questo processo ha avuto luogo anche ora, in questa particolare occasione. E non è detto che sia finito. Insomma, essi pertengono bensì soprattutto al momento in cui sto scrivendo, da lì scaturiscono.
All’andata, sul motoscafo, l’attenzione di tutti è rivolta verso l’isola, il lago, le colline digradanti tutto intorno nell’aria limpida e luminosa. Poi la breve passeggiata sull’isola, con una lunga sosta nell’antica cattedrale, dove campeggia, grossomodo al centro, un pulpito tutto scolpito in marmo scuro, istoriato di figure umane e di animali per lo più fantastici. Questi ultimi, ormai da mille anni sono intenti a volgere lo sguardo minaccioso verso un punto imprecisabile a mezz’altezza, noncuranti, apparentemente, delle persone presenti nella chiesa. Al ritorno, sullo stesso motoscafo, l’uomo è seduto al centro, sul lato sinistro, e guarda ogni tanto verso prua, oltre una parete trasparente, là dove si vede la schiena del pilota intento a guidare la barca. D’un tratto si accorge di qualcosa che soltanto stando seduti in quel punto si può vedere, mentre accade all’insaputa di tutti gli altri sulla barca. La stretta parete (di vetro o altro materiale trasparente) riflette la scia lasciata dalla barca a poppa, dove l’acqua del lago si apre a forbice partendo dalla barca. Per effetto dell’inclinazione del motoscafo in movimento, con la prua più alta della poppa, egli, come se guardasse indietro stando a prua, vede la barca inabissarsi nelle acque del lago. Per alcuni minuti, silenziosamente, del tutto inavvertita – perché nessuno oltre a lui se ne può accorgere – una tragedia sembra sul punto di consumarsi, rimanendo però incompiuta, come se la barca restasse sospesa fra il cielo e le profondità del lago, sul liminare fra i due opposti mondi. Ma tutto ciò rapidamente svanisce quando la barca, arrivando nei pressi dell’attracco, perde sempre più velocità fino a fermarsi, e la consueta, ipnotica calma del luogo, ora quasi irreale, riprende a dominare.
Nel bosco nacque da un’esigenza sorta all’epoca di Before and after sound, una mostra collettiva del 2003, e dall’esperienza che ne seguì. L’idea era quella di fare un invito non banale, e trattandosi appunto di una collettiva volevo evitare un’immagine troppo legata a uno soltanto degli autori presentati. Non sapevo cosa fare, finché mi venne in mente l’immagine dei cerchi nell’acqua, spesso rappresentativa delle onde sonore che si propagano a partire da un fenomeno acustico. Ricordo anche che ho sempre in qualche modo associato questa immagine ad Akio Suzuki, e questo nesso non è mai venuto meno nel tempo, pur rimanendo in buona parte oscuro il motivo che vi è sotteso. Decisi che sarei andato fuori città in cerca di un corso d’acqua, oppure un laghetto, dove avrei fotografato i cerchi provocati da me stesso sulla superficie dell’acqua gettandovi dei sassi. La Val Pellice era, per una specie di automatismo mentale (la conoscevo bene, ci andavo da anni), il luogo adatto, e proprio là sarei andato per fare le foto. Arrivato in valle mi diressi subito verso un’altra, laterale, più stretta e più corta, la valle d’Angrogna, che pure conoscevo piuttosto bene, ed essendo più piccola e meno frequentata mi avrebbe permesso di muovermi più agevolmente alla ricerca del luogo giusto. Subito mi resi conto che il torrente che dà il nome alla valle non andava bene per quel che volevo fare: la corrente è sempre troppo forte, impossibile creare dei cerchi, si perderebbero immediatamente, trascinati via senza neppure potersi formare compiutamente. Ero piuttosto deluso, mi sentii uno sciocco, finché non mi venne in mente di cercare uno dei ruscelli che si buttano nell’Angrogna, alla ricerca di qualche specchio d’acqua calma. Ne trovai ben presto uno addentrandomi nella boscaglia, dove mi sentivo nascosto e protetto – per come sono, farmi notare mentre faccio una cosa anomala per i più, è una cosa che cerco sempre di evitare. C’era anche una bella luce, i raggi del sole penetravano fra i rami, rompendosi, e l’acqua risplendeva di un bel colore caldo, fra il giallo e l’arancio (credo che si fosse vicini al tramonto, era aprile): tutte queste cose, impreviste, avrebbero contribuito alla qualità delle fotografie. Ne feci tante, tutte diapositive, e tornai infine a casa, in città, piuttosto soddisfatto. Dopo, vedendo le diapositive sviluppate, ebbi la prova che tutto era andato bene, così scelsi un’immagine che, dopo essere stata scansionata, finì sull’invito, parzialmente coperta dai nomi di tutti gli artisti partecipanti alla mostra. Dopo qualche tempo, non so quanto, ma credo dopo l’inaugurazione della mostra, rivedendo più volte tutte le immagini, in un qualche modo che ormai non ricordo più iniziai ad associarle a frammenti di Ise monogatari, che stavo rileggendo (ce l’avevo da molto tempo e l’avevo già letto forse anche più di una volta) proprio in quel periodo, fra aprile e maggio 2003. Così ebbe avvio il progetto del libro, che pubblicai, dopo ripetute prove – soprattutto sui testi, che non erano tutti semplici estratti dal libro, ma avevo bensì spesso rielaborato, inventando anche qualche passaggio – soltanto nel 2008, in pochissime copie.
C’erano in quell’esperienza aspetti molto personali, emergevano dai testi e dalle stesse immagini, soprattutto il modo in cui le avevo fatte, durante quella spedizione in val d’Angrogna. La fuga dalla città dove vivevo già da trent’anni e più, nella quale non mi ero mai completamente ambientato (situazione ancora immutata, dopo altri vent’anni…) e poi certe vicende vissute in prima persona o forse evocate – oppure immaginate – dall’autore dell’antico testo giapponese, alle quali era facile sovrapporre le stesse mie vicende, storie che mi avevano molto segnato e dalle quali non ero ancora veramente uscito, non del tutto. È poi facile notare la forte somiglianza del fenomeno (un sasso gettato nell’acqua di uno stagno) con quello evocato da Bashō nel suo celeberrimo haiku, quello della rana, anche se me ne sono reso conto soltanto in seguito, recentemente. E qualche tempo dopo – sempre in anni recenti, direi, all’epoca mi era sfuggita – la somiglianza di certi aspetti dell’esperienza (soprattutto i raggi di luce che penetravano fra i rami illuminando lo specchio d’acqua) con un evento analogo che ricorre in un’altra celebre opera, il film Rashomon di Kurosawa: quel raggio di sole furtivo che colpisce Tajōmaru proprio mentre guarda la bella moglie del samurai, eccitandolo, lui che stava sonnecchiando nel bosco sfinito dal caldo. Proprio Nel bosco, infatti, è il titolo del racconto di Akutagawa da cui Kurosawa trasse il film. Ma questo non lo sapevo, allora, dato che lessi il racconto soltanto parecchi anni dopo1. Infine, la scelta che feci all’epoca di reiterare l’attacco «Tempo fa un uomo…», mutuato dal libro, ottenendo quella ripetizione ossessiva, e l’ultimo testo che non chiude la vicenda ma la riapre bensì, innescando un loop che potrebbe non avere mai fine… Questi sono aspetti della mia personalità che emergono spesso in ciò che faccio, soprattutto nel modo in cui scrivo: la mia ossessività, il mio ripartire sempre dalla fine, che è poi un nuovo inizio, instancabilmente, e ossessivamente, appunto. Poi la mia inestinguibile attitudine verso la fuga2 da tutto ciò che mi fa male, da cui mi sento schiacciato e soffocato, che limita la mia libertà (e sono tanto cose quanto persone). E la tendenza a nascondermi, ad allontanarmi dal centro dalla scena, andando là dove nessuno mi vede e posso finalmente sentirmi a mio agio, proprio perché ignorato e inosservato. Tutti questo aspetti sono presenti in Nel bosco, che quindi mi rappresenta, io credo, come forse nessuna altra cosa che ho fatto.
1 Nel film di Kurosawa è un raggio di sole, nel racconto di Akutagawa invece, una folata di vento scopre il bel volto della donna proprio mentre il bandito la sta guardando. Ma la vicenda della bella rapita dal bandito sicuramente si può trovare in almeno due dei frammenti di Ise monogatari che ho usato nel libro. Possibile che Akutagawa, scrivendo il suo racconto, avesse in mente queste parti di quel libro antichissimo (per lo più attribuito a Ariwara no Narihira), uno dei classici della letteratura giapponese più celebri e più amati in quel paese.
2 In Ise monogatari si fa spesso riferimento a un gentiluomo che si allontana (forse fuggendo) dalla capitale e va verso la campagna, muovendo da un contesto civilizzato e mondano a uno naturale, dove vivere piuttosto in solitudine. Anche questo aspetto, che si ritrova nella mia personale vicenda – soprattutto in quegli anni, ma non soltanto – stabilisce con quel testo un preciso legame.
In quello che scrivo ciò che è veramente importante rimane fuori, eludendo la descrizione. È comunque presente, da qualche parte lì nei pressi, e di quando in quando sfiora il testo, gli passa accanto senza fermarsi, senza che lo si possa mai vedere completamente, Come qualcosa che si intravede appena, con la coda dell’occhio, un attimo prima che scompaia. In quei momenti, il testo si illumina, risonando, e sembra prendere realmente vita.
Ce qui m’a poussé à faire ce film, c’est le gâchis qu’on a fait de tout. C’est cette civilisation de masse où bientôt l’individu n’existera plus. Cette agitation folle. Cette immense entreprise de démolition où nous périrons par où nous avons cru vivre. C’est aussi la stupéfiante indifférence des gens, sauf de certains jeunes actuels, plus lucides. R. BRESSON
Le Diable, probablement… potrebbe essere il film di Bresson che mi è piaciuto meno, quando lo vidi la prima volta. Rivedendolo ora, dopo circa 46 anni dalla sua uscita, salta finalmente agli occhi la sua importanza: continua a piacermi meno degli altri, ma la sua forza è intatta, anzi, il film è talmente assonante a questo momento storico (che iniziava allora, o era appena iniziato) da sembrare fatto proprio ora. Non è cambiato praticamente nulla, anzi, tutto è peggiorato esponenzialmente, ad esempio l’ipocrisia e l’insensatezza nelle dichiarazioni degli ‘esperti’, che minimizzano qualsiasi prospettiva allarmante, smontando le giuste domande di chi ha visto con chiarezza e sgomento l’enorme pericolo incombente su tutti (proprio a causa loro, i tecnocrati, sempre calmi, sorridenti, rassicuranti) con sufficienza e superficialità, come quando si parla a un bambino che ha paura del buio. Certo, l’uso che il regista francese fa dei suoi ‘modelli’ (così chiamava i suoi attori, da un certo momento in poi tutti non-professionisti) è tale da farli spesso apparire quasi degli automi (Kaurismaki una volta disse che in questo film B. vuol controllarli a tal punto che non sembrano neppure più capaci a camminare con naturalezza). Perciò forse uno – io ad esempio – si sente meno coinvolto, ad esempio rispetto a Pickpocket, a Balthazar o a Mouchette. Ma la materia è talmente forte, scotta talmente, che certe (presunte) manchevolezze risultano di secondaria importanza, e non arrivano a indebolire il film. Charles potrebbe dire e fare certe cose ora, non ci sarebbe in questo nessuna stonatura, perfino il suo abbigliamento, e il suo taglio di capelli, non appaiono troppo datati, ovvero: erano differenti rispetto alla norma allora, lo sarebbero – sia pure forse in misura assai maggiore – anche adesso. Quando, parlando con lo psichiatra che cerca inutilmente di metterlo in difficoltà con le sue domande, enumera una serie di comportamenti ‘normali’ (o normati) a cui aderiscono tutti, essi sono grossomodo gli stessi – con l’aggiunta di molti altri, nuovi – messi in pratica ai nostri tempi (“Perdendo la vita, ecco che cosa perderei: il piano famiglia, le vacanze organizzate, culturali, sportive, linguistiche, la biblioteca dell’uomo colto, tutti gli sport, come adottare un bambino, le associazioni dei genitori, degli insegnanti e degli alunni, l’insegnamento, educazione da 0 a 7 anni, da 7 a 14 anni, da 14 a 17 anni, educazione propedeutica al matrimonio, gli obblighi militari, l’Europa, le decorazioni, i distintivi, onorificenze, la donna sola, le malattie per assistiti, le malattie dei non assistiti, l’uomo di successo, esoneri fiscali per persone anziane, le tasse comunali, la cessione del quinto, i canoni radiotelevisivi, credito concesso al consumo, riparazione a domicilio, indicizzazione dei contratti, IVA e ritenuta d’acconto“.), lo fa con una specie di sorriso sarcastico (sarcasmo che informa di sé anche il tono di voce), amaramente, in un crescendo che quasi gli toglie il fiato, talmente è incalzante. E noi sappiamo – io per lo meno so – che è proprio così: è tutto falso, sfinente, demoralizzante, annichilente. Allora perché continuare su quella strada, perché non sottrarvisi il più possibile, attuando l’unica arma di difesa in nostro (teorico) possesso: la rinuncia, attuata con l’uscita dal gregge che procede con occhi e orecchie coperti verso il nulla, la catastrofe che si materializzerà proprio così, grazie alla complicità inconsapevole e incessante della massa delle persone che compongono la società. Charles compie l’atto di rinuncia estremo dopo aver capito che ogni altro comportamento sarebbe inane e del tutto inutile, come sparare colpi di pistola nella Senna, e dopo aver constatato che nessuno può fare più alcunché di efficace per invertire la tendenza, né con nessuno è più possibile conversare (dal latino, ‘trovarsi insieme’) e rimarrebbe quindi, dopo l’apatia, soltanto il mutismo e infine il silenzio. Così si suicida con l’aiuto, a pagamento, del tossicomane Valentin, che gli spara alle spalle mentre sta finendo di pronunciare l’ultima frase, «Credevo che in un momento così grave avrei avuto dei pensieri sublimi… Vuoi sapere cosa penso?». Ora – questa potrebbe essere la differenza sostanziale, dopo 46 anni – si è meno prostrati dalla disillusione, ci si trova molto più avanti (forse troppo?) di Charles sulla strada della vita, si sono fatte delle cose nel tempo, ci sono stati anche momenti di luce e di forza ai quali appoggiarsi, per tenersi in equilibrio. Si può provare a resistere, ostinatamente, mantenendo nel contempo un’espressione imperturbabile mentre si continua a guardare tutto, ad ascoltare tutto, senza farsene contaminare né indebolire, anzi, fortificandosi. Senza cedere, né concedere mai.
Il gruppo camminava sulla stradina di montagna, inizialmente compatto, poi sempre più scollato, dividendosi a un certo punto in due piccoli gruppi. Questo accadeva quando due delle quattro persone si fermavano, forse per stanchezza, o forse per un calo di motivazione a procedere verso la meta che era stata fissata: una cascata, distante, secondo un cartello, 30′ di cammino dal bivio incontrato scendendo verso il fondovalle. Le altre due decidevano invece di andare avanti, confortate anche dalla risposta di un uomo appena uscito da una casa in pietra nei pressi della stradina, secondo il quale mancavano soltanto «cinque minuti… cinque minuti e ci siete arrivati». Ed era vero, dopo quei pochi minuti i due – un uomo anziano e una donna ancor giovane – giunsero al luogo cercato e desiderato. C’erano bensì diverse cascate, tutte di modeste dimensioni – meno una, al margine della stradina, dove l’acqua faceva un salto di circa 4-5 metri – e il rio che le formava entrava e usciva serpeggiando da una bassa boscaglia, piuttosto fitta, che comprendeva anche qualche cespuglio di lamponi. Prima di quel salto, una specie di vasca irregolare abbastanza ampia, inframmezzata da rocce affioranti e poco profonda, dove l’acqua si allargava, quasi sostandovi prima di scivolare via per sempre verso valle. La donna chiamò allora gli altri due – un uomo della sua stessa età e una ragazzina – per convincerli a fare ancora un piccolo sforzo. Ne valeva la pena – così gli disse – perché il luogo era davvero piacevole e si potevano anche immergere i piedi affaticati dalla camminata sotto il sole ancora alto di questa strana tarda estate, insolitamente molto calda. Dopo qualche minuto erano tutti riuniti in quel luogo, tutti visibilmente contenti di trovarsi lì, dove oltre a loro non c’era nessuno (arriveranno poi altre persone, peraltro molto discrete e appartate) e gli unici rumori erano il lieve mormorio dell’acqua del rio e, ogni tanto, lo stormire delle piante intorno, mosse da un leggero e fresco venticello. Tutti e quattro, dopo essersi tolti scarpe e calze, erano entrati con i piedi nell’acqua, che era fredda e piacevolmente stimolante, donando ristoro e freschezza. Non erano troppo vicini fra loro – lo spazio era abbastanza vasto, e ognuno se ne era scelto una parte, spostandosi fra i massi affioranti e l’acqua – e non si toccavano quindi, ma mantenevano uno stretto contatto parlandosi, soprattutto per esprimere ad alta voce ognuno il proprio apprezzamento per la situazione: il fresco corroborante ai piedi, la piacevolezza anche visiva del luogo, la pace che vi dominava e che si trasmetteva a tutti loro. Ma c’erano anche momenti, abbastanza lunghi, di silenzio, durante i quali, bensì, essi erano comunque uniti per il fatto di avere tutti i piedi nudi immersi nella stessa acqua, fresca e limpida come raramente, se non in montagna, capita di vedere. In quei momenti, mentre rimanevano silenziosi, non è dato sapere quali fossero i pensieri di ognuno, quasi certamente molto diversi fra loro, e in qualche modo divergenti. Ma una misteriosa forza, dolce e potente, quella dell’acqua in cui tenevano immersi i piedi nudi, li teneva insieme, e se pure tutto durò soltanto pochi minuti, o forse perfino pochi secondi, in quel breve tempo la loro unione fu perfetta, e forse irripetibile.
Quando sono arrivato alla barma non c’era nessuno lì, e nessuno è venuto dopo. Perciò forse la mia esperienza è stata così intensa. Era come se stessi sognando, quando ci si trova da soli in un luogo e ci si aggira lì guardando dappertutto, toccando, ascoltando, sentendo anche gli odori, quando ce n’è di intensi o inusuali. Ci sono stato due ore, era come se il tempo si fosse fermato, potevo fare tutto ciò che volevo, ero rilassato e sereno, niente e nessuno di cui temere – anche se dovevo talvolta muovermi con una certa cautela, salendo e scendendo dalle scale in pietra, oppure entrando negli angusti locali formati da due, tre muri in pietra eretti a secco e addossati alla roccia. Mi sono seduto in diversi punti, prima quando era venuto il momento di mangiare, poi quando volevo semplicemente stare, immobile e silenzioso, ma con occhi e orecchi aperti. In questo secondo caso, sono rimasto a lungo seduto su una grande lastra di pietra, quasi perfettamente piatta, che aveva veramente le giuste dimensioni ed era messa bene in piano contro il muro di una delle costruzioni. Poche volte – o forse nessuna – nella mia vita mi sono trovato a sedere altrettanto comodamente, ero in una posizione così piacevole e adatta a me che non mi sarei voluto più rialzare. Mentre ero lì ho udito il verso insolito di un uccello, ripetutamente, e sembrava venire da punti sempre diversi. Non lo potevo vedere, ma era forse l’unica presenza in quel luogo oltre la mia stessa. Quando, un’ora e mezza circa da quando ero arrivato, l’ombra ha cominciato a prevalere (prima c’era molto sole, soprattutto nel primo tratto, dove sono la maggior parte delle costruzioni) e mi sono accorto che la temperatura era perfetta, fresca e piacevole, proprio nel mezzo di una delle giornate più calde dell’anno. Già ritornando all’altra barma, che si trova a meno di un quarto d’ora di cammino, era più caldo. C’erano almeno un paio di gradi in più. A fondo valle poi, soprattutto nel paese capoluogo, il caldo era quasi insopportabile, soprattutto per queste zone (saprò poi, risalendo in auto, che c’erano ben 31°). Anche questo particolare contribuiva a convincermi della natura straordinaria della mia esperienza, come se fossi rimasto per due ore in un altro mondo, trovato quasi per caso, e al quale – me ne sono reso conto dopo, abbastanza presto, e ne sono sempre più convinto – non sarei mai più tornato, anche volendo, perfino facendolo (e sarebbe, sarà facile, non c’è molta strada da fare e nemmeno poi tanto ardua). Ero insomma capitato, un po’ per caso1, nel mio Shangri-La2, o nel paese del Grande Meaulnes.
1 A un certo punto, dopo avere oltrepassato la prima barma, quella visitata la prima volta un anno fa, che mi aveva tanto colpito, ero arrivato a un’altra, a sua volta bella, che però non aveva nessuna costruzione umana sotto di sé. Piuttosto deluso, ero quasi per fermarmi e tornare indietro, ma ho poi deciso di fare ancora un pezzo di strada, per scrupolo, finché dopo pochi minuti, giunto a un’ansa della montagna, dove potevo vedere il sentiero proseguire sull’altro versante a una dozzina di metri da me, d’un tratto intravedevo il chiarore della pietra delle piccole case. Accelerando il passo, con un po’ di batticuore per l’emozione – avevo subito intuito che doveva essere proprio quello che stavo cercando – in meno di un minuto arrivavo lì, dove il sentiero si allargava formando uno spiazzo e sotto la grande barma (sia pure meno imponente e grandiosa dell’altra) finalmente mi appariva la minuscola borgata deserta, lasciandomi realmente senza fiato, quasi sopraffatto per la sorpresa e l’emozione.
2 Shangri-La è il nome del misterioso, immaginario paese dell’Himalaya rappresentato anche in un film di Frank Capra degli anni ’30. Ma è pure il titolo di una meravigliosa canzone dei Kinks che a un certo punto, senza quasi rendermene conto, canticchiavo sommessamente – o forse solo mentalmente, senza profferire suono – mentre scendevo verso il paese dove avevo lasciato l’auto.
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