Ricordi dal labirinto

Sottotitolato “passeggiate in montagna nell’estate del 2018”, è stato stampato in 3 copie (più tre) nel formato 13 x 19 cm, consta di 32 pagine – esclusa la copertina – e include anche un’immagine a colori fuori testo. E’ stato pubblicato nel mese di febbraio 2019.

Ieri, domenica (a pochi giorni dal giorno di ferragosto) il silenzio intorno a me, sia dentro casa mia sia fuori, era vasto e profondo, suggerendo un senso di sospensione che bene si accordava con la mia forzata immobilità. Nel primo pomeriggio ho scattato una fotografia di quel che si vede da una finestra – compresa la stessa finestra/cornice – che non è niente, e non credo potrebbe suggerire altro che niente a chiunque la vedesse: forse soltanto io posso apprezzarla come il documento di un istante ormai perduto, e irrecuperabile, in cui il tempo si era fermato, e con il tempo tutto il resto, me compreso. Non c’è un pensiero che traspare da quell’immagine, e io stesso, in quel momento, non ne avevo alcuno: ho soltanto avvertito l’impulso a registrare un momento di vuoto perfetto, che mi è capitato di vivere.

(estratto da Stare fermi)

Un altro viaggio in Francia

Il libro è stato stampato in 3 copie (più tre) nel formato 13 x 19 cm, consta di 18 pagine ed è stato pubblicato nel mese di gennaio 2019. Contiene anche un’immagine a colori fuori testo di Anita Conti.

Prima di scendere verso il ponte sulla Loira, guardandolo dalla parte alta della città, in cima a una lunga ed erta scalinata, avevo potuto vedere la strada proseguire oltre, molto lontano, sempre diritta. La strada sembra partire da lì, dalla sommità della scalinata di Blois, perdendosi poi all’infinito, tutto parte da lì, come nella lettera ‘beth’ dell’alfabeto ebraico, quella che apre la Bibbia.

(un estratto dal libro)

Lo spazio espositivo, un organismo vivente

The land is not the setting for the work but a part of the work.
Walter De Maria, The Lightning Field, 1980

Nello spazio contenitore (il cosiddetto white cube) il fluire viene deliberatamente trattenuto, interrotto, e ogni legame con il mondo fuori, della realtà in divenire, reciso. Io credo invece che il compito precipuo di chi si appresti ad allestire una mostra di opere d’arte dovrebbe sempre essere proprio quello di attivare questo fluire al massimo delle possibilità offerte dallo spazio, liberandolo al suo interno, in modo tale da infondere questa energia dinamica nelle opere, nello spazio stesso, negli stessi visitatori, perché vengano, tutti, liberati a loro volta.
Attraverso la lunga esperienza di e/static, collaborando con tutti gli artisti che hanno presentato i loro progetti originali, ho imparato a considerare lo spazio come uno degli elementi dell’allestimento, altrettanto importante quanto le opere, e nel tempo questa attitudine si è talmente connaturata in me che non ci dovevo nemmeno più pensare, mi veniva naturale, come credo succeda a un suonatore di violino o altro strumento, o come scrivere per uno scrittore, eccetera. Perché l’allestimento di una mostra è un atto creativo, messo in pratica utilizzando, oltre alle opere, lo spazio, la luce, il tempo, senza dimenticare mai che tutto viene fatto perché qualcuno, poi, entri e cammini nello spazio, guardando, ascoltando, pensando, vivendoci insomma, per qualche tempo. Ecco, ci vuole tempo, e attenzione, altrimenti sarebbe meglio non andarci, non entrare, per non offendere il luogo dell’allestimento con la propria disattenzione e superficialità, che equivalgono a una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Quindi la fretta non va bene, perché impedisce di aderire al tempo dell’allestimento, che è generalmente lento, anche quando dovesse comprendere una sola piccola opera collocata in un grande spazio e vista da una certa distanza, talvolta talmente lontana dal centro della scena da risultare inapparente, se non addirittura invisibile, alla prima occhiata. Così come ci vuole un po’ di tempo prima di arrivare a stabilire cosa c’è in quello spazio e il senso del suo esserci, anche e soprattutto quando quel che c’è può apparire dimesso e defilato, come se si nascondesse, e allora va cercato, o per meglio dire atteso, con pazienza e umiltà. La stessa sua pazienza e umiltà.
Per quanto invece riguarda chi lavora in quello spazio: ciò che vi è allestito, nel corso di una mostra, va rispettato, vigilato e accudito quotidianamente da qualcuno che se ne prenda la responsabilità, e in questo modo, attraverso questa pratica, questa cura assidua, da un certo punto in avanti esso può iniziare ad essere amato allo stesso modo di una persona o un animale. Forse l’esempio in assoluto più calzante di questo comportamento venne dato dalla persona che per moltissimi anni si occupò della cura della celebre installazione permanente di Walter De Maria, allestita in un appartamento di Soho, a New York, la Earth Room. Quest’uomo, Bill Dilworth il suo nome, dedicò ben 23 anni della sua vita al compito di mantenere costantemente l’opera nel suo stato ottimale, originario (a partire dal 1977), effettuando periodiche pulizie e veri e propri ‘ricondizionamenti’ dell’enorme quantità di terra, togliendovi tutte le piantine che irresistibilmente, di quando in quando tentavano di svilupparsi, soprattutto nei primi anni. Per riuscire in quest’impresa, si dovette creare fra lui e l’opera un vero e proprio legame affettivo, in cui egli, presumibilmente, recitava la sola parte attiva. Non considerò mai l’impresa come un lavoro alienante, e non si sentì mai mosso da un obbligo astratto, il suo rapporto con la terra essendo diretto, senza mediazioni né obblighi provenienti dall’esterno.
Il titolo di questo capitolo comprende l’espressione ‘un organismo vivente’, e ci fu certamente un’occasione in cui questo fu, letteralmente, il caso: l’intervento, durante circa cinque mesi, di Andrea Caretto e Raffaella Spagna sul terrazzo di blank, Soil Practice, di cui si parla approfonditamente in altri capitoli del libro.

[testo scritto nel gennaio 2020, tratto dal libro “Allestire una mostra – e altre iniziative apparentemente inutili (storie di e/static e blank, 1999-2018)”, attualmente in preparazione]

Andare là

“Andare là” contiene Ritorno a M., scritto nel 2020, e Una passeggiata autunnale a M., scritto nel 2008. Pubblicato nel mese di giugno 2020 in 3 copie più una, misura cm 13 x 19; è stampato su carta usomano avoriata e consta di 16 pagine; vi è inclusa un’immagine a colori fuori testo.

Per provare a descrivere questo luogo, si può dire che la sua morfologia è assai semplice, anzi essenziale: racchiusi fra i due opposti rilievi collinari, i campi coltivati, regolari e ordinati; le macchie di piante selvatiche sparse qua e là, con evidente – o quanto meno assai probabile – casualità; qualche filare di pioppi o salici, di quando in quando un’isolata quercia, qualche gelso; la stradina che serpeggiando costeggia campi e boschi; i dolci pendii, a loro volta in gran parte coltivati. Soprattutto, un’ampiezza ‘a misura d’uomo’, perché tutto quel che c’è, il più vicino come il più lontano, si può vedere facilmente, così come si possono agevolmente udire tutti i suoni, anche i più lontani: la valle è come un grande occhio e un grande orecchio, insieme. E la dolcezza che arriva allo sguardo come una carezza, osservando la piccola valle, e alle orecchie, ascoltando, corrisponde a quanto si percepisce attraverso i piedi, camminandoci.

(estratto da Ritorno a M.)

Après la pluie / Dopo la pioggia

Après la pluie (une apparition) / Dopo la pioggia (un’apparizione) contiene lo stesso mio testo, del 2019, in due versioni: la sua traduzione in francese (curata da Guillaume Zitoun e Giuseppe Furghieri) e quella originale in italiano. Il piccolo libro misura cm 13 x 19, consta di 16 pagine e contiene una illustrazione in b/n. E’ stato stampato – in 5 copie più una – su carta usomano avoriata e pubblicato nel mese di giugno 2020.

La prima volta che andai a Digne-Les-Bains, nella primavera del 2018, non ricordo bene se vidi il Pic d’Oise, sulla strada dell’andata o tornandone. Può essere che l’abbia visto senza farci caso più di tanto, ma ora non me ne ricordo. Ero andato a trovare un amico, Alessandro, che si trovava lì per una residenza artistica. Qualche mese dopo, arrivando un po’ per caso alla pagina su Wikipedia che la riguarda, vidi una fotografia di questa montagna così bella, tutta ricoperta di vegetazione, e dalla forma dolcissima, molto simile a quella di un piccolo seno femminile. Da quel momento crebbe in me il desiderio di tornare là per vederla più da vicino, magari anche per salire sulla sua cima, il capezzolo di quel seno di pietra.

La première fois que je suis allé à Digne-Les-Bains, au printemps 2018, je ne me souviens pas exactement si je vis le Pic d’Oise sur la route à l’aller ou en revenant. Il se peut que je l’aie vu sans y faire attention plus que cela, mais à présent je ne m’en souviens pas. J’étais allé rendre visite à un ami, Alessandro, qui s’y trouvait pour une résidence d’artiste. Quelques mois plus tard, sur la page Wikipedia qui s’y réfère, je vis une photographie de cette montagne si belle, toute recouverte de végétation, à la forme tellement douce, très proche de celle d’un petit sein féminin. A partir de ce moment, le désir a grandi en moi d’y retourner pour la voir de plus près, éventuellement aussi pour gravir jusqu’au sommet du mamelon de ce sein de pierre.

(estratto dal libro)

Pensare pietre / Thinking stones

Seconda edizione, dopo la prima uscita nel 2015, contenente il testo del 2010-14 (riveduto e corretto) sia in versione originale italiana sia nella traduzione inglese. In Appendice anche “Sulle punte / Up high”, un testo scritto nel 1987-1991 che viene pubblicato per la prima volta in volume. Il libro, stampato nel mese di maggio 2020 in 30 copie (più due), consta di 50 pagine e comprende anche un’immagine a colori e una in b/n, entrambe fuori testo. Il formato chiuso è cm 13 x 19.

Vorrei spiegare – anche a me stesso – cosa vedo in queste pietre, particolarmente in quelle infine scelte, soprattutto a casa, e cerco le parole giuste per dire che cosa rappresentano per me, motivandomi alla scelta, e poi alla loro conservazione, fatta di frequenti osservazioni tenendole in mano. Forse ci trovo l’essenza di quel che ho fatto e pensato, quello che ora sto pensando e che forse farò, che è già (o ancora) mio anche se non lo possiedo e nemmeno posso vederlo.

I would like to explain – also to myself – what I see in those stones, particularly in the ones that I finally select (especially at home), and I’m trying to find the right words to express what they mean to me, what compels me to chose and then collect them, and frequently gaze at them in my hand. Maybe, in the stones, I find the essence of what I did and thought, what I’m thinking about and what, perhaps, I will do, that is already (or still) mine though I don’t own it and can’t even see it.

(un estratto dal testo, nelle due versioni)

chi volesse ricevere una copia di questo libro scriva all’indirizzo presente in Contatti