Ritorno a Paris, Texas


Credo di aver visto Paris, Texas quando era uscito nei cinema, nel 1984, o forse nel 1985, dipende da quando uscì in Italia, perché credo che andai subito a vederlo. Era quello un momento topico della mia vita, quando tutto stava cambiando per me e fu come ripartire da zero. Infatti da lì in poi, proprio a partire da quell’anno, dopo la grave crisi del 1983, la mia vita fu diversa, quasi completamente (nel senso che non cambiai lavoro – anche se fui trasferito fuori Torino, in una piccola città). Vedere quel film fu un’esperienza scioccante, già a partire dall’inizio, ma soprattutto la parte finale, quella nel peep-show. Ricordo ancora bene che non riuscii a fermare le lacrime, là da solo nel cinema (non credo ci fosse molta gente, doveva essere di pomeriggio): evidentemente mi immedesimavo nella vicenda di Travis, era come se vedessi me stesso rappresentato da quel personaggio. In ogni caso, si trattò di un’esperienza così intensa, quasi devastante, psicologicamente, che decisi di non rivederlo mai più, unico fra tutti i grandi film di Wenders, diciamo fino a Il cielo sopra Berlino (tutti gli altri venuti dopo per me contano poco, molti non li ho neppure mai visti).
Questo finché qualche giorno fa, trovando su internet una versione di ottima qualità, ho deciso di scaricarla: prima o poi l’avrei rivisto. È successo ieri e mentre lo guardavo ho avuto la strana sensazione, da un certo punto in poi, che non fosse lo stesso film e soprattutto la mia percezione era molto diversa da quella di allora, per quel che mi ricordavo. In particolare, avevo completamente rimosso la figura di Hunter, il figlio di Travis e Jane, in verità fondamentale, perché senza di lui non sarebbe successo niente: ritrovandolo dopo quasi quattro anni, quasi per caso, il padre capisce, sia pure non subito, cosa dovrà fare, per il bene del figlio più che per il suo. Questa mia dimenticanza non me la so spiegare, è davvero strana, anche perché Hunter stabilisce un nesso molto importante con Alice, la protagonista (quando credo avesse la stessa età) di Alice nelle città, sicuramente uno dei film di Wenders che amo di più. Forse, chissà, me ne ero reso ben conto già allora e la cosa non mi piacque, come se ci fosse una sovrapposizione fra i due personaggi che non approvavo, per qualche motivo. Fatto sta che ieri sera mi sono dapprima stupito vedendo apparire Hunter, poco dopo l’inizio del film, e soprattutto mi sono stupito dopo accorgendomi della sua importanza nello sviluppo della vicenda (mentre da subito avevo pensato che non l’avremmo più visto, una presenza episodica e marginale, senza conseguenze). Quindi, quando ho capito che sarebbe stato al centro di tutto ciò che sarebbe seguito alla sua prima apparizione, per me è stato come vedere un altro Paris, Texas, del tutto nuovo, come se Hunter fosse stato, chissà come, infilato nel film dopo il 1984.
Perciò si è creata una strana situazione dentro di me, tornato dopo circa quarant’anni a guardare un film che mi aveva davvero sconvolto quella volta, ma che non riconoscevo, non del tutto, soprattutto a causa del bambino, che allora non c’era. E questo fatto ha determinato in me una sorta di scompenso, la presenza di una mancanza, ovvero l’assenza di qualcosa che ho perduto e non potrò mai più ritrovare.
Peraltro, non potrò mai più rivedere il film come quella prima volta, mai più provare le stesse intense emozioni (ma altre certamente sì, come ieri sera), perché non sono più quello, è passato troppo tempo e in quegli anni l’intensità delle mie esperienze era tale da non potersi realmente ricordare, o meglio rivivere, anche perché non mi è mai più capitato niente del genere, e soprattutto non potrebbe capitarmi mai più.
Ma la mia impossibilità di capire, di provare le stesse emozioni di allora, io credo vada soprattutto attribuita all’apparizione (per me è stata tale, ieri sera) di Hunter, per la sua centralità nella storia: non ho mai vissuto la sua esperienza, non posso quindi immedesimarmi in lui, come invece mi fu facile, allora, farlo con quella dei suoi genitori, soprattutto con Travis, per ovvi motivi.
Forse soltanto alla fine, quando, dopo qualche minuto di studio, di naturale esitazione, il bimbo si avvicina alla madre e finalmente la abbraccia (liberando anche lei dalla tensione e dalla paura di essere rifiutata, come castigo per la sua fuga) mi sono realmente, per qualche attimo, commosso. Ma, io credo, in un modo del tutto nuovo, ben diverso da quella prima volta.
In verità ci potrebbe essere un’altra spiegazione della mia rimozione del personaggio Hunter, e forse capisco perché non mi sia venuta in mente prima. È perché mi fa sentire molto a disagio, mettendo a nudo un senso di colpa che avevo inconsapevolmente sepolto in me per tutti questi anni.

14 settembre 2024

Parole allo sbando

Vorrei parlare di una tendenza attuale, molto diffusa, all’uso e soprattutto all’abuso di certi termini. Ad esempio, il verbo ‘declinare’, in cui mi sono imbattuto recentemente mentre leggevo la presentazione di un libro di Peter Handke: “(i suoi lavori) lo impongono prepotentemente nel panorama internazionale, declinando in una maniera particolarissima la svolta performativa e post-drammatica che segna il teatro di quegli anni.”
È l’ennesima volta che mi succede, sia leggendo sia ascoltando, e ogni volta mi blocco, perplesso. Ho fatto pochissimo latino (e anche male…) moltissimi anni fa, ma ricordo ancora bene che ‘declinare’ si usava sempre in relazione a un termine, “declinare la parola tale, o la talaltra”. In tempi assai recenti, si è iniziato a usarlo spesso e volentieri, secondo me a sproposito, come se fosse giusto e necessario farlo. Perché questo impulso così pressante? È chiaro che si tratta di una moda, ogni epoca ha i suoi termini e le sue espressioni ricorrenti. Ma consideriamo quel passaggio dalla presentazione di un libro di H.: dove sta il senso? A me sembra che questo vezzo di usare il termine in questione arrivi al punto di forzare la realtà delle cose, che infatti viene alterata dalla sua presenza. A scuola il professore ci diceva: «Declinami questa parola», ci dava un compito, e stava a noi eseguirlo, dopodiché si veniva giudicati, a seconda che lo avessimo svolto bene o male. In questo caso potrebbe sembrare (è un paradosso il mio) che qualcuno avesse assegnato a Handke un preciso compito, «Declinami, per favore, la svolta performativa e post-drammatica che segna il teatro di questi anni». O magari se lo era dato egli stesso… Ma certamente non è andata così, questa è bensì l’opinione di chi ha scritto quella nota, che forse voleva assolutamente utilizzare il verbo ‘declinare’. Io insomma dubito che Handke intendesse, programmaticamente, declinare la svolta performativa e post-drammatica che segna il teatro di quegli anni (ma sarà poi vero che ci fu questa svolta? non sono in grado di dirlo, ahimè, perciò do per vera l’affermazione): semplicemente, voleva fare qualcosa nel teatro (lui narratore) e gli venne fuori così, secondo le sue attitudini. Mentre invece quel “declinando …”, sembra attestare un’intenzione precisa e una presa di posizione deliberata. Trovo che certe affermazioni siano discutibili perché fatte a posteriori basandosi su dei documenti – dato che chi le fa non c’era allora, molto tempo fa – cercando quindi di stabilire delle linee di condotta e mettendo così in essere un’operazione assai poco convincente, perché arbitraria. “Ecco, facciamo un po’ d’ordine”, sembra pensare colui o colei, mettiamo tutto e tutti a posto, nel rispettivi cassetti, o scaffali.
Quel che voglio dire è che un termine come ‘declinare’, nelle varie forme verbali, usato in questo modo inevitabilmente stravolge il senso del contesto in cui viene applicato, che perciò in qualche modo si adatta ad esso. Ovvero, siamo noi che leggendo o ascoltando, involontariamente, a causa della presenza ingombrante e perentoria di tale termine, stravolgiamo il senso delle cose, perché altrimenti, se diamo a ‘declinare’ il suo senso appropriato, che lo riterrebbe adatto soltanto a certe situazioni (in numero assai limitato) la frase collassa, insomma perde senso.
Ma cosa realmente significa ‘declinare?

Declinare: intr. e tr. [dal lat. declinare, comp. di de– e clinare «chinare, piegare»; in alcune accezioni (v. oltre), dal fr. décliner]. – 1. intr. (aus. averea. Piegare, volgersi verso il basso; […] In grammatica, enunciare ordinatamente le forme che un sostantivo, un aggettivo, un pronome assumono nella declinazione… (Treccani)
gramm. flettere un sostantivo, un aggettivo, un pronome o un articolo secondo lo schema della sua declinazione. (De Mauro)
ma anche: rifiutare, spec. con cortese diniego: declinare un invitoun’offertadeclinare ogni responsabilità, evitare di assumerne. (De Mauro)
Declinazione: In morfologia, per declinazione si intende la flessione di un nome, aggettivo, pronome o articolo secondo il genere, il numero e il caso. Il concetto di declinazione è dunque simile a quello di coniugazione, che riguarda però i verbi. La declinazione riguarda, nella lingua italiana, solo genere (maschile e femminile) e numero (singolare e plurale); il caso viene sostituito dall’uso delle preposizioni. Vengono declinati sostantivi, aggettivi, articoli e pronomi. (Wikipedia)1.

Peraltro, ci sono tanti altri esempi analoghi, come quello di ‘resilienza’, ultimamente, a torto o a ragione, usatissimo, mentre fino a pochi anni fa appariva molto raramente. Vuol dire che determinate azioni o situazioni che definirebbe non esistevano? non si resisteva prima? non si agiva o reagiva con pazienza e tenacia trovandosi in situazioni molto difficili? Oppure ‘ricerca’, a sua volta utilizzato spesso impropriamente, come evidenziò, magistralmente, Giorgio Agamben in un suo intervento di qualche anno fa.
È il caso, questo di ‘declinare’, di un termine che da un certo momento in poi viene usato impropriamente, da un numero consistente di persone, in un modo che richiama da vicino un altro uso del tutto improprio, e frequentissimo, quello di ‘piuttosto’ («piuttosto che…»). Tendenze che nascono non si sa bene come e poi proliferano per emulazione, forse perché emanano il fascino perverso di tutto ciò che pare nuovo e inusitato, e pazienza se è privo di senso.
In verità, questa è una di quelle parole il cui senso originario è stato stravolto e sostituito da un altro, vago, che viene legittimato, attraverso un uso intensivo e diffuso, dagli appartenenti a una determinata cerchia. Chi non vi appartiene e legge correttamente il vero senso del termine non capisce, e viene perciò escluso dalla cerchia, finché non deciderà di stare al gioco e fingerà a sua volta di capire. È insomma un caso emblematico di come si possa formare una ideosfera2, ovvero un ambito esclusivo all’interno del quale una comunità di persone si esprime e comunica utilizzando un gergo che non ha cittadinanza al di fuori di tale ambito. Ma il fatto di parlarlo e usarlo nella scrittura determina di fatto una divisione netta fra chi sta dentro e chi sta fuori. È una cosa che aveva bene intuito decenni fa Ivan Illich quando parlava del potere già allora sempre più soverchiante dei professionisti, ovvero degli specialisti che si organizzano in cerchie esclusive in cui ci si esprime, appunto, con un gergo comprensibile soltanto a loro, e che diventa così uno strumento di potere utilizzato per stabilire delle gerarchie fra loro, i professionisti, e gli altri, gli esclusi, spesso anche subordinati, in vari modi.
Lui parlava soprattutto di medici, insegnanti, ingegneri, esperti dell’assistenza istituzionalizzata; in questo caso si tratta di ambiti inerenti a un sapere specialistico, come la critica letteraria e artistica, quest’ultima relativa alla cosiddetta arte contemporanea, dove fra le altre cose ormai si parla quasi esclusivamente la lingua inglese, quella del potere politico-economico globale. A cui peraltro effettivamente pertiene tale ambito professionale.

1 Riporto soltanto alcuni esempi, ma in realtà non sono riuscito a ritrovare neppure un’affinità con il senso di uso corrente del termine in alcun dizionario consultato, anche fra quelli ‘tradizionali’, cartacei, indisponibili online.

2 Ho trovato il termine all’interno di un libro che raccoglie gli atti di un corso di Roland Barthes sul cosiddetto ‘neutro’ (Le neutre). Spero di averlo usato in questo testo con sufficiente proprietà.

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Il primo suono

Verrà il tempo in cui tutti si comporteranno come folli e vedendo qualcuno non comportarsi allo stesso modo gli daranno contro dicendo: «Sei matto!», – perché lui non è come loro. (Sant’Antonio del Deserto)

Subito dopo la rovinosa caduta dell’aerostato, un cavallo a terra si gira sulla schiena e scuote le zampe in aria, come esultando.
Sui due lati del fiume: da una parte, in primo piano, i tre monaci, dall’altra i soldati-sgherri che procedono lentamente a cavallo nella stessa direzione; su un cavallo, appoggiato come un sacco, braccia e gambe distese, sta il buffone, appena picchiato.
Mentre Andrej (Rublev) e Danil discutono stando su una strada che si estende a perdita d’occhio nella pianura, circondata da campi fioriti, si vede in lontananza arrivare un cavaliere. Loro continuano a discutere, piuttosto animatamente, e a un certo punto il cavaliere gli passa accanto, galoppando di gran carriera. Nonostante le nostre aspettative, lui sembra non avere niente a che fare con loro, come passando di lì per puro caso (e loro stessi non lo degnano di un’occhiata).
Nel fiume, la donna nuda nuota verso una possibile libertà, passando vicino, quasi incrociandola, alla barca con sopra Rublev, che non si gira a guardarla. La mdp la segue ancora per un po’, tralasciando la barca, lei continua a nuotare, finché esce dall’inquadratura una volta per sempre.
Andrej e Foma sono nel bosco, discutendo, e d’un tratto vediamo una biscia entrare nell’acqua. Poco dopo Andrej, che l’ha vista, chiama l’altro per mostrargliela, parla sottovoce e sorride.
Ruscello inquadrato subito dopo la morte di Foma, colpito da una freccia quando si credeva in salvo, dopo essere fuggito da Vladimir; una carrellata lenta da destra verso sinistra.
Ma già prima, alla fine dell’aggressione nel bosco (accecati degli artigiani che avevano lavorato nella casa del Duca lasciandolo insoddisfatto) si vede una sequenza simile, inquadrato il ruscello mentre qualcosa di bianco – forse latte, o piuttosto colore? – si diffonde lentamente nell’acqua.
Il viso di Duročka inquadrato col teleobiettivo mentre la campana oscilla; lei sorride dolcemente subito dopo il primo rintocco.
Quando la campana finalmente suona, e poi continua a farlo, nel generale tripudio, Boriska e tutti i lavoranti rimangono silenziosi, sfiniti, con un’espressione grave nello sguardo: se non avesse suonato ci avrebbero rimesso la testa, questione di un attimo, bastava che il primo rintocco non si verificasse, che non si udisse alcun suono.
Infine, subito dopo la rassegna di icone, i quattro cavalli sulla riva del fiume, visti da lontano, sfocati, mentre riposano, liberi. Intanto la pioggia cade su di loro, noncuranti.

Credo che la parte della campana (ottava e ultima del film, introdotto da un prologo e chiuso da un epilogo) sia la più intensa, la più commovente e travolgente che abbia mai visto al cinema. Ovviamente anche ciò che la precede è di alto livello, nonché essenziale per apprezzarla compiutamente; ma questi quaranta minuti circa rasentano la perfezione1, raggiunta nei pochi attimi prima del primo rintocco e poi immediatamente dopo (il sorriso di Duročka colto con una zoomata che si infila fra i tralicci e le corde della struttura che sostiene la campana). Ma il vero culmine, per me, il momento in cui mi arrendo completamente – si potrebbe dire che mi inchini, ciò che in verità ho fatto l’altra sera, spontaneamente, rimanendo in ginocchio davanti allo schermo per quasi tutta la durata dell’episodio – travolto dalla commozione e dall’entusiasmo insieme, è quando Boriska, accasciato a terra in lacrime, confessa ad Andrej, che lo ha preso fra le braccia per consolarlo, di avere agito completamente ‘senza rete’, millantando di conoscere il segreto della fusione appreso dalle labbra del padre morente. «Quel bastardo non me l’ha voluto dire, se l’è portato nella tomba!», dice fra i singhiozzi. Improvvisamente tutto ci appare in una luce nuova, una luce fortissima che cade su tutto quanto ha preceduto quel momento, capiamo così che il ragazzo aveva deliberatamente intrapreso un’impresa disperata, sapendo bene che il probabile fallimento avrebbe voluto dire farsi tagliare la testa, a lui e a tutti i suoi collaboratori. Ne fui fortemente colpito la prima volta che vidi il film, conservando sempre dell’esperienza un ricordo intensissimo, indelebile. E ogni volta che lo rivedevo (almeno quattro contando l’ultima) rivivevo la stessa emozione, più o meno come la prima volta: un miracolo che si ripeteva ogni volta identico, un po’ come il sangue di San Gennaro a Napoli.
Ciò che non ricordavo, in verità, è proprio l’inizio dell’episodio, quando vediamo per la prima volta Boriska seduto contro il muro diroccato della sua casa, solo, del tutto sfiduciato, apparentemente privo di emozioni e di speranza nel futuro. Parla con un cavaliere, che non vediamo, gli dice che è rimasto solo al mondo, la pestilenza ha ucciso tutta la sua famiglia, compreso il padre fonditore di campane.
Si riscuote, subitamente, quando apprende che il cavaliere è un messo del Principe e sta cercando un fonditore per costruire una nuova grande campana per la cattedrale. Decide in un batter d’occhi di giocare la sua carta, con un coraggio e una determinazione folli, affermando quasi con veemenza di conoscere il segreto della fusione trasmessogli dal padre. Ora mi rendo conto che questa decisione improvvisa si può anche spiegare con il fatto che il ragazzo non aveva più nulla da perdere, e se mai avesse vinto quella folle sfida sarebbe rinato, piuttosto che rimanere una nullità, un reietto solo al mondo, abbandonato da tutti.

Ma l’artista, il creatore di opere molto belle e create dal nulla, che infondono benessere ed energia positiva nella gente, deve sempre faticare, penare e addirittura, come in questo caso, rischiare la vita. La sua soddisfazione per aver adempiuto al proprio compito è fugace, quando c’è, spesso neppure c’è, perché manca sempre la certezza, ovvero c’è ma è talmente esile e fugace rispetto alla mole immane del lavoro, della fatica. Ma questo è il compito, dare forza e gioia di vivere agli altri, attraverso le proprie pene, il lavoro sfiancante, la fatica. Perciò Andrej e Boriska continueranno insieme per adempiere la propria missione di artisti, di creatori di bellezza che verrà apprezzata da altre persone.

1 Grande la mia sorpresa quando ho sentito qualcuno fuori dall’inquadratura parlare in italiano. Inizialmente non capivo, ho pensato a uno strano difetto del file (?), e il mio sconcerto è perfino aumentato quando subito dopo ho ripreso a udire le voci parlanti in russo (sottotitolato in inglese) come in tutto il resto del film. Ciò che ha un pochino interrotto il crescendo delle mie emozioni, arrivando nei pressi del primo rintocco, che poi mi è quasi sfuggito, parendomi non così sonoro. Evidentemente mi era rimasta impressa la prima visione del film, doppiata in italiano, quando non potevano certamente sorprendermi delle voci fuori campo in italiano. E quella volta, per questo motivo, vissi l’ascolto del primo rintocco della campana con un’intensità ineguagliabile, e irripetibile.

Contro le immagini

L’attitudine sempre più radicata, soprattutto nell’ambito della comunicazione, cosiddetta, a dare la prevalenza alle immagini ha portato a una visione bi-dimensionale della realtà, tutto viene posto su un unico piano, che, per quanto vasto possa essere, manca sempre della terza dimensione: la profondità. Sia spazialmente sia temporalmente, non ce n’è alcuna, non emerge quel che è stato e non si vede più, ma ancora c’è, ovvero agisce sul presente, sulla situazione attuale, quella che si vede facilmente, anche da molto lontano, grazie ai mezzi di comunicazione di massa, sempre più potenti e invasivi. Che, appunto, lavorano soprattutto – anzi, quasi esclusivamente – sulle immagini1, le quali sono impotenti a fornire un accesso alla profondità, la terza dimensione. Ciò che invece sarebbe possibile, in linea teorica, alla scrittura testuale, sia pure a prezzo di un grande sforzo. Perché lo stesso linguaggio assume spesso apparenze ingannevoli, si usano con noncuranza, irriflessivamente, termini di cui non si sa, o non si ricorda (comunque non si tiene presente) l’origine, il perché iniziale, originario appunto. Quindi, per poterlo usare efficacemente si deve avere la massima cautela, evitando le scorciatoie e l’uso automatico, non consapevole, di termini che sono stati nel tempo sempre più distorti e piegati alle esigenze dei poteri e portano quindi a una visione o percezione distorta della realtà2.
Attualmente fra le immagini e il linguaggio testuale è spesso in atto un rapporto di servilismo reciproco, che priva entrambi gli strumenti della propria autonomia. Ma mentre le prime continuano a invadere, occupandolo, lo spazio della comunicazione, cosiddetta – e l’obiettivo finale pare essere quello del dominio assoluto – il secondo si riduce sempre più, si auto-mutila, e a forza di semplificazioni e abuso di acronimi e di frasi fatte svuotate di senso è ormai diventato una specie di rovina, un simulacro dell’antica ricchezza e complessità. A rappresentare egregiamente questo stato di cose, nei notiziari video, la riga di testo, in caratteri minuscoli, che corre, da destra verso sinistra, sotto immagini in movimento molto più vaste, enormi a paragone – come i sottotitoli in un film in lingua originale – che attirano tutta l’attenzione dell’osservatore. Probabilmente, quasi nessuno la legge più, e ben presto sparirà, come un residuo inutile, un costo di produzione aggiuntivo, da tagliare senza pietà né rimorso alcuno.
Io credo che l’unico modo per eludere il potere delle immagini – ma anche il nostro potere su di esse – sia di non dare loro alcun significato, di non assegnare loro alcuna valenza simbolica. Un’immagine andrebbe considerata alla stregua di un animale o di una pianta, protagonista di una vita propria senza alcun nesso con la nostra e di cui poco sappiamo. Un’immagine insomma non ci deve rappresentare, e sarebbe bene che non rappresentasse mai alcunché. E nel caso di inserimento in un testo, di qualsiasi natura e su qualsiasi medium, l’ideale, per la libertà e l’indipendenza di entrambi, è una certa reciproca incongruenza.

1 Una definizione fra le tante di immagine potrebbe essere questa: la cristallizzazione di un istante di tempo, qualcosa a cui qualcuno (fotografo o pittore) ha assistito, in taluni casi partecipato. È stato un fenomeno transeunte, in continua modificazione, fino alla sua scomparsa; ora rimane la sua rappresentazione – supportata dal ricordo – in forma, appunto, di immagine. Che non ha molto a che fare con quello, perché è morta, raggelata per sempre, mentre quello era vivo – nato dal nulla, si è sviluppato ed è quindi scomparso, divenendo invisibile. Perciò esso può essere soltanto ricordato, da chi era lì. In definitiva: l’immagine e il fenomeno (in senso ampio, l’oggetto) che essa rappresenta, cristallizzandolo, sono due mondi separati, nella migliore delle ipotesi paralleli. Bisogna stare molto attenti a non confonderli. Soprattutto a non sovrapporli, ciò che peraltro è impossibile (vedi El sol del membrillo, un film del 1992 di Victor Erice).

2 Ciò che vale, ovviamente, anche per le immagini, facilmente riducibili a luoghi comuni da consumare nel breve tempo della loro apparizione di fronte al nostro sguardo. Su tali luoghi comuni si regge tutto l’impianto di stravolgimento della realtà, un sistema di schermi che tende a sottrarla alla nostra pura percezione.

(scritto lo scorso 12 luglio)

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Osservazioni improprie

Stampato da Inchiostro Puro (Grugliasco, TO) nel mese di luglio 2024 in 60 copie numerate, il libro consta di 64 pagine nel formato 13 x 19 su carta Fedrigoni Arena Natural Rough da gr. 120, copertina stessa carta gr. 200; all’interno 3 immagini a colori e 1 in b/n, tutte fuori testo.

Il libro contiene tredici testi scritti fra il 2009 e il 2019, più uno in Appendice, scritto nel 2017.

A un certo punto, nel mucchio di terra proveniente da un campo arato, uno dei due, non ricordo più se lei o lui, trovò una moneta da cento lire che doveva esservi caduta, smarrita da qualcuno, chissà quanto tempo prima, considerando anche che ormai da diversi anni la lira aveva cessato di avere corso legale.
[da Centolire, ciottolo, mosca]

Era come se si vedesse tutto, in quel luogo, per la prima volta. Ma non c’erano più ombre, e nello stesso tempo si creò improvvisamente una sorta di strano silenzio, anche se molte persone lì in spiaggia continuavano a parlare, però a bassa voce.
[da La seconda eclisse]

L’elemento forse più disturbante dell’immagine è la figura di una donna che si trova in piedi nei pressi della teleferica, in corrispondenza dell’angolo in basso sulla destra dell’immagine, a una distanza di circa sei o sette metri dalla stazione di partenza, mentre ci guarda. La donna indossa un paio di pantaloni neri, una canottiera azzurra (doveva sicuramente essere estate) e porta in testa un copricapo che potrebbe essere un casco, ciò che ne farebbe un’addetta al funzionamento della teleferica.
[da La donna di Kaprun]

chi volesse avere una copia di questo libro scriva all’indirizzo presente in Contatti

Asteria

Girando fra i vicoletti del borgo, nella sua parte più vecchia, a naso in su per guardare il campanile che appare privo di chiesa, alzandosi fra le case in pietra. All’improvviso si sente il suono di una batteria, proveniente da non si sa dove. Così, camminando come se fossimo irresistibilmente attratti da quel suono (e da altri che si uniscono, compresa una voce) arriviamo dove c’è uno spiazzo quadrangolare, su tre lati del quale stanno altrettante vecchie case con molti balconi lignei. Sul quarto lato una tettoia, al di sotto di quella due tavoli con qualche stoviglia ancora sparsa sopra: devono averci pranzato da poco. Ci sediamo su una panca presso la porta d’ingresso della casa di fronte alla tettoia, che ha proprio sopra la porta una rozza targa in legno, “Aubergj d’la posta”. Dentro qualcuno sta suonando, oltre alla batteria una tastiera, forse un basso, o una chitarra, e la voce. Che sta cantando, anche piuttosto bene, variando a tratti la linea melodica, “E penso a te”, una vecchia canzone di Lucio Battisti (composta nel 1970), certamente non qualcosa che ci si sarebbe potuti aspettare. Dopo qualche minuto la musica finisce, dalla porta escono tre ragazzi, massimo 18 anni, i musicisti. Non posso fare a meno di rivolgermi a uno di loro, proprio a lui, perché ha qualcosa del leader (fra l’altro la sua capigliatura ricorda un po’ quella del primo Battisti), per dirgli che ci eravamo fermati ad ascoltare, stupendoci – piacevolmente – per la scelta di quella canzone. Poi una domanda sulla casa, anzi sulle case, che paiono collegate fra loro. Era stato un albergo, ai tempi del nonno, ma ora, già da tempo, serviva soltanto alla famiglia come casa di vacanza. Ci dice anche che alle 18 suoneranno nel piazzale davanti all’albergo dove abbiamo pranzato e ci invita ad assistere al concerto. Purtroppo l’orario non va molto bene per noi, soprattutto per chi sta con me e vorrebbe rientrare a casa prima di sera. Vorrei continuare a parlare con lui, la scelta di quella canzone mi ha talmente colpito, ma gli altri due gli mettono fretta, per qualche impegno pressante, e io non oso trattenerlo. Così ci salutiamo, i tre se ne vanno di buon passo verso la loro destinazione; sparendo per sempre fra le case. Dopo, tornando verso l’auto parcheggiata nei pressi dell’albergo, scorgiamo, attaccata al tronco di un albero, una piccola locandina che presenta il concerto delle 18. Il nome scelto dai tre ragazzi è quello di un personaggio dalla mitologia greca, significa ‘delle stelle’, o ‘stellato’.

Usseglio, il 3 agosto 2024

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Forse

Più di una volta nel corso degli anni mi è capitato di incontrare qualcuno convinto di riconoscermi e che vedendomi mentre camminavo nella sua direzione subito mi fissava con un lampo negli occhi, prima di sorridermi e dirmi «ciao!». Era davvero sicuro – o sicura – di rivedermi dopo molto tempo e questa sensazione lo, o la rallegrava molto (fortunatamente, per me). Dovevo, ogni volta, spendere qualche minuto per spiegare a quella persona che c’era un equivoco, non ero io quello, purtroppo si stava sbagliando. E mentre parlavo vedevo i segni della delusione apparire sul suo volto, alternandosi a quelli dello sconcerto e del dubbio. Perché forse non ero stato convincente, non del tutto, e avevo la sensazione che non mi credesse, pensando che per qualche motivo non volevo essere riconosciuto. Quindi al mio cortese saluto prima di allontanarmi rispondeva la sua espressione perplessa e incredula, che a sua volta instillava in me un sottile disagio. Mi spiaceva di averla delusa, forse avrei potuto stare al gioco, essere più accondiscendente, pur rimanendo sul vago («sì, avevo lavorato lì per un breve periodo molti anni fa, ma purtroppo non ricordo di averla conosciuta, mi spiace»): in fondo, non ci potevo perdere niente, dato che subito dopo avrei salutato allontanandomi in tutta fretta dal luogo dell’incontro.
Recentemente qualcosa di simile mi è successo con il cassiere di un supermercato, che dopo aver mostrato per qualche volta gentilezza e affabilità nei miei confronti si era infine deciso a dirmi che secondo lui io somiglio in maniera impressionante a un noto doppiatore cinematografico (a me ignoto, anche perché non mi piacciono i film doppiati in italiano). La cosa strana è che conoscesse così bene il suo volto e che la somiglianza fra me e quell’altro fosse appunto di sembianze facciali, e non semmai delle rispettive voci. Ma data la simpatia che mi ispira questo cassiere, e il suo modo molto diretto di rivolgersi a me per spiegarmi la cosa, stavolta non ho provato quel disagio, semmai un certo stupore per la stranezza del parallelo, fra me e un doppiatore cinematografico.
Ci fu poi una volta, molti anni fa, in cui mi trovai dall’altra parte e accadde a me di sbagliarmi, convincendomi che stavo rivedendo una persona ben nota dopo molto tempo. Anche se poi mi rimase un dubbio, mai del tutto risolto. Pur conservando dell’esperienza una traccia piuttosto vaga – non so dove accadde, forse su un tram o bus, oppure su un treno – ricordo invece molto bene che per qualche minuto rimasi convinto che fosse proprio lei, un po’ cambiata, ma neppure poi tanto. Mi fissò a sua volta, forse stupita accorgendosi della mia insistenza nel guardarla, chissà. Nessuno di noi due disse una sola parola, durante quei pochi minuti: io non osavo farlo per paura di trovarmi nella scomoda posizione di quello che si sbaglia, e anche perché, forse, qualcosa nella sua espressione, un’ombra amara, quasi di disprezzo (o era forse un’aria di sfida?), nello sguardo e sulla bocca, mi dissuase. Poi ci separammo, uno dei due si allontanò scendendo dal tram o treno che fosse, una volta e per sempre.
È passato molto tempo da allora, ripensandoci non sono così certo né di essermi sbagliato né che fosse proprio lei, e neppure saprei dire se mi avesse riconosciuto, rifiutando però di ammetterlo. Da molti anni non la rivedevo, sempre cercandola, sempre aspettandola, inutilmente. E forse quella volta il silenzio di entrambi sancì la fine irrevocabile di una storia che mi ero convinto fosse soltanto sospesa, o differita. Forse capimmo entrambi in quel momento che era ormai troppo tardi per riprenderla e il silenzio era l’unica scelta possibile.

dieci (piccoli) indiani

And Then There Were None, di René Clair, del 1945, si apre con una curiosa rassegna di primi piani di alcuni dei ‘dieci piccoli indiani’ mentre sono sulla barca che li porta verso l’isola fatidica. La lunga sciarpa di una di questi, mossa dal vento, ricopre a turno il volto di alcuni fra gli altri, conferendogli misteriose e inquietanti sembianze1, ma soltanto per lo spazio di pochissimi secondi, prima che ognuno, con un gesto della mano, se la tolga dalla faccia.
Girato quasi tutto in interni, è proprio in questa dimensione che accadono, cinematograficamente, le cose più interessanti. Uno o più personaggi sono in primo piano, ma sullo sfondo, nella grande sala, ne vediamo un altro che magari ha appena lasciato il gruppetto e si allontana verso una scala, la sale. Oppure ne discende, ma in entrambi in casa questa azione ci distrae da quella in primo piano, la alleggerisce, e questa leggerezza si diffonde per tutto il film (che altrimenti, siccome bene o male parla di molto delitti, poteva risultare greve). Ma spesso i personaggi sono distratti, mentre si trovano in una stanza, da qualcosa che accade altrove, udibile soltanto, in forma di urlo, fracasso, sparo, per cui subito si allontanano; oppure guardano lontano servendosi di un binocolo. In questo modo la storia – che bene o male è una pièce teatrale adattata per lo schermo – assume una vivacità, una mobilità e una instabilità che sarebbe alquanto difficile ottenere su un palcoscenico. Un altro espediente – davvero molto ingegnoso – viene utilizzato in una sequenza fra le più memorabili, quella in cui almeno quattro personaggi si spiano a vicenda, o dal buco di una serratura o da dietro un angolo, e seguendosi (ognuno di soppiatto, ovviamente, per non farsi notare) percorrono in cerchio una parte cospicua della casa, con un movimento vertiginoso che di nuovo, come negli altri casi, alleggerisce il film travalicando i limiti dell’unità aristotelica di tempo e luogo dell’azione.

Ma vediamo spesso nel film qualcuno mentre spia qualcun altro attraverso il buco della serratura, generalmente da una sala da bagno, in quanto esse sono sempre comuni a due stanze, inframmezzandole, e sono quindi frequentate, a turno, da due diversi personaggi. Così ognuno scopre dettagli dell’altro che questi nasconde in pubblico, perché la costante di tutto il film, ciò che accomuna i dieci ‘indiani’ (oltre al fatto di celare, quasi tutti, un delitto compiuto in passato) è la finzione, il fatto che tutti fingono e mentono, perciò, inevitabilmente, si spiano sperando di cogliere l’altro, gli altri, in fallo. Ed è questo un altro espediente (peraltro, in questo caso, mutuato dalle pièce) che conferisce al film le sue qualità precipue: imprevedibilità degli eventi, instabilità costante della situazione – anche se il luogo è sempre quello, per tutto il film – e mobilità continua della vicenda, che peraltro (altro espediente rilevante) non ha un solo vero protagonista, ma dieci bensì (undici col traghettatore), per altrettanti punti di vista, quindi nega la centralità e l’univocità.
In questo senso si può dire che And Then There Were None è un film realmente fondato sull’equivoco.

1 È quanto meno probabile che la cosa abbia un senso ben preciso, ovvero mettere in guardia chi guarda il film facendogli capire che tutti i personaggi potrebbero nascondere qualcosa dietro apparenze affatto ordinarie. Per cui, coprire le faccia di alcuni di loro è come dire che sarebbe bene non farsi condizionare, o fuorviare, da tali apparenze. Anche se fra i dieci ci sono diverse persone che occupano nella società ruoli per così dire rispettabili (medico, giudice, generale in pensione, ecc.), meglio diffidarne, ovvero andare oltre le apparenze, che ci vengono così sottratte alla vista per qualche secondo. Ciò nonostante, rimane il fatto che il giochetto della sciarpa mossa dal vento provoca nello spettatore, subito all’inizio del film, una sensazione disturbante.

La mano e gli occhi

In The Tin Star, un western degli anni ’50 di Anthony Mann, la lunga sequenza iniziale è dominata da una mano. Spunta, con parte del braccio, da sotto una coperta, messa addosso al corpo di un bandito ucciso trasportato da un cavallo. Il protagonista, un bounty-killer interpretato da Henry Fonda, entra nel villaggio, lentamente lo attraversa, suscitando la generale curiosità (tutti escono da case o negozi per seguirlo).
La scena ha luogo in silenzio – soltanto il rumore degli zoccoli dei cavalli sulla strada in terra battuta, e nessun commento musicale – e sarà l’unica in cui il morto (di cui vedremo soltanto quella minima parte del corpo) comparirà nel film. L’aspetto più interessante di questa sequenza è che quella parte di un corpo che non possiamo vedere appare nel film come un’intrusione vera e propria, perché non ha niente a che fare con tutto quello che seguirà. Ha i tratti inconfondibili del macabro e dell’orrifico, accentuati dal silenzio assoluto che si crea nel villaggio, anche se praticamente tutti i suoi abitanti, usciti dalle case, sono raccolti lì intorno, sorpresi e sgomenti. Potrebbe davvero sembrare un film dell’orrore, ma di una strana specie, mischiato con il western, e se continuasse così sarebbe tale, ma non succede, quel che segue è tutt’altro e non ha proprio nulla a che fare con quella mano che spunta dalla coperta e ciondola seguendo il movimento del cavallo che porta il cadavere. È un po’ come se un film iniziasse così, su quella nota lugubre e poi finisse ben presto, continuando con gli stessi personaggi ma in tutt’altro modo, diventando un altro film. Fra l’altro, il personaggio interpretato da Fonda si rivelerà in seguito come una figura positiva, niente a che fare con quella sinistra del cacciatore di taglie (del tutto inusitata per un attore dalla consolidata reputazione di ‘buono’ come lui) con cui si era così icasticamente presentato arrivando nel paese, in modo tale da allarmare gli abitanti e sconcertare noi spettatori del film.
Sempre in The Tin Star, piuttosto verso la fine, la parte in cui il villaggio in festa, con tanto di banda, accoglie l’arrivo del vecchio medico, nel giorno del suo 75° compleanno; ma poi si accorgono che il carro è trainato dal cavallo sbrigliato, e il dottore giace inanime al posto di guida, dopo essere stato ucciso dai banditi. Così la banda smette di suonare, per qualche secondo scende il silenzio, poi prevale lo sgomento. È una sequenza molto ben congegnata, non deve essere stato facile farla, con tutta quella gente, e la banda, soprattutto il rapido passaggio dalla gioia allo smarrimento e poi all’orrore.

In The Lady Eve, di Preston Sturges (un film dei primi anni ’40) si assiste per almeno tre volte a un fatto curioso. Mentre Henry Fonda si trova sul ponte della nave in attesa di Barbara Stanwick, improvvisamente nell’inquadratura appare un tipo – sembrerebbe un addetto alle pulizie, porta sulla spalla una specie di scopa, una volta forse una scala – in primissimo piano, attraversa la scena, da sinistra verso destra oppure da destra verso sinistra, sempre per pochissimi secondi, si vede appena. La prima volta Fonda è visibilmente sorpreso, per qualche motivo, e segue con lo sguardo il tizio anche dopo che è uscito dall’inquadratura. La seconda volta è già meno sorpreso, sembra abbozzare un sorriso, e forse la terza volta (o già nella seconda, non ricordo) il marinaio – ammesso che si tratti davvero di un marinaio – lo saluta brevemente. In una delle tre occasioni il personaggio è seguito – o preceduto? – da un uomo in divisa, forse un ufficiale della nave. Nessun commento da parte di Fonda, neppure con gli altri attori, così la perplessità di noi spettatori rimane insoluta.
Ho pensato che forse la cosa accadde una volta sul set per puro caso, un incidente come probabilmente è normale che ne succedano quando si gira un film (penso a The Party di Blake Edwards, le varie gaffe analoghe commesse dal personaggio interpretato da Peter Sellers). Così Sturges, regista noto per la sua eccentricità e per l’atmosfera caotica ed esuberante che regnava sul set nei suoi film, e favorevole a una certa improvvisazione dei suoi attori, deve averla trovata piuttosto divertente, rifacendola poi appositamente per alcune volte.

In The Border Incident, un film assai teso e duro di Anthony Mann del 1949, quasi tutto girato di notte, c’è una scena molto bella e anche diversa da tutte le altre. Ha luogo in una chiesa, durante il saluto del bracero Juan Garcia alla moglie, prima di avventurarsi in un espatrio irregolare dal Messico alla California, per guadagnare qualcosa lavorando clandestinamente nei campi. Inizialmente la si vede di profilo, a destra dell’inquadratura e in secondo piano (mentre lui è in primo piano a sinistra, piuttosto fuori fuoco). Ha un fazzoletto sulla testa, o piuttosto un mantello (insomma, una specie di chador), che le lascia scoperto il viso, così da farla subito sembrare (forse anche perché i due sono in chiesa) una madonna, come è sempre stata rappresentata nei quadri, soprattutto in quelli antichi. Dopo averlo ascoltato si gira lentamente verso di lui, ha uno sguardo luminoso e un lieve sorriso (sia pure triste) le increspa le labbra, mentre gli dice che lo capisce e non si oppone alla sua decisione, ma lo prega, dolcemente, di fare molta attenzione, in modo da poter tornare sano e salvo da lei e dai loro due bambini. Una sequenza molto breve ma particolarmente intensa, lei sembra davvero una madonna, ma con naturalezza, il suo viso è bellissimo, dolce e rasserenante.
L’attrice che impersona questa madonna messicana si chiamava Teresa Celli, nata negli Stati Uniti in una famiglia italiana. Quando era ancora una bimba venne in Italia con la famiglia, fermandosi a lungo anche per studiare canto alla Scala (già in famiglia c’era stata più di una cantante lirica, credo la nonna e la bisnonna). Tornò poi negli USA, lavorando molto raramente nel cinema (anche nel celebre Giungla d’asfalto) oltre a cantare nei teatri.

In Deadline – USA, un bel film di Richard Brooks del 1952, con Humphrey Bogart al suo meglio, già vedendo scorrere i titoli di testa noto casualmente, fra i comprimari, un nome che non conoscevo, Joe De Santis. Saprò che fa una parte di un certo rilievo, quella di un poco di buono, fratello della ragazza uccisa (o fatta uccidere) dal potente gangster Rienzi, un vile che pur trovandosi nel luogo del delitto non fa nulla per evitarlo. Poi per paura si nasconde, ma viene scovato da un cronista del giornale diretto da Bogart e convinto a testimoniare contro il gangster, sia pure dietro un lauto compenso. Bogart e gli altri del giornale lo disprezzano, anche se accettano le sue richieste, unico modo per incastrare il fellone. Che poi riesce a farlo uccidere prima che possa testimoniare davanti a un giudice, per cui tutto il ben congegnato piano di Bogart si sfalda. De Santis se la cava bene, è molto credibile: sudato, con il terrore negli occhi, ma comunque avido di arraffare la sua ricompensa, che pure ottiene, indirettamente, in virtù dell’assassinio della sorella, quando ritenne del tutto conveniente voltare le spalle senza alzare un dito per salvarla.
Dopo aver visto il film ho fatto una rapida ricerca: il suo nome completo era Joseph Vito Marcello De Santis, ovviamente un italiano, come era facile immaginare già dal cognome, e poi dai suoi gesti e dalle sue espressioni. Nato a New York, ma da un padre calabrese e da una madre lucchese, inizia presto a recitare e nello stesso tempo si dedica alla scultura; poi, ancora giovane, fa il conduttore in una radio in lingua italiana. Dopodiché ancora radio, televisione e cinema, oltre alla scultura, che molto probabilmente praticava per pura passione. E a questo proposito emerge un particolare curioso, forse il più interessante, qualcosa che, inopinatamente, lo lega addirittura a Frank Zappa. Infatti, nelle note al primo disco delle Mothers of Invention, Freak Out!, del 1966, dopo l’intestazione che recita “These people have contributed materially in many ways to make our music what it is. Please do not hold it against them”, compare, fra molti altri, anche il suo nome. Zappa frequentava a Los Angeles lo studio di tale Vito Paulekas (scultore e performer assai noto in quella città) e lì fece la conoscenza del nostro, che a sua volta ci andava per fare le sue sculture.
Su internet si trovano diverse foto di De Santis quando aveva già una certa età, sempre con i baffi, e si vede senza ombra di dubbio che era un italiano al 100%, pur avendo sempre vissuto negli USA. In almeno una ha gli occhi lucidi, molto luminosi, con un’espressione solare, benevola. Nella mia vita ho conosciuto diversi uomini così, soprattutto del Sud, ma non soltanto, con quello sguardo luminoso al disopra dei baffetti neri, i capelli imbrillantinati e pettinati indietro. A ben pensarci, almeno un paio erano miei parenti, persone che non vedo più da molto tempo, ormai scomparse.

Le mie passeggiate sull’isola

Nella primavera del 2017 mi capitò una volta di entrare nel Cimitero Monumentale di Torino, durante una delle mie passeggiate giornaliere, che avvengono sempre qui nei dintorni. Non ero partito da casa con l’intenzione di andarci, ma siccome ero lì nei pressi, e in quel momento il semaforo di corso Novara era verde, senza troppo pensarci sopra decisi di entrare. Stavo vivendo un periodo difficile della mia vita, soprattuto a causa di una certa questione che si stava trascinando ormai da quasi un anno, angustiandomi, e sentivo il bisogno di trovare un sollievo, anche soltanto momentaneo. Ciò che avvenne subito quando mi trovai là dentro camminando mentre guardavo intorno a me le tombe, i lunghi porticati, gli alberi che vi si trovano in gran numero, lo stesso cielo. Dopo pochi passi, si capisce di essere in un altro mondo, sia pure vicinissimo a quello dove viviamo abitualmente, la cui presenza è soltanto segnalata dai rumori delle auto che girano lì intorno, sempre più distanti, ovattati, man mano che ci si addentra nel cimitero. E un altro mondo significa anche un altro tempo, perché lì dentro il tempo è davvero diverso, non più influenzato e deformato dalla nostra volontà, dalle nostre abitudini, ma come sospeso. Tutto sembra immobile, come se non ci fosse, lì, alcun bisogno di affrettarsi per andare da qualche parte, nessun appuntamento preso in anticipo, nessuna scadenza da rispettare, e la presenza di tante statue in marmo, e di manufatti anche in marmo o in pietra, accentua questa impressione di stasi. Le piante, quelle sì, si muovono, se c’è un po’ di vento che scuote i rami e le foglie, e poi ci sono gli uccelli, e qualche insetto, quindi si può dire che il tempo in quel luogo è molto più vicino a quello ‘naturale’, ed è facile perdere la percezione di quello artificiale, fittizio, creato da noi stessi e scandito dagli orologi. Un’ora trascorsa camminando lì dentro è diversa da un’altra ‘fuori’, c’è una sorta di effetto di dilatazione, e se uno si lascia portare dal caso, seguendo tracce impreviste e attraenti, è facile anche perdersi, perdendo così, oltre al senso del tempo, anche l’orientamento. È un luogo di sperdimento e di oblio, in cui riesce più facile dimenticare, dimenticarsi, e ritrovare una certa leggerezza perduta.Tutto ciò ha un effetto rasserenante, che può durare anche una volta fuori, per qualche tempo.
Per tutti questi motivi, dopo quella prima volta ce ne furono altre, intervallate all’incirca da una settimana: tornavo volentieri dove mi ero trovato tanto a mio agio. E ogni volta che ci tornavo era sempre senza uno scopo preciso, o una qualsiasi meta sia pure all’interno del cimitero. Mi arrendevo quasi con voluttà a quel tempo particolare, diverso dal ‘nostro’, e come avrei potuto non lasciarmi andare, guidato soltanto dalle apparizioni che mi si presentavano, quindi alla fine, quasi sempre, perdendomi? No, lì entravo ogni volta senza alcuna premeditazione, anche se avevo bensì deciso di ritornarci, dopo quel primo giorno, quando ci entrai per caso e mi accorsi, una volta dentro, sull’isola, di trovarmici così bene. Perciò tornavo, intuendo vagamente che qualcosa avrei sicuramente trovato. E già subito il primo giorno iniziai a scrivere, ogni volta al mio rientro a casa, un resoconto della mia passeggiata nel cimitero, fino a raggiungere un discreto numero di pagine, quelle che avrebbero formato il librino Passeggiate sull’isola. Contrariamente al solito, quando correggo molto la prima stesura, stavolta lasciai tutto quasi intatto, con soltanto pochissimi interventi molto leggeri, e credo che si capisca leggendo il librino, che è molto scorrevole, mi pare, come se avesse lo stesso andamento, lento e un po’ distratto, di quelle passeggiate. E chi legge forse anche così può riuscire a riviverle, a ‘sentirle’, come se camminasse a sua volta, mentre sta leggendo.
Dopo l’ultima passeggiata, nell’aprile del 2017, interruppi le mie visite al cimitero, perché evidentemente stava cominciando a diventare un’abitudine e mi pareva che la freschezza delle prime volte si andasse sempre più perdendo. Ormai conoscevo bene quel luogo, e difficilmente avrei potuto imbattermi in qualcosa di sorprendente – coglierlo, soprattutto – che si imponesse alla mia attenzione con la stessa intensità, e naturalezza, di quei giorni.

Qualche giorno fa (era una domenica mattina) mi trovavo lì nei pressi e sono entrato per fare due passi. L’aria era piuttosto fresca, anche se c’era un bel sole: una bella giornata di fine estate, la prima. Mi sono accorto ben presto che tutto era come un anno fa, mi è parso di ritrovare quella particolare atmosfera praticamente intatta. Forse il fatto di non esserci più andato per parecchio tempo mi permetteva di riavere la stessa freschezza di quei giorni, e mi è parso perfino di scoprire cose nuove, pur percorrendo alcuni dei viali centrali, vicino all’ingresso, che ben conosco. Non mi sono fermato a lungo, forse una decina di minuti, e sono quindi uscito dirigendomi verso via Catania e imboccando la carreggiata centrale, quella che nell’ultimo tratto è riservata ai cortei funebri. Guardando il viale da questa prospettiva, dato che prima avevo fatto un’altra strada, mi è parso di vederlo in un modo completamente nuovo: lunghissimo, e diritto, fiancheggiato da due file parallele di grandi platani che gettavano ombra sulla strada, sembrava non dover finire mai, non se ne vedeva il fondo. Se invece fossi arrivato dalla direzione opposta, percorrendo tutto il viale, avrei invece visto, al fondo, il muro perimetrale del cimitero, con le porte d’ingresso, dove il mio sguardo si sarebbe fermato, trovando un ostacolo, e un limite al mio cammino.

[testo scritto nell’agosto 2018, rivisto nel febbraio 2019]