Opere edilizie antisismiche [sic], poco meno che dissennate, e costosissime, che creano disagio a una comunità, senza alcun beneficio apparente (tutto molto teorico e inconsistente).
Le rondini, affaccendate per giorni, forse settimane, dalla mattina alla sera, senza mai potersi fermare, per portare il nutrimento ai loro piccoli nei nidi sotto le grondaie della scuola oggetto dei lavori.
Viene il giorno in cui gli operai intervengono proprio lì, distruggendo i nidi o quantomeno ignorandoli, mentre i loro gesti duri e rumorosi arrivano spietati, e così niente più nutrimento per un giorno o due. Le rondini sembrano sparite, smessi i loro voli frenetici avanti e indietro ai e dai nidi, ammutolite: chissà dove sono ora.
Poi, nei giorni del fine settimana, durante la pausa settimanale dei lavori, le si rivede, ma c’è qualcosa di diverso nei loro voli: non si soffermano più per quei pochi secondi librandosi presso i nidi, per distribuire il cibo ai piccoli (ormai già grandicelli, sulla via di diventare adulti, e volare). Si librano bensì ancora ma per un attimo, perché non ci sono più i nidi, evidentemente, oppure… Dopo, un po’ ovunque all’intorno, piccole carcasse già decomposte (ha piovuto, e poi le formiche sono inesorabili), tutte le piccole rondini che non sapevano ancora volare, ed erano anche deboli per il mancato nutrimento.
Ma i lavoratori, che forza! Otto ore sempre lavorando, in situazioni spesso rischiose, affrontando continuamente problemi, con coraggio e determinazione. È difficile non ammirarli, per la loro forza e la loro destrezza, e l’abilità nel risolvere problemi sempre nuovi, questi distruttori di nidi di rondini.
Oggi per la prima volta, guardando su internet una mappa del quartiere dove ho vissuto per tanti anni, fino a tre mesi fa, mi sono accorto di una particolarità di via Reggio. Vi si può scorgere un rettangolo, i cui lati corrispondono, partendo da sinistra in senso orario, a via Pisa, corso Regio Parco, corso Verona e via Cagliari. Ebbene, via Reggio è una specie di diagonale che, provenendo dal ponte Rossini, di cui costituisce la naturale prosecuzione, entra nel quartiere appena a sinistra del vertice basso formato dalle vie Pisa e Cagliari e arriva fino alla grande rotonda di corso Verona – attraversata anche da corso Regio Parco – formando lì, nel vertice alto a destra del quadrangolo, due angoli quasi uguali (grossomodo, uno di 40°, o poco più, e uno di 50° o poco meno). Insomma, via Reggio rompe la monotonia del reticolo – di origine romana – che caratterizza questa zona, così come molte altre della vecchia Torino. È disobbediente, va per conto suo, per la tangente, si potrebbe dire. E ora mi rendo conto molto meglio del perché sia una via non così facile da trovare, per chi la cerca la prima volta sia camminando sia guidando un’auto. Io stesso, nei primi tempi, mi confondevo un po’ quando dovevo arrivarci da via Parma, soprattutto; aveva qualcosa di insolito rispetto alle altre strade, proprio per il fatto di rifiutare certi automatismi tipici delle vie perpendicolari, parallele fra loro da due punti di vista. Via Reggio no, non è parallela a nessuna altra via, se ne va per conto suo, partendo appunto dal fiume e versandosi nella rotonda, dove è come se si spegnesse, dato che, diversamente dalle altre due strade, sul lato opposto non c’è una via che le corrisponda. Finisce insomma improvvisamente, come un sogno subito dopo il risveglio.
Già da qualche tempo mi sono accorto di un fatto singolare che ha luogo, di quando in quando, proprio qui davanti al mio ufficio, quasi all’angolo di via Reggio con la rotonda. Due uomini si incontrano lì, in un modo che potrebbe quasi apparire clandestino, con una frequenza che non saprei quantificare, ma sempre, direi, fra le 17.30 e le 18. Il più giovane lo conosco di vista da anni, è uno dei due fratelli che gestiscono un bar a poche centinaia di metri da qui, sull’angolo fra lungodora Siena e corso Regina Margherita. Il tempo passa, ormai avrà almeno cinquant’anni, ma non è molto cambiato. Alto, magro, con i capelli rasati (o sarà forse calvo), me lo ricordo sempre serio e taciturno, non dovrebbe essere cambiato. Anche se il suo rapporto con l’altro uomo – decisamente più anziano, piccolo di statura e piuttosto esile – è all’insegna della loquacità, soprattutto da parte sua. Devono avere molte cose da dirsi, chissà quali, e perché, e quali sono i loro rapporti. Io da un po’ mi sono messo in testa che il vecchio sia il padre dell’altro, forse divorziato dalla madre, e forse per molto tempo si erano allontanati ma ora si sono riavvicinati, magari il vecchio vive solo, si sarà fatto vivo lui dopo molto tempo. È sicuramente strano che si incontrino sempre lì, nello stesso punto, il più giovane ha una bici e viene da nord, dopo che si sono salutati raggiungerà il bar per prendere servizio (se non hanno cambiato gli orari, rimane aperto fino a notte fonda). Un’altra cosa che si nota è il fatto che, pur essendo visibilmente legati da un qualche vincolo, forse appunto di stretta parentela, si tengono sempre lontani uno dall’altro, almeno un metro e mezzo, e senza mai toccarsi. Come se una barriera invisibile si frapponesse fra di loro, che pure comunicano con apparente intensità, soprattutto il giovane parla e gesticola, forse raccontando all’altro quello che ha fatto nel periodo di tempo passato dal loro ultimo incontro. Il vecchio lo ascolta con attenzione, ogni tanto interviene, ma l’impressione è che sia sempre la vita del più giovane al centro della loro conversazione, e il vecchio stia in ascolto per poi consigliarlo, a proposito di qualche questione che lo preoccupa. Forse a causa dell’insolita distanza permanente fra i due, tale da suggerire l’esistenza di una barriera invisibile, poco fa mentre li osservavo ho pensato che potrebbe trattarsi di un incontro in un carcere, fra un detenuto e un parente o amico venuto a trovarlo. Sarà forse anche a causa dell’orario, sempre lo stesso, oltreché della distanza pressoché immutabile, e invalicabile, che li divide e li tiene uniti nello stesso tempo. E poi la faccia seria, imperscrutabile, del giovane, e i suoi gesti che fanno pensare a qualcosa di serio a sua volta, anche se magari stanno parlando di cose banali. Però lo fanno in un certo modo, nessuno dei due vuole perdersi un momento dell’incontro, non una parola, neppure uno sguardo, dato che sono sempre concentrati ognuno sull’altro, trascurando tutto ciò che li circonda. Del vecchio non so, lo vedo sempre di tre quarti da dietro, in testa un cappelluccio con visiera, e porta gli occhiali; anche lui gesticola un po’, ma in modo più misurato, e più raramente. Forse dei due è il più giovane a vivere in una sua prigione che soltanto l’altro è in grado di scorgere (e perciò soltanto lui può confortarlo, ed è a lui che si rivolge, sicuro di trovare un saldo sostegno). Oppure no, in galera ci sta il vecchio, ma ormai non dà più peso alla cosa, mentre l’altro sente acutamente la sua mancanza, ha bisogno di lui, del suo ascolto, del suo conforto, ancorché muto. Così ogni tanto va a trovarlo.
(testo scritto il 12 marzo scorso, rivisto oggi, 25 giugno 2025, a Mondonio – AT)
Nell’ultima fase di un recente trasloco, quando erano rimasti, sparsi in giro, ancora molti oggetti da considerare, valutare, infine prendere o buttare, mi è capitato sotto gli occhi un barattolo di vetro, di quelli che possono contenere (e in effetti conteneva, un tempo) un chilogrammo di miele. Non mi era nuovo, l’avevo già visto qualche volta negli anni scorsi, ma senza mai aprirlo, senza neppure prenderlo in mano, forse. Intravedevo al suo interno dei foglietti, tutti piuttosto lunghi e stretti (diciamo un palmo di lunghezza per massimo 7-8 cm di altezza) su ognuno dei quali era stato scritto qualcosa, a mano; perché un tempo si scriveva – io almeno scrivevo – ancora quasi sempre a mano, oppure, molto raramente, usando una macchina per scrivere. Credo che mi fossi convinto trattarsi di testi di un certo tipo, appartenenti a un certo periodo della mia vita, cose che, se non ho dimenticato, certamente ho superato. Proprio in quell’epoca avevo deciso di uscire da una certa situazione, diventata ormai invivibile per me, per la quale avevo perso interesse, reputandola qualcosa di irrimediabilmente concluso, una volta per sempre. Ma mi sbagliavo, in parte, nel senso che, leggendo quella che dovrebbe essere una data, scritta su un pezzo di nastro adesivo appiccicato al coperchio del barattolo, in quel periodo io stavo effettivamente allontanandomi da una certa situazione, cambiando, ancora una volta, la mia vita [ciò che mi sta accadendo di nuovo ora, sia pure in un altro modo]. Però i testi non sono, come credevo, miei, non ne sono l’autore, ciò che ho finalmente appurato l’altro giorno, leggendoli dopo averli tolti dal barattolo dove erano rinchiusi da poco meno di venticinque anni. Quasi ogni testo (in effetti, un estratto da un libro) porta in calce la firma del suo autore, indicato però – chissà perché – soltanto dalle sue iniziali. M.A., B.P., Y. K., N., eccetera, ovvero, come ho presto capito, Marco Aurelio, Blaise Pascal, Yasunari Kawabata, Novalis… Come talvolta capita, soprattutto in una situazione molto particolare come è quella di un trasloco, certe apparizioni non sembrano avere molto di casuale e leggendo i testi era come se essi (non tutti ma la maggior parte) si riferissero, sia pure obliquamente, a quello che proprio ora sto vivendo. Anche se in verità, mentre li trascrivevo, nel mese di ottobre dell’anno 2000, dovevo avere in mente ciò che allora stavo vivendo, e quindi il fatto di sceglierli era molto probabilmente motivato e condizionato da quello.
Di seguito, alcune delle citazioni trascritte sui foglietti contenuti nel barattolo di vetro:
L’uomo non sa quale grado attribuirsi. È evidentemente smarrito, e caduto da dal suo vero luogo senza poterlo ritrovare; e lo cerca in ogni dove con inquietudine e senza esito fra tenebre impenetrabili.
Nonostante la vista di tutte le nostre miserie, che ci premono, che ci stringono alla gola, abbiamo un istinto, che non possiamo reprimere, che ci eleva. (B. P.)
Considera [sovente] la rapidità con la quale passano e dileguano tutte le cose che esistono e che nascono. La materia è simile al fluire continuo d’un fiume; le forze naturali subiscono trasformazioni ininterrotte, le cause mutamenti innumerevoli, quasi niente è stabile. E questa a te così vicina immensità infinita del passato e dell’avvenire è una voragine nella quale ogni cosa dilegua. (M. A.)
Il non essere contraddetto non è un segno sicuro della verità: molte cose certe son contraddette, molte cose false vengono accolte senza contrasto. Né la contraddizione è segno di errore, né la sua mancanza segno di verità. (? forse Blaise Pascal)
Lo spirito si manifesta sempre soltanto in una forma sconosciuta, aerea.
Noi non ci comprenderemo mai completamente, ma potremo fare ben più che comprenderci. (N.)
Come è dolce commuoversi. Non si sceglie di farlo, spesso non si vorrebbe neppure, ma niente, ci si commuove. E poi è bello proprio per questo, perché non si sceglie di farlo, neppure si vorrebbe, ma poi è bello farsi vincere dalla commozione. Le lacrime tentano di fuoruscire, noi resistiamo, ma non sempre, a volte non è proprio possibile. Oppure è proprio che non vogliamo resistere, così le lasciamo scorrere, e ci bagnano le guance. È davvero strano che quando ci si commuove venga fuori questo liquido, che poi ci scorre sulla pelle. Ed è sempre piacevole sentirlo scorrere, forse perfino quando si piange di dolore. In questo caso è difficile apprezzarla, quella sensazione, che pure veramente proviamo, come un sollievo.
Diversi anni fa un sociologo-antropologo francese coniò l’espressione “non-luogo” riferendosi a posti come i terminal degli aeroporti, i centri commerciali o i corridoi di spostamento nelle stazioni ferroviarie o della metropolitana1. Luoghi neutri, di passaggio, ai quelli è quasi impossibile assegnare un valore di durata e di affettività, o di affettività nella durata, insomma un legame fra noi e quelli. Così, a partire da qualche lustro fa, si è iniziato a fare uso di certi dispositivi portatili in grado di stabilire legami, sia pure effimeri e in buona parte virtuali, con altre persone in altri luoghi, proprio per compensare le mancanze di cui sopra. Nel tempo, e molto rapidamente, c’è stato un effettivo capovolgimento (verrebbe quasi di citare la nota espressione di Illich, corruptio optimi pexima,che definisce la situazione in cui una cosa buona, positiva, da un certo momento in poi si trasforma in male, in qualcosa di negativo), per cui l’uso intensivo e totalizzante, per moltissimi, di quei dispositivi, ovunque e sempre, ha di fatto reso qualsiasi luogo, anche quelli con i quali tutti, sia individui sia collettività, avevano stabilito, da lungo tempo, un legame molto forte e radicato, altrettanti non-luoghi, a tutti gli effetti. Ciò accade perché si verifica uno stravolgimento, o sradicamento, insomma una rottura del legame fra le persone e quei luoghi, e chi usa certi dispositivi sempre e ovunque non è più, non è mai dove fisicamente si trova, ma è trasportato altrove, in un ambito virtuale frequentato da altri suoi simili, persone che stanno fisicamente lontano da lui/lei (oppure anche molto vicino, affiancati). In questo modo, attraverso questo venir meno di certi legami, e con la trasformazione da luogo a non-luogo, tutto può succedere a certi luoghi, ovvero alle città e al paesaggio in cui si vive. Si abbattono antiche costruzioni, si tagliano alberi, spesso di interi viali o di boschi, si aprono strade – spesso del tutto inutili alla collettività, ma soltanto a certi potenti realtà economico-industriali – dove prima c’erano boschi o campi: nessuno ci fa caso, al massimo uno sguardo distratto o un pensiero fugace prima di re-immergersi nel mare del nulla digitale, dove tutti sono (ovvero credono di essere) insieme, ma da nessuna parte, in un nuovo immane non-luogo.
Perché è questo, io credo, il punto: la differenza fra luogo e non-luogo può essere assai labile, trattandosi di situazioni impermanenti e relative. Un luogo è tale perché una comunità, oppure un individuo, ha sviluppato nel tempo legami affettivi con esso, e allora anche un terminal di aeroporto, oppure una scala mobile in un centro commerciale, prototipi del non-luogo secondo Augé, possono assurgere alla condizione di luogo. Analogamente, un’antica piazza, un bosco, una casa in cui si è vissuti a lungo, possono perdere la qualità di luogo se una comunità o un individuo se ne distanzia sempre più, al punto di trovarvisi senza rendersene conto, oppure passivamente, insensibilmente, quando la sua attenzione e quindi i suoi legami affettivi con tali realtà saranno venuti meno.
1 Ammetto di non avere mai letto uno di quei libri ma di essermi fatto un’idea attraverso l’uso che dell’espressione si è fatto e ancora si fa, anche da parte di persone sicuramente autorevoli. È una mia lacuna, dovrei forse colmarla, per evitare di essere impreciso o ripetitivo. Insomma, per evitare di affermare cose che già potrebbero trovarsi nei libri di Marc Augé.
Nata ieri (Born Yesterday) è un vecchio film, l’avevo visto da bambino in televisione. Tutto quel poco che mi ricordavo era legato alla protagonista, Judy Holliday, i suoi atteggiamenti da svampita e quella inconfondibile parlata (nel doppiaggio di Rina Morelli, che pare imitasse bene la voce dell’attrice americana, anche se non ho mai visto quella versione). Il film – rivisto ieri sera – in gran parte regge ancora bene, anche se crollerebbe, o poco meno, senza la protagonista, che è certamente perfetta per la parte (già interpretata in teatro, a Broadway). Lei, Holliday, apparentemente non fa nessuno sforzo, sembra proprio così, svampita e spontanea sempre, tanto è vero che il personaggio le si appiccicò addosso per tutto il resto della carriera. Anzi, due anni dopo l’uscita del film, convocata da una commissione senatoriale (istigata dal famigerato documento Red Channels, pubblicato dal periodico di estrema destra Counterattack) perché sospettata – insieme a, fra gli altri, i più famosi: Orson Welles, Leonard Bernstein, Harry Belafonte, Aaron Copland, John Garfield, Lisa Sergio, Dashiell Hammet, Alan Lomax, Charlie Chaplin… – di “attività anti-americane”, vale a dire di essere comunista1, scelse, con grande intelligenza e spregiudicatezza, di recitare come se fosse davvero Billie Dawn (la nata ieri del film), parlando con lo stesso particolare tono di voce squeaky (stridulo), sgranando frequentemente gli occhi e sorridendo ammiccante spesso e volentieri. Non ho mai potuto vedere una registrazione di quella audizione – ammesso che esista, penso di sì – ma da quanto ho letto lei se la cavò alla grande. Negò di essere mai stata una commie e di aver neppure mai sostenuto certe organizzazioni ritenute, a torto a ragione, comuniste, ma non esitò a dichiarare (un po’ come nel film, quando finalmente apre gli occhi, capisce che razza di uomo è Broderick Crawford e osa fargli una lezione su cosa siano la democrazia e i diritti inalienabili della gente comune e quanto lui sia spregevole) che, pur non avendo niente a che fare con loro, ritiene che gli si debba riconoscere il diritto di pensarla diversamente da altri, riconosciuto dalla Costituzione americana. Insomma, ebbe molto coraggio, dissimulato dietro la maschera dell’oca, la ‘nata ieri’ incolta e superficiale, provocando così spesso simpatia e ilarità fra i presenti all’audizione, compresi i membri della commissione. Tutt’altro che stupida, però, come il film stesso alla fine rivelerà, trionfalmente, quando lei e Paul Verral (William Holden) si libereranno del bieco Harry Brook / Broderick Crawford neutralizzandolo e correndo quindi verso l’agognato matrimonio. Judy Holliday, insomma, uscì vincitrice dalla temuta audizione e pare che dopo non ebbe più fastidi, a differenza di tanti blacklisted da Hollywood, che ebbero la carriera stroncata, oppure dovettero emigrare verso il Regno Unito o l’Europa. Ovviamente l’esperienza le costò in termini di sforzo nervoso, perché dovette essere molto brava per non insospettire coloro che la interrogavano, e soprattutto non irritandoli sentendosi presi in giro. Dopo, parlandone con un amico, un attivista dei diritti civili se ben ricordo, affermò di non essersi affatto vergognata di assumere quella parte; semmai, fu sempre molto fiera del fatto che evitò accuratamente di rivelare i nomi di sospettati di comunismo (“I didn’t name names”), obiettivo precipuo di certe audizioni. Una trappola in cui caddero, per viltà o perfino per canaglieria, non pochi suoi colleghi, o altri esponenti dell’ambiente hollywoodiano (casi emblematici quelli dei registi Elia Kazan e Edward Dmytryk). C’è un momento nel film, verso la fine, quando Billie ha ormai aperto gli occhi e deciso di rompere con il suo ingombrante fidanzato, che già era arrivato al punto di picchiarla per costringerla a firmare certi documenti compromettenti. Finalmente liberatasi di ogni paura e di ogni ritegno, gli grida in faccia “Nazista!”, provocando la sua reazione sgomenta, dato che non riesce a rendersi conto del significato del termine e se si tratti di un insulto. In verità Billie, nella versione originale grida bensì “Fascista!”, epiteto ben più adatto al personaggio, un prepotente e un prevaricatore abituato a soverchiare il prossimo senza disdegnare l’uso della violenza. Eravamo nel 1950, in Italia il fascismo era caduto da sette anni, da cinque si era in una repubblica fondata, anche, sull’antifascismo; eppure, la potente censura italiana, piena di ex-fascisti ricondizionati (per usare un termine molto in uso attualmente), sempre pronta a intervenire per tagliare e, appunto, censurare, spietatamente, non si fece alcuno scrupolo di alterare il dialogo del film. Perché non era ammissibile, già nell’Italia del dopoguerra, nominalmente antifascista, che in un film, sia pure americano, qualcuno usasse il termine per quello che effettivamente è, o era: un giudizio molto severo, anzi un insulto. Ho scoperto questa cosa soltanto dopo aver visto il film, mentre facevo una ricerca su internet per approfondirne la conoscenza. Una scoperta spiacevole, che lascia l’amaro in bocca, ma anche molto istruttiva.
1 In verità erano quasi tutti semmai anti-razzisti, pacifisti, oppositori della Spagna franchista e della bomba atomica, ecc
Chiamate Nord 777 di Henry Hathaway è un film veramente bello. Si può dire che ogni sua immagine – non soltanto ogni sequenza – seppure mostrata sempre con asciuttezza, quasi con understatement, sia intensa e arrestante. Non si indugia nell’effetto, quasi mai, è tutto reale, schietto, diretto. Pur essendo il film abbastanza lungo il suo ritmo è teso, ci sono molte ellissi, di cui il regista (con il montatore) fa un uso eccellente, evitando di perdere tempo mostrando parti della storia che pure sono decisive per il suo svolgimento. Appare al centro dello schermo un’insegna, o una frase scritta sulla macchina per scrivere, a sintetizzare una svolta della vicenda, oppure una fase cruciale, senza far uso di troppe immagini o parole. Ogni oggetto inquadrato, non soltanto le facce degli attori, è pregnante e carico anche di pathos, al punto da inquietare, spesso, chi guarda il film, catalizzando la sua attenzione: un cartello nel parlatorio del carcere, un orologio a muro, il numero sulla porta della falsa testimone, per non parlare dei molti particolari della macchina della verità all’opera sul corpo del recluso (il sempre bravo Richard Conte) mentre viene sottoposto a un difficile e delicato esame della sua affidabilità e sincerità. Per quanto riguarda gli attori, le loro espressioni facciali sono misurate, non si vedono smorfie o strabuzzamenti, proprio perché è piuttosto, e soltanto, il film a contare, il suo ritmo, la sua forza trainante tenuta sempre viva con un serrato e preciso montaggio. Quella di Hathaway è una lezione di regia essenziale, sobria, senza però mai diventare arida, tutt’altro – nonostante il taglio semi-documentaristico, piuttosto in voga in quegli anni. Il film è bensì ricco e vario, pieno di soluzioni intriganti e mai banali, come già i titoli di testa, che scorrono sulle pagine di una specie di block-notes (trattandosi di un film del 1948, è un’idea interessante e innovativa). Ma anche subito dopo, con le strane immagini della Chicago del XIX secolo in fiamme, evidentemente realizzate con dei modelli, ma molto bene, con la città vista dall’alto. Senza soluzione di continuità – mentre una voce fuori campo rievoca i fatti essenziali del film (presentato all’inizio come “Una storia vera”) – si passa a immagini, sempre dall’alto e da una certa distanza, della Chicago attuale, e sono anche queste non banali, semmai misteriose e inquietanti, e rendono bene l’idea dell’estrema durezza della vita lì, come verrà chiaramente fuori durante il film. Poi appare James Stewart, che nella prima parte del film – anche questo è un aspetto insolito del film, e probabilmente avrà preso alla sprovvista i primi spettatori – è davvero piuttosto antipatico, realista fino al cinismo, e si decide ad occuparsi della vicenda di una madre che offre un ricco premio a chi fornirà prove utili a scagionare il figlio e a farlo uscire dalla galera dove langue da undici anni, soltanto dopo molte insistenze da parte del suo direttore. L’evoluzione dell’atteggiamento del personaggio interpretato da Stewart, attraverso un travaglio interiore crescente, che lo porta a mutare radicalmente la sua opinione, è certamente uno dei punti di forza del film. Immagino che vedendo la prima parte del film il pubblico americano fosse rimasto spiazzato e deluso scoprendo nell’attore tanto amato aspetti negativi a cui non era abituato. Poi, piano piano, è come se Stewart tornasse ad essere sé stesso, la persona ben nota, con le sue proverbiali qualità, tanto apprezzate dai suoi affezionati sostenitori. Si potrebbe dire che da un certo punto in poi l’attore esageri perfino un po’, indulgendo nelle ben note mosse ed espressioni, per ridiventare a tutti gli effetti il solito James Stewart – e soprattutto per farlo vedere. Ma sono sfumature tutto sommato trascurabili, è comprensibile che l’attore ci tenesse a riuscire convincente, a farsi riconoscere insomma. Bisogna considerare il fatto che nell’America di quegli anni (fino almeno a tutti i ’50) certi attori, come lui, Henry Fonda, John Wayne e altri, erano in verità delle maschere, nel senso che proponevano sempre la stessa persona, con le stesse movenze ed espressioni e soprattutto le stesse qualità morali. Erano convinti – e con loro gli studios – che fosse di estrema importanza il fatto che il pubblico li riconoscesse sempre, riconoscendosi in loro, nelle loro qualità, ed era un fatto che andava oltre il cinema, sconfinando nella vita reale. Erano infatti personaggi pubblici e in quella società così fondamentalmente puritana dovevano proporsi sempre come eroi, o comunque come figure positive, paladini del bene, pur con qualche trascurabile difetto caratteriale, che gli si perdonava perché faceva parte del personaggio. Per quanto ne so, James Stewart impersonò una sola volta in carriera un personaggio negativo, in un film della serie dell’Uomo Ombra, dove era addirittura l’assassino, smascherato alla fine del film. Ma era ancora molto giovane, doveva ancora forgiare la sua maschera, e credo che quell’occasione sia rimasta l’unica eccezione di tutta una lunga carriera1.
La parte finale è veramente molto coinvolgente, perfino elettrizzante, grazie al lavoro del regista e a quello degli attori, Stewart ma non soltanto lui. Quello che accade davanti ai nostri occhi sfida quasi la verosimiglianza, l’idea di Mc Guire (il reporter impersonato da Stewart) è talmente inusitata da apparire quasi folle ma forse proprio perciò riesce convincente, sia per il pubblico sia per gli altri personaggi all’interno del film. Teniamo ben presente che Call Northside 777 è stato girato nel 1948, poco meno di vent’anni prima di Blow-Up, il grande film di Antonioni. Eppure succede già la stessa cosa: da una foto che parrebbe banale e insignificante, successivi macro-ingrandimenti arrivano a svelare un segreto che vi era celato. In questo caso da circa dodici anni, mentre nel film di Antonioni non erano trascorse che poche ore fra il momento in cui la foto fu scattata e quello in cui l’ultimo, fatale ingrandimento ci mostra la verità nascosta, pur essendo sempre stata lì, di fronte ai nostri occhi (e a quelli di David Hemmings, soprattutto).
1 Non tutti i grandi divi di Hollywood fecero questa scelta, quantomeno non in maniera così drastica. Humphrey Bogart, se pure apparve sempre in parti di duro, però affascinante, qualche (rara) volta ne fece di negative, di gangster spietati e brutali. Cary Grant, anche se era sempre riconoscibile alla prima occhiata (stessa pettinatura e stesso aspetto fisico per decenni) fece anche, di quando in quando, personaggi non così positivi, e comunque una certa ambiguità traspariva sempre dalle sue espressioni, era anzi un po’ la sua cifra. Ma così altri, e lo stesso Fonda, già anzianotto, con Sergio Leone interpreterà per la prima volta un personaggio negativo a tutto tondo. Il caso di Stewart è davvero particolare, credo, proprio perché ci teneva a non deludere mai il suo pubblico, perciò non rischiò praticamente mai. E questo è forse stato il suo vero limite in quanto attore, peraltro sicuramente bravo.
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