La città è una trappola, strutturata attraverso i luoghi e le scadenze, che si ripetono, inesorabilmente, di anno in anno, e ad ogni luogo corrispondono una o più scadenze. Si fa una certa cosa qui, un’altra là, in quel certo giorno dell’anno, poco prima poco dopo. Per chi vi abita, il tempo che si vive al suo interno è un’astrazione alienante che viene subita senza soluzione di continuità e plasma la vita fisica e quella mentale di colui o colei, alla lunga annichilendoli. Spostarsi al suo interno, per andare da un luogo a un altro, è scomodo, sia che si usi un mezzo di trasporto sia che si vada a piedi. E comunque non può mai essere uno spostamento libero, soprattutto se si usa un’auto, troppe sono le limitazioni, troppi i divieti che si rischia, spesso inavvertitamente, di violare, venendo perciò puniti. Ma anche a piedi, ci sono i semafori da rispettare, e attraversare le strade è sempre pericoloso, impossibile distrarsi; oltre alle auto, biciclette, scooter e monopattini elettrici arrivano da tutte le parti. Ci sono una moltitudine di regole, per lo più neppure scritte, alle quali si deve, tassativamente, imparare ad obbedire; ciò che vale per ogni attività che si compia, anche le più ordinarie e banali, come appunto una semplice passeggiata. Ogni incontro casuale, poi, può rappresentare un potenziale pericolo, perfino di facce note, apparse senza preavviso, inaspettate, si è portati a sospettare, improvvisamente sembrano appartenere a sconosciuti. A tutto questo schifo la gente che vive in città si abitua, attraverso un processo di mitridatizzazione che riesce ad alleviare il peso (e perfino la percezione) della pena, auto-anestetizzandosi e convincendosi, con cieca ostinazione, di starci bene, in città, perché “non manca niente” e “si possono incontrare tante persone”. Anche se l’aria è spesso irrespirabile, il rumore continuo e quasi insopportabile, il traffico nelle strade sempre caotico.
La città è una trappola.