Nell’estate del 2007, mentre mi trovavo in Australia, nello stato del Victoria, estemporaneamente, durante un’escursione ‘fuori porta’ con mia figlia, decidemmo di fare una diversione verso Hanging Rock, dopo esserci resi conto che non era troppo lontano da dove ci trovavamo. È il luogo in cui vennero girate tutte le scene cruciali di Picnic a Hanging Rock, di Peter Weir, del 1975, uno di quei film in cui il ruolo del luogo in cui vengono girati è fondamentale e insostituibile. Arrivando dal ‘bush’, la sagoma del gruppo roccioso – un’isolata sporgenza nella pianura – si stagliava abbastanza nettamente all’orizzonte, ma avvicinandosi sempre più era inevitabile provare una certa delusione, scoprendo che il luogo – posto all’interno di un piccolo parco – ha un’elevazione rispetto al suolo davvero modesta, di circa un centinaio di metri, e alquanto ridotte sono anche le sue dimensioni generali. Una volta lassù, percorrendo i sentieri fra le rocce, forse per suggestione (chi ha visto il film mi potrà capire) oppure per qualche motivo reale, a un certo punto, sia pure per pochi secondi, un minuto al massimo, ebbi la netta sensazione, piuttosto sgradevole, di essermi perso. È una cosa assurda, trattandosi ormai di un luogo molto addomesticato, e per di più, come ho detto, di dimensioni assai modeste. Eppure successe, me ne ricordo ancora abbastanza bene, anche se durò pochissimo, e dopo ne parlai a mia figlia sorridendo, per ‘sdrammatizzare’.
Un altro luogo molto forte, determinante per la storia narrata nel film, è la fortezza Arg-e Bam, in Iran, dove nel 1975 venne girato Il Deserto dei Tartari, di Valerio Zurlini. ‘Impersona’ la fortezza Bastiani del libro di Dino Buzzati, in un modo così icastico che chiunque leggerà il libro dopo aver visto il film non potrà fare a meno di rivederla davanti a sé, mentalmente. Jaques Perrin, che era il produttore del film oltre ad interpretare il protagonista, il tenente Drogo, cercò a lungo il luogo che potesse apparire nella pellicola, e se non ci fosse riuscito – anche per la risolutezza al riguardo di Zurlini – il film stesso non sarebbe stato girato, tanta era l’importanza di questo elemento. Lì non ci sono mai stato, purtroppo, e dubito fortemente che ci andrò mai. Innanzitutto, un terrificante terremoto, nel 2003, distrusse la fortezza e la città sottostante; entrambe vennero poi in gran parte ricostruite in anni recentissimi, ma ovviamente il luogo non è più quello, sia pure formalmente identico, o quasi. È quanto meno possibile che sia anche diventato una specie di attrazione turistica, ciò che sarebbe determinante per dissuadermi dal proposito di andare a visitarlo in cerca dell’atmosfere del film di Zurlini, che presumo sia ormai del tutto svanita, e irrecuperabile.
Non sono neppure mai stato a Maryon Park, il parco di Londra in cui venne girata la parte più importante, quella decisiva, di Blow Up, di Antonioni, nel 1966. È quella in cui David Hemmings si inoltra nel parco per fare una passeggiata e svagarsi dal suo lavoro di fotografo di moda; però portando con sé l’inseparabile Nikon F. Con la quale scatta una serie di fotografie a una coppia di sconosciuti amanti sorpresi in una radura a qualche decina di metri da lui. Come sa chiunque abbia visto il film, un delitto ha luogo davanti ai suoi occhi (e all’occhio della fotocamera, soprattutto), anche se lui se ne renderà conto soltanto ore dopo, ingrandendo moltissime volte uno scatto in cui si intravede il corpo senza vita dell’uomo a terra, presso un cespuglio.
Mi è stato detto che il parco è sempre uguale a come era allora, o quasi uguale, come può succedere a Londra, dove certe cose vengono conservate pressoché intatte per molto tempo. Chissà se ci andrò una volta o l’altra. Non essendo mai stato a Londra in vita mia, se ci andassi sono sicuro che non perderei l’occasione.

Ci sono diversi film di Antonioni (che ha sempre girato in esterni, e il paesaggio ha una parte fondamentale in tutti i suoi film) nei quali appare un luogo ‘forte’. Però finora non ne ho mai potuto visitare nepppure uno, pur desiderandolo. Ognuno di questi luoghi partecipa alle fasi cruciali di ciascun film, che è stato girato lì e molto difficilmente quelle particolari sequenze avrebbero potuto avere luogo altrove. Uno di essi è il villaggio di Vera, in Almeria, che compare alla fine di Professione: reporter. È la straordinaria sequenza in cui udiamo, senza vederla, l’uccisione del personaggio interpretato da Jack Nicholson, con la mdp che lentamente, dopo aver distolto lo sguardo dalla stanza in cui avviene il delitto, esce, proprio fisicamente, nello spiazzo accanto all’albergo, dove diverse persone del tutto ignare fanno cose molto ordinarie, cose di tutti i giorni, contemporaneamente all’uccisione di un uomo, lì in quella stanza d’albergo, a pochi metri da loro.
Sono invece stato, per tre volte nella mia vita, molti anni fa, a Stromboli, dove Rossellini girò il celebre film omonimo, nel 1949, con Ingrid Bergman protagonista. Ho quindi visto, più volte, la casa rossa (unica, allora, su un’isola dove le case erano tutte bianche di calce) al centro del paese dove Ingrid soggiornò (presumibilmente con Rossellini, anche se si erano da poco conosciuti ed erano entrambi sposati) durante le riprese. Credo sia una delle pochissime a due piani, ciò che la distingue, oltre al colore dei muri esterni. Amici che avevano una casa lì sull’isola mi dissero che molti anni dopo l’uscita del film ne venne organizzata una proiezione all’aperto, credo proprio nei pressi della casa rossa. Molte delle persone che parteciparono come comparse a Stromboli erano ancora vive e durante la proiezione, a voce alta, gioiosamente, si indicavano ad ogni loro apparizione sullo schermo, e facevano lo stesso anche vedendo apparire altri, loro conoscenti o amici, o parenti.
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