Un film quasi dimenticato di David Lean

The Sound Barrier, del 1952, è un film di aviazione (un sottogenere, incluso nel grande genere dei film di guerra – e qui in effetti la vicenda ha inizio quando la II Guerra Mondiale non è ancora finita) che alla sua uscita nelle sale ebbe un notevole successo, sia di pubblico sia di critica. In seguito venne dimenticato, è infatti quello di gran lunga meno citato e considerato della relativamente vasta produzione di Lean e visto oggi appare molto datato1. È soprattutto un film sulla ‘inglesitudine’, cosiddetta, sui suoi valori, che da allora sono alquanto cambiati, o quantomeno non sono più così dominanti come in quell’epoca. Ad esempio, lo spietato e lugubre padre-padrone, un industriale aeronautico interpretato da Ralph Richardson, che con aplomb molto ‘british’ manda verso una morte tutt’altro che inevitabile prima l’unico figlio maschio, poi il genero, a cui aveva espressamente offerto il posto di pilota-collaudatore, perché guidasse i suoi prototipi a reazione in una folle corsa verso il superamento della “barriera del suono”. Fra le altre sue ‘gesta’, la scarsa considerazione, a malapena dissimulata, nutrita per la figlia, persona intelligente e con tendenze, sia pure sempre soffocate, all’indipendenza e al distacco dalla personalità autoritaria e tossica del padre, che peraltro, dichiaratamente, ammira come uomo, per come fa il suo lavoro (una specie di ‘sindrome di Stoccolma’ ante-litteram la sua, verrebbe da dire). Un esempio della miseria umana dell’industriale si vede ben presto nel film: il fragile figlio Chris, che ha paura di volare ma non osa disobbedire al padre che lo vorrebbe veder ricalcare le sue orme, magnate di una grande industria aeronautica e provetto volatore in gioventù, compie il suo primo volo ‘solo’, come prova per poi arrivare al brevetto, sotto gli occhi spietati del padre, appunto, quelli trepidanti della sorella, conscia e presaga, e quelli disinteressati del marito di lei. A seguire la prova, all’aeroporto, c’è anche il suo istruttore, e si capisce bene dalla sua evidente ansia che si aspetta il peggio, consapevole dell’inettitudine al volo del giovane. Che non è in grado di controllare l’apparecchio, un biplano piuttosto lento, così si schianta al suolo e rimane intrappolato nell’aereo che prende fuoco, lasciandoci la pelle. Il primo commento del padre, pochi secondi dopo l’impatto, è che “avrebbe dovuto spegnere il motore prima di cadere al suolo, un errore veramente stupido”, o roba simile. La figlia, sconvolta, lo guarda attonita, ma non osa dire una parola. Dopo il funerale, nella generale atmosfera mesta, il padre, questa specie di mostro da film horror (sospetto che Richardson ne fosse consapevole e calcasse la mano in questo senso) si accorge di una voluminosa scatola impacchettata, appena consegnata, che evidentemente stava aspettando. Così si stacca dal triste gruppetto – figlia, genero e qualche altro congiunto o amico – per dirigersi verso la scatola e aprirla in tutta fretta, con mal dissimulata bramosia. Ne trae quindi fuori il modellino di un aereo a reazione, quello che servirà per gli esperimenti di velocità, e tenendolo in mano lo alza verso il cielo – si trova davanti a una finestra – e ci gioca come farebbe un bambino, in silenzio, sognando i voli che farà il prototipo una volta realizzato. In un amen ha elaborato il lutto per la morte del figlio, evidentemente mai calcolato più di tanto, pavido e insicuro com’era, e soprattutto sensibile, in un modo quasi femminile, mentre la sorella ha caratteri, anche fisici, piuttosto mascolini2.
Dopo una scena simile, uno si aspetta che il film proceda nella progressiva messa a nudo del carattere prevaricatorio e spietato di quest’uomo, con relativa presa di distanza della figlia, e magari il nascere di qualche sospetto nel genero 3. Macché, lei continua a soffocare dentro di sé la sacrosanta ribellione all’autorità paterna, mentre suo marito (figura sconcertante, una specie di alter ego del padre, però sorridente e affettuoso, mentre quello è tetro e distante) accetta con entusiasmo la proposta del vecchio, ignorando le perplessità della moglie, che forse ha già intuito come andrà a finire. Qui cominciano a rivelarsi gli intenti precipui degli autori, soggettisti e sceneggiatori e dello stesso Lean: un’apologia di certi ‘valori’ inglesi, lo spirito di sacrificio dei sudditi portato fino al suicidio, la cieca obbedienza all’autorità patriarcale, colui che deve guidare la comunità verso il futuro, a qualsiasi costo, per ottenere la salvezza (nella Battle of Britain, ad esempio) e poi la gloria (con la vittoria nella II Guerra appena conseguita, agendo spesso con la stessa spietatezza del III Reich, deliberatamente).
Per quanto riguarda il pilota, marito della figlia dell’industriale, egli non è da meno, a modo suo, nel mostrare, sia pure in modo ben dissimulato, all’inglese, lo scarso rispetto dei diritti della moglie, prendendo decisioni importanti senza tener conto più di tanto del suo parere. Prima cede facilmente – ma lo si può capire, la guerra era finita da un pezzo, qualcosa doveva mettersi a fare – al suocero accettando la sua proposta di diventare pilota collaudatore con il rischiosissimo (proprio per lui, non certo per l’industriale, e neppure per il progettista) compito di portare il velivolo oltre la fatidica barriera del suono, e procedere così nella cieca e spietata, nondimeno ottusa, corsa “verso il progresso”. Ovvero, nella cruda realtà, per superare le fabbriche concorrenti, De Havilland e Vickers, a loro volta impegnate nello stesso progetto. Tony, il pilota, ignora i fondati dubbi della moglie, la quale, patendo l’autorità del padre, quanto meno vorrebbe trasferirsi in una casetta tutta loro, anziché rimanere nella grande dimora paterna. Lui, sia pure con modi cortesi e un po’ ipocritamente affettuosi, si oppone, le dice che lì in fondo non si sta male, e poi c’è il caro suocero, suo principale… E ignorerà poi le ancor più fondate paure della stessa che gli chiede, lo scongiura – sia pure all’inglese, con dei giri di parole e senza trascendere – di abbandonare quel pericoloso impiego, soprattutto ora che è entrata nella cosiddetta ‘dolce attesa’. Ma deve subire il suo rifiuto – anche in questo caso opposto nei modi più ‘soft’, all’inglese insomma – e si trova costretta, per non udire il rumore dell’aviogetto impegnato nei test, ad andare ogni volta in un cinema, una specie di innocua droga, il massimo che le sia possibile fare, tanto lui è irremovibile e sordo alle sue accorate preghiere.

A proposito di quel rumore, all’inizio del film, mentre i due, appena sposati, stanno andando a incontrare il padre di lei nella sua fabbrica, passando in auto accanto a dei grandi capannoni lo odono distintamente, ne sono molto colpiti, lei apparentemente turbata, lui entusiasta (“il più bel suono che abbia mai udito”, dice con gli occhi luccicanti). In verità, ha ragione lei a inquietarsi, presentendo la tragedia futura, e inevitabile. Ma per noi stessi – almeno per il sottoscritto è così – quel rumore acuto e sibilante è tutto meno che piacevole, semmai sinistro, sovrastando il paesaggio con il suo altissimo e penetrante volume. Il progettista è elusivo, non dice ancora di cosa si tratta, definendo la cosa “top secret”, e attizzando così ancora di più la curiosità del pilota, che comincia qui a manifestare segni indubbi di una certa ingenuità, se non dabbenaggine. E infatti sarà sempre più manipolato dal padre di lei, che già pochi minuti dopo, quando trovandosi i due nei pressi di uno di questi motori a reazione in funzione, gliene mostra con orgoglio infantile le caratteristiche e a un certo punto – con un piccolo colpo di teatro – estrae un fazzoletto che viene subito risucchiato dal motore, suscitando stupore e ammirazione nel pilota, ormai irretito. Si nota anche qui come il vecchio, pur preda del suo delirio positivista, abbia un rapporto ludico con il suo lavoro, ci si diverte moltissimo, proprio come un bambino.

Il film procede ancora a lungo attraverso successivi momenti drammatici, fino alla tragedia. quando il pilota si sfracella al suolo col suo aereo dopo l’ultimo folle test di velocità. La figlia, dopo aver partorito, finalmente si distacca dal padre-mostro; prima si stabilisce presso una coppia di amici e poi decide di andare a Londra per conto suo, proprio per sottrargli almeno il figlioletto, che con un nonno simile è già un piccolo dead man walking. Glielo comunica con fermezza e perfino con una certa crudezza, seppure temperata dalle solite buone maniere ‘british’. Era ora, si pensa con sollievo, è stata dura ma ce l’ha fatta, e noi con lei. Niente da fare, tutto invano, dopo una curiosa e alquanto improbabile scena-madre, durante la quale, nell’ufficio del padre, assistono in remoto – ascoltando il nuovo collaudatore che ne fa la cronaca diretta – all’ennesimo terrorizzante test, che stavolta, grazie a uno stratagemma, quasi insperatamente ha successo. Lui intanto, abilmente, ha potuto mostrarle la sua intensa, silenziosa partecipazione e la sua forte preoccupazione, lei ingenuamente ci casca e cambia idea. Rimarrà nella casa paterna con il figlio, ha capito infine la natura fondamentalmente positiva dell’uomo e del suo progetto, praticamente gli chiede scusa, ciò che lui non ha mai fatto con lei, ci mancherebbe, è un padre-padrone, inglese per di più, ha sempre ragione lui e non deve chiedere scusa a nessuno.
Un finale osceno, perfino più irritante che deludente, che mi ha lasciato con l’amaro in bocca e la sensazione di essere stato preso per i fondelli dall’ineffabile Lean. Che sembra proprio voler legittimare il comportamento dell’industriale, perdonandogli ogni malefatta – tutte compiute in nome di un ideale superiore, ‘il fine giustifica i mezzi ’– a cui peraltro ci ha fatto assistere, indifesi e impotenti, per poco meno di due ore. La stessa musica di commento, insopportabile per la sua reboante retorica, aumenta di volume nell’ultima sequenza rincarando vieppiù la dose, già cospicua, di ipocrisia.

Barrier of Sound è posteriore di sette anni a Brief Encounter, che avevo apprezzato molto, rimanendone sorpreso quando lo guardai, arrivandoci peraltro con qualche prevenzione. Devo dire che dopo aver visto questo deprimente film del 1952 mi sono posto qualche domanda su David Lean, se ripenso velocemente a tutti i film suoi che ho visto nel corso degli anni, iniziando con Il ponte sul fiume Kwai, quando ero un bambino, al cinema con i miei genitori (quanto mi era piaciuto!). Anche nel bel film con Trevor Howard e Celia Johnson, si intravede un certo moralismo, e dopo aver seguito quella meravigliosa storia di amore platonico si deve incassare l’assurdo sacrificio (rieccoci, la parola) dei due, soprattutto di lei, che sicuramente pagherà con una vita di rimpianti e frustrazione quella breve pausa felice. Ma certo, è una ‘british’, si deve sacrificare, la guerra è finita da pochi mesi, non è che ci mettiamo subito a fare baldoria. Sacrificio anche nel Ponte, da parte del personaggio interpretato da Alec Guinness, impastato di caratteristiche peculiarmente inglesi, che alla fine ha la percezione del suo errore – sia pure fatto in buona fede – e si riscatta, proprio all’ultimo secondo, diventando così un eroe. Anche lì emerge quella certa ipocrisia, come altrove la sofferenza morale accuratamente nascosta, allo stesso modo dei sentimenti, l’obbedienza ai capi sempre e comunque, senza esitazioni né discussioni, le buone maniere trionfanti anche quando c’è di mezzo un morto, tuo figlio o tuo genero, delle cui vite hai disposto con noncuranza, come si trattasse di giocattoli.
Insomma, da ieri sera sono diventato molto sospettoso nei confronti del cinema di questa regista così tipicamente, anzi sfacciatamente inglese.

1 È quantomeno plausibile che nel 1952 la lunga onda della retorica bellica, che ancora pervade questo film, non avesse esaurito la sua forza e la sua capacità di persuadere le masse, mentre già una decina di anni dopo un certo scetticismo cominciò a diffondersi, fino ad esplodere nelle rivolte giovanili della fine degli anno ’60.

2 Nel film si allude, molto vagamente, a questo scambio di ruoli biologici, come se lei, Sue, figlia maggiore, fosse un po’ il vero maschio – il padre ne aspettava uno e rimase deluso nel veder nascere una femmina – e lo sventurato Chris, venuto dopo, avesse piuttosto caratteristiche femminili, quali lo scarso coraggio, la fragilità emotiva, l’indeterminatezza e soprattutto nessuna attitudine al volo; caratteristiche tutte assenti, in varia misura, nella sorella.

3 Una scena davvero curiosa e intrigante quella di fronte alla finestra, aliena rispetto al resto del film, e ripensandoci parrebbe contraddire il finale, molto indulgente bei confronti del personaggio, pure troppo. Chissà, forse Lean e gli altri autori non erano così sicuri su quale traiettoria dargli, persistendo fin quasi all’ultimo nel mostrarci i suoi aspetti negativi per poi fare dietrofront alla fine e assolverlo, se non addirittura farne l’apologia. Non so dare una risposta a questa ipotesi.

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