Una disavventura di Andrea Se Chirico

In una nota Pinacoteca torinese, sita all’interno di un vasto centro commerciale, cosiddetto, che occupa con le sue configurazioni piranesiane una parte cospicua degli spazi dove avevano luogo le attività produttive di una nota marca di automobili del secolo scorso, è stata appena inaugurata una mostra di Alberto Savinio. Ho deciso di andare a visitarla, attratto pressoché irresistibilmente da un nome che per me ha contato molto, in un periodo cruciale della mia vita, molti anni fa. Di Savinio avevo acquistato e letto molti libri, tutti quelli che si potevano reperire a quell’epoca, quando l’interesse per la sua opera multiforme era alquanto labile, non sorprendentemente. È difficile, infatti, immaginare che un approccio come il suo, leggero ancorché profondo, ironico e colto, possa, già allora ma ancor meno oggi, incontrare il favore di un pubblico che non sia piuttosto esiguo e refrattario alle lusinghe del gusto corrivo, della volgarità e degli ‘effetti speciali’ applicati a un po’ tutte le forme di espressione artistica.
Del suo versante pittorico mi interessai in minor misura e conoscevo quasi soltanto le opere utilizzate per le copertine di buona parte dei suoi libri; grandi mostre sue ce ne saranno forse state, anche se io non ne avevo mai vista una, soltanto qualche quadro emergente di quando in quando all’interno di collezioni museali. Peraltro, Savinio iniziò tardi a dipingere con regolarità, probabilmente perché voleva sottrarsi al rischio del confronto con il fratello Giorgio De Chirico, autore di un’opera pittorica ben più vasta, a partire dal 1910, a sua volta scrittore, sia pure occasionalmente e sempre in maniera allusiva alla sua pittura. Lui, Andrea De Chirico detto Alberto Savinio, divenne (anche) pittore molti anni dopo il fratello, forse quando capì di poter creare opere che pur richiamando, inevitabilmente, quelle del fratello, se ne distinguevano, a un occhio un minimo attento, per certi aspetti, soprattutto per l’approccio meno grave, decisamente più ironico (laddove nei quadri di Giorgio l’ironia è invece del tutto assente), spesso ammiccante verso l’osservatore.
Orbene, la mostra visitata l’altra sera presenta diverse opere, comprese quelle a me già note, si visita in un tempo relativamente breve ed è appagante, un caso raro, in questi tempi, di proposta artistica che non miri a un facile effetto sconcertante (quante volte si legge o si sente dire la parola-slogan “provocazione”) e non ostenti forme debordanti e impudiche dai colori squillanti o deprimenti, a seconda, ma sempre aggressivamente, come se l’autore volesse dominarci, da padrone a schiavo, per intenderci. Analogamente alle sue opere letterarie, la pittura di Savinio è amichevole, spesso ti sorride o ti fa sorridere, mai banailmente in entrambi i casi.
Purtroppo, l’occhio mi cadrà poi, inevitabilmente – dopo avere scansato i cartelloni zeppi di di date nella prima sala della mostra – sulla ‘brochure’, cosiddetta, che una mano decisa, sia pure cortese (il tipo è comunque stato pagato per farlo, si deve pur mangiare) mi aveva appioppato all’entrata, senza neppure una parola, che so, qualcosa come «posso darle questo libretto informativo?»1. Essa contiene, appunto, informazioni sulle varie iniziative disponibili al momento lì, la prima delle quali, ovviamente, è la mostra di Savinio, il progetto forse più impegnativo, un po’ il fiore all’occhiello. Sono poche righe, ma dense, ahimè, per il solito malvezzo di imbottire certi testi con il maggior numero possibile di ingredienti, per “spiegare” al pubblico cosa si sta preparando a vedere, ovvero per istruirlo, il che vale a dire catechizzarlo. Ebbene, in chiusa di quel testo “informativo”, si coglie una sconsiderata affermazione, forse tenuta per la fine in modo da rimanere impressa più delle altre, così come di un film rimane spesso impressa la sequenza, o l’inquadratura che lo chiude. “L’universo dell’artista […] anticipa temi della cultura contemporanea, prefigurando la ricombinazione digitale delle immagini e dell’intelligenza artificiale [sic!] e interrogando nozioni quali originalità e autorialità, eccetera”.
Non si è potuto esimere, l’autore (o autrice, cambia poco, anzi nulla) dallo sferrare la zampata dell’idiota inconsapevole di esserlo che prende come una missione la pratica della attualizzazione di cose appartenenti al passato, che non vengono osservate e considerate soprattutto alla luce del tempo in cui furono create, no, ma devono bensì essere estratte a forza dalla loro epoca e buttate qui davanti a noi, sullo schermo livido di un computer oppure, ben più spesso, ahinoi, di uno ‘smartphone’, affiancate a qualsiasi bruttura (ce ne sono a miliardi) usuale nella nostra epoca ultra-superficiale. Insomma, normalizzate, perché questa è la missione, si deve normalizzare tutto, buttare ogni cosa nel calderone dell’attualità, cosiddetta2. Ma cosa c’entra mai, porcaccio giuda, Savinio con l’intelligenza artificiale, come hai potuto tu ignoto propagatore, o propagatrice, della volgarità e del conformismo imperanti, accostare due termini inconciliabili, che si trovano agli antipodi? Con un minimo di attenzione in più, e di cura, soprattutto di rispetto per l’opera di un artista scomparso da più di settant’anni, avresti potuto approfondire la tua ricerca (figuriamoci, ricerca… ma facciamo finta che) esplorando il contesto artistico e culturale di quel periodo, quando l’uso spregiudicato, soprattutto libero, delle immagini, prendendole da ogni contesto, anche da quello ‘ordinario’ dei giornali o delle réclamés, era già stato fatto spesso e volentieri dagli artisti di Dada, perfino dai Cubisti e dagli stessi Metafisici, e poi dai Surrealisti, fino a, nel secondo dopoguerra, New Dada e Pop Art. No, bisogna attualizzare, cacciare a forza l’opera di uno spirito elevato, libero e indipendente, nella melma dell’attualità, appiccicandogli concetti e idee che gli sono del tutto estranei e che soprattutto la volgarizzano togliendole forza e oscurando la sua autentica originalità. Non è un peccato veniale, tutt’altro, perché è assolutamente certo che da ora in poi il 99% degli addetti alla comunicazione, operanti in tutti i meandri della rete internet, prenderà compulsivamente ad appropriarsi, con il temibile strumento del copia-e-incolla (quasi un’arma impropria), di quella frase e la rilancerà in modo continuativo, ad oltranza e spensieratamente, cosicché chiunque, capitando mentre scorre frenetico lo schermo della sua adorata scatoletta portatile su quel nome, Alberto Savinio, leggerà la diabolica, definitiva frasetta: “artista che prefigurò nella sua opera la ricombinazione digitale delle immagini e dell’intelligenza artificiale”. Una bestialità, che già avrà attecchito, come un parassita invisibile ma micidiale, nell’amorfa e inerme massa cerebrale di più di un visitatore della mostra.
È veramente troppo, il mio caro vecchio amico Andrea De Chirico. alias Alberto Savinio, non merita un trattamento simile.

1 In verità, quella sera mi ero limitato a metter via il librino nella mia borsa, senza leggerlo, senza neppure sfogliarlo – per mia fortuna, perché così il mio umore durante la visita della mostra non è stato irreparabilmente guastato. Soltanto in seguito, un mattino poco dopo la colazione, mi è capitato fra le mani e ho letto, distrattamente, quella breve nota informativa.

2 Mi sovviene un altro caso, risalente ad alcuni anni fa, di questa pervicace e perniciosa attitudine a vedere “prefigurazioni” di sorta ovunque, in modo del tutto insensato. In una mostra alla Galleria Sabauda in cui ad opere del passato si accostavano interventi di artisti ‘contemporanei’, cosiddetti, qualche demente, aizzato, è lecito immaginare, dall’entusiasta curatrice del progetto, aveva osato, grazie a uno strumento, abusato, di manipolazione delle immagini digitali, sostituire a un libretto tenuto in mano da una dama, credo ottocentesca, niente meno che uno ‘smartphone’. Non occorrono commenti.

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