La luce del giorno

Nelle stanze, non molto grandi, all’interno di un’antica casa in uno sperduto paesino del Monferrato che pare fuori dal tempo, si entra direttamente dalla strada. Che è deserta e silenziosa, auto non ne passano, ci sono soltanto due ragazzi seduti fuori, di fianco all’ingresso. Accolgono i visitatori con un sorriso e un’informazione preziosa, «Si può salire al piano sopra, ci sono cose anche lì». I locali, in cui sono state collocate alcune opere d’arte, sono deserti come la strada e altrettanto silenziosi, li percorro quasi in fretta, devo ancora capire bene dove mi trovo e cosa sto facendo lì. Il viaggio per arrivarci è stato abbastanza lungo e un po’ difficoltoso nell’ultima parte, quando mi sono dovuto fermare ed entrare in un bar per chiedere informazioni su che strada fare. Salendo per una scala assai ripida, fortunatamente affiancata su un lato da un mancorrente, raggiungo il piano superiore. Lì c’è Clepsydra, appoggiata su una mensola accanto a una fotografia: una piccola scultura grigia con venature bianche, la cui forma, pur ricordando quella di una clessidra mostra anche tratti antropomorfi, piccole sporgenze apparentemente femminee. Nella stanza successiva, su un basamento, due sculture molto diverse fra loro; la mia attenzione è soprattutto attratta da quella a sinistra, Ut sol…, in agata italiana, più grande dell’altra, e trattata molto diversamente. È una figura di uomo seduto, ma scomodamente, con la testa piegata verso l’alto, verso una finestra da cui proviene copiosa la luce del giorno. Girando intorno alla figura per osservarla più accuratamente, noto che i suoi arti destri, braccio e gamba, sono stranamente incurvati (e il piede è innaturalmente piegato), più distesi invece i due sinistri: il braccio è completamente disteso, la mano larga poggia a terra, tutto il braccio sembra una colonna che regge la figura bilanciando con la sua dirittura gli atteggiamenti contorti degli arti di destra. È come se la figura fosse sottoposta a due opposti impulsi contemporaneamente, uno verticale e uno orizzontale. Cerco di capire da dove sarebbe meglio guardarla, seppure, essendo una scultura a tutto tondo, non ci dovrebbe essere un solo punto di vista. All’improvviso, mentre mi sposto lentamente alla ricerca del ‘punto giusto’, sento un ronzio che mi è familiare e guardando verso il basso scorgo un eterottero (la cosiddetta ‘cimice asiatica’): dopo un breve volo si è posato sul pavimento, però maldestramente, toccando terra sul dorso, le zampe che annaspano nel tentativo di recuperare la giusta posizione, appoggiandole sul pavimento. Quei gesti durano pochi secondi, io li seguo con attenzione, pur essendomi ben noti (questi insetti abbondano ovunque in campagna in questa stagione, quasi ogni giorno me ne trovo almeno uno in casa). Quando alzo lo sguardo mi accorgo di trovarmi in una posizione dalla quale posso vedere la scultura di profilo, e subito capisco che quello è il punto di vista migliore: la figura appare leggera, la luce del sole, proveniente dalla finestra (a cui si rivolge come farebbe una pianta in crescita), la illumina in modo tale da farla sembrare trasparente in alcune sue parti, e il suo naso addirittura risplende. Sorprendendo me stesso, faccio una cosa che non mi è abituale, o che comunque non faccio più da molto tempo. Non ho con me una fotocamera, soltanto il mio vecchio telefono cellulare, che scatta immagini a bassa qualità, molto piccole. Decido comunque di scattarne qualcuna, per imprimermi nella memoria la scultura vista di profilo, la testa piegata verso l’alto, il naso che sembra emanare una propria luce. Ne faccio forse sei o sette, poi decido di tornare nella prima stanza, per rivedere la piccola scultura grigia, che ora mi appare un po’ meno interessante, impressionato come sono dall’altra, la figura seduta. Che ritorno a guardare ancora una volta prima di andarmene da lì, e appena entrato nella stanza mi avvedo che a terra, proprio dove l’avevo visto pochi minuti prima, c’è sempre quell’insetto, ora però del tutto immobile. Devo averlo schiacciato mentre scattavo le foto, senza accorgermene.

Al ritorno, sulla stessa strada percorsa all’andata, quando avevo incrociato pochissime auto, senza vedere quasi nessuno in giro, improvvisamente scorgo nello specchietto retrovisore una grossa moto che sbuca velocissima da una curva, una delle tante; alla sua guida un uomo con casco integrale in testa, inconoscibile. Mi raggiunge in pochi istanti superandomi di slancio, subito seguita da un’altra, e poi ancora, due, tre, cinque, tutte altrettanto veloci, guidate da uomini (o donne) con in testa un casco integrale, alcune sfiorando lo specchietto retrovisore sinistro della mia auto. Il rumore prodotto dai motori a due tempi è fortissimo, quasi assordante. Nel giro di un minuto circa saranno passate forse una cinquantina di moto, una dietro l’altra, mentre io, che avevo rallentato fin quasi a fermarmi, stavo il più possibile vicino al margine destro della carreggiata, per non non intralciare la loro corsa. Dopodiché, sono sparite nel nulla da cui erano uscite poco prima.

Scritto il 3 ottobre 2026 e modificato nei giorni seguenti.

(le sculture descritte nel testo sono di Paolo Piscitelli)

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