“Il titolo della mostra [Carne da cannone] fa riferimento a corpi sacrificabili, a una materia destinata a essere consumata da un sistema più ampio. Nello slittamento dal campo militare alla dimensione visiva e simbolica, le immagini di B. si trasformano in munizioni di denuncia di un presente violento e opprimente: compresse, cariche, pronte a detonare sulla superficie della tela, in un’esplosione non solo formale, ma anche emotiva e politica. Un eccesso che rifiuta la compostezza.
La sua pittura, ricca e traboccante, è spesso contraddistinta da una travolgente densità visiva e si sviluppa sia sul fronte che sul retro dei sottili tessuti che utilizza come base [?], moltiplicando le possibilità espressive e i livelli di lettura. Combinando riferimenti iconografici della cultura alta e di quella popolare, estratti di letteratura, fumetti, giornali, canzoni e messaggistica istantanea, l’artista trasforma lo spazio del quadro in un luogo pullulante e ossimorico, un labirinto semiotico in cui immagini, parole e simboli apparentemente incongruenti coesistono liberamente come in un flusso di coscienza.”
Dal comunicato stampa diffuso da una nota fondazione artistica per pubblicizzare (non potrei trovare un termine più appropriato) la mostra di una giovane pittrice. Il cui nome, per delicatezza e discrezione, ho espunto dal testo, conservandone la sola lettera iniziale. Ho portato io stesso in corsivo (per rappresentare il mio sconcerto e/o la mia inadeguatezza a comprenderne il senso) alcuni passaggi del comunicato, in parte gli stessi che nel testo originale appaiono in grassetto. Lascio ogni eventuale commento al lettore.