
La sera del 16 febbraio scorso, su un grande prato in leggera pendenza, in una località chiamata Stallè, grossomodo sul confine fra i comuni di Luserna San Giovanni e Angrogna, diverse centinaia di persone di tutte le età (molti i bambini) si sono riunite, a partire dalle 19 circa, intorno a un grande falò1(così viene chiamato da quelle parti), una sorte di covone costituito da rami e sterpaglie ammucchiati nei giorni precedenti intorno a un palo alto circa 6 metri. Alle 20 in punto (momento segnalato da uno scoppio udibile ad alcuni chilometri di distanza dal luogo) si appicca il fuoco alla grande forma conica, che ben presto, a causa del vento piuttosto sostenuto proveniente per lo più da Nord, si trasforma in un’enorme torcia ardente. Dopo circa mezzora le lingue di fuoco sono alte forse anche dieci metri, quando il vento cessa, e lunghe poco meno quando il vento riprende a soffiare, portando lontano particelle incandescenti, ora verso l’alto ora all’intorno (e in questo caso chi si trova più vicino al rogo si affretta a distanziarsene). Nonostante il gran numero di persone presenti, e qualche suono indistinto proveniente da un impianto audio nei pressi del rogo, a dominare è un tenue brusio che assomiglia al silenzio, come se tutti i presenti fossero muti (parlano fra loro, a bassa voce, ma ciò che dicono si può udire soltanto a un metro di distanza).
Questa specie di silenzio fa risaltare il secco crepitare delle fiamme, ipnotico quanto quelle.
Arrivando lì, per un minuto o due ci si sente sopraffatti, non si riesce nemmeno a pensare. Poi l’emozione si attenua e lo sguardo divaga spesso dal fuoco alle facce dei presenti e viceversa, ci si chiede che cosa stia succedendo. O forse, anche, che cosa successe un tempo lontano, secoli fa, quando il rito (di questo infatti si tratta) ebbe inizio. Ma il fuoco è sempre quello di allora, soltanto gli astanti sono cambiati; anche se non pochi fra loro sono figli dei figli dei figli di quelli che appiccarono il fuoco al primo falò, e poi restarono lì in silenzio a guardare, mantenendo la giusta distanza per evitare di essere afferrati da qualche fiammata spinta dal vento in una direzione imprevista. Esattamente come sta succedendo ora.
Sostando ancora per un po’ nei pressi del falò, brandelli di immagini appaiono e scompaiono, guizzando come quei piccoli frammenti incandescenti, e queste segrete apparizioni, frammiste a suoni e voci intrasentiti, sembrano voler contraddire l’atmosfera generale del momento, pacatamente gioiosa, «ecumenica»2, di pace e solidarietà. Ora ci si sente pervasi da un senso di disagio, perfino di inquietudine, per qualcosa di cui si percepisce il potere, e che intimorisce. Quando finalmente il rogo si rivela in tutta la sua incontrollabile terribilità, a pochi passi da noi, minaccioso.
Nei giorni seguenti, le folate di vento di quella sera porteranno a un aumento delle temperature. Le giornate si stanno lentamente allungando da quasi due mesi ormai, e l’inverno, quest’anno particolarmente rigido, inizia ora la sua parabola discendente, come sempre accade intorno alla metà di febbraio.
Già da qualche giorno, nei prati spuntano le primule.
1 Ufficialmente, il nome completo è bensì Falò delle libertà, anche se non so se si tratti di una denominazione antica, primigenia, oppure applicata soltanto recentemente.
2 In questi termini viene presentato l’evento, da parte degli organizzatori.
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