
Nel taoismo il Cielo (天 Tiān) è considerato il luogo del continuo, incessante mutamento delle cose. Quando nel 2009 Alndrea Caretto e Raffaella Spagna allestirono Soil Practice sul terrazzo di blank si poterono concretamente vedere, durante i cinque mesi di durata dell’installazione, gli effetti dell’azione celeste. Data la posizione del sito, aperto su tre lati ed esposto all’azione di sole, vento e pioggia, un numero incalcolabile di semi, provenienti soprattutto dai due viali alberati nelle vicinanze, trasportati dal vento lo sorvolavano, e una parte si posò sulle varie aiuole e sulle zolle inserite nel pavimento. Dove crebbero senza posa, giorno e notte – la stagione, da aprile a settembre, è la più propizia – e infine, divenute ormai piante rigogliose che non potevano più stare nelle vasche metalliche, vennero tolte da Andrea e Raffaella per essere portate in aperta campagna, dove avrebbero continuato a crescere liberamente, ancora mutando, incessantemente, secondo la regola del cielo.
In quei cinque mesi, ogni volta che salivo i due scalini per uscire sul terrazzo dove Soil Practice stava vivendo la sua breve intensa vita, subito dopo avervi messo piede era già cielo.
(ho scritto questo testo a novembre del 2023 rispondendo a una richiesta degli amici Raffaella Spagna e Andrea Caretto, che stavano allora preparando il loro libro Bright Ecologies, recentemente pubblicato; sul quale libro il testo compare in una forma parzialmente – e arbitrariamente, senza il mio consenso – modificata da chi ha curato la pubblicazione)
POSTILLA
Era stato uno dei miei pochi dubbi: ciò che dovevo mettere dopo il punto in fondo al terzo periodo, quello chiuso da “…nel pavimento”. Inizialmente avevo messo “Lì”, ovviamente per ‘scavalcare’ “nel pavimento” e collegarmi alle “aiuole” e alle “zolle”. Ma non ne ero molto convinto, perciò optai, definitivamente, per l’avverbio “Dove”, che secondo me assolveva ottimamente tale funzione. Fra l’altro, a mio parere, con quel “Dove” in qualche modo riuscivo ad agganciarmi a tutto, ovvero a zolle, aiuole e pavimento, perché quello era il luogo di Soil Practice, un tutto organico, un sistema creato a organizzato proprio lì, che prendeva lo spazio occupato da ogni piastrella come modulo per le parti che vennero inserite nel pavimento: due zolle, un’aiuola di terra sterile, una vasca piena d’acqua e un grande mucchio di terra arata.
Questa è la motivazione che mi spinse a fare certe scelte, in accordo col mio modo peculiare di organizzare i testi che scrivo, quasi sempre molto brevi: scegliere con cura le parole e la punteggiatura per fare in modo che il testo risulti una sorta di luogo unico, dove tutto ha un suo preciso senso. Un po’ allo stesso modo si costruisce una casa: le fondamenta prima, poi i muri maestri con porte e finestre, quindi il pavimento, o i pavimenti, e i muri divisori, infine il tetto. Ogni elemento nel suo posto, a svolgere la sua funzione essenziale, coordinata con quelle svolte da tutti gli altri.
Per chi ha letto i miei testi, anche soltanto una parte di essi, ciò dovrebbe risultare chiaro, per gli altri può essere più difficile. Ma è purtroppo impossibile che chi si muove da sempre all’interno di un sistema chiuso e ripetitivo come quello della cosiddetta arte contemporanea, abituato a utilizzare un proprio gergo ‘professionale’ e a servirsi di schemi mentali e linguistici rigidi, possa entrare in sintonia con il mio modo di scrivere e quindi con questo testo in particolare. Ci vorrebbero umiltà, sensibilità, apertura mentale, elasticità, e quando queste qualità vengono tutte a mancare la possibilità di entrare in sintonia con il mio testo non può verificarsi.
Ma ritorniamo alla questione cruciale: perché “Dove” e non un altro avverbio, come “Qui”. C’è anche un altro aspetto molto importante per me, almeno quanto quelli appena esposti. Bisogna considerare la natura particolare del testo Terra in cielo, scritto di getto e sorretto da un tono in bilico fra prosa e poesia, vagamente arcaico, ma anche gestuale, selvatico, che troverebbe la sua dimensione naturale in una lettura ad alta voce. Così, dopo aver accertato che sul piano semantico “Dove” funziona mentre “Qui” non funzionerebbe, si deve tener conto di un altro elemento in gioco: il suono. La ‘d’ di “Dove” è dura e forte, la si sente infrangersi contro la dentatura anteriore, soprattutto quella posta in alto, come se volesse scappar fuori dalla bocca a tutti i costi. All’opposto, la ‘q’ di “Qui” è molle, liquida, esce con facilità dalla bocca che la pronuncia perché non la forza ma la accarezza bensì. “Dove” si deve dire ad alta voce, “Qui” si sussurra, quasi lascivamente. Perciò, considerando che il punto in chiusura del terzo periodo doveva stabilire una micro-pausa (ma nell’estetica giapponese) fra quello e il quarto, la mia scelta, sicura e inderogabile, in favore di una consonante invece che di qualsiasi altra. Perché, insomma, il “Qui” ad inizio periodo indebolisce il testo, gli toglie gran parte della vitalità, appunto, selvatica, che gli volevo dare, che aveva fino a quel punto e che avrebbe mantenuto con il mio “Dove”.
18 ottobre 2024
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