Vorrei parlare di una tendenza attuale, molto diffusa, all’uso e soprattutto all’abuso di certi termini. Ad esempio, il verbo ‘declinare’, in cui mi sono imbattuto recentemente mentre leggevo la presentazione di un libro di Peter Handke: “(i suoi lavori) lo impongono prepotentemente nel panorama internazionale, declinando in una maniera particolarissima la svolta performativa e post-drammatica che segna il teatro di quegli anni.”
È l’ennesima volta che mi succede, sia leggendo sia ascoltando, e ogni volta mi blocco, perplesso. Ho fatto pochissimo latino (e anche male…) moltissimi anni fa, ma ricordo ancora bene che ‘declinare’ si usava sempre in relazione a un termine, “declinare la parola tale, o la talaltra”. In tempi assai recenti, si è iniziato a usarlo spesso e volentieri, secondo me a sproposito, come se fosse giusto e necessario farlo. Perché questo impulso così pressante? È chiaro che si tratta di una moda, ogni epoca ha i suoi termini e le sue espressioni ricorrenti. Ma consideriamo quel passaggio dalla presentazione di un libro di H.: dove sta il senso? A me sembra che questo vezzo di usare il termine in questione arrivi al punto di forzare la realtà delle cose, che infatti viene alterata dalla sua presenza. A scuola il professore ci diceva: «Declinami questa parola», ci dava un compito, e stava a noi eseguirlo, dopodiché si veniva giudicati, a seconda che lo avessimo svolto bene o male. In questo caso potrebbe sembrare (è un paradosso il mio) che qualcuno avesse assegnato a Handke un preciso compito, «Declinami, per favore, la svolta performativa e post-drammatica che segna il teatro di questi anni». O magari se lo era dato egli stesso… Ma certamente non è andata così, questa è bensì l’opinione di chi ha scritto quella nota, che forse voleva assolutamente utilizzare il verbo ‘declinare’. Io insomma dubito che Handke intendesse, programmaticamente, declinare la svolta performativa e post-drammatica che segna il teatro di quegli anni (ma sarà poi vero che ci fu questa svolta? non sono in grado di dirlo, ahimè, perciò do per vera l’affermazione): semplicemente, voleva fare qualcosa nel teatro (lui narratore) e gli venne fuori così, secondo le sue attitudini. Mentre invece quel “declinando …”, sembra attestare un’intenzione precisa e una presa di posizione deliberata. Trovo che certe affermazioni siano discutibili perché fatte a posteriori basandosi su dei documenti – dato che chi le fa non c’era allora, molto tempo fa – cercando quindi di stabilire delle linee di condotta e mettendo così in essere un’operazione assai poco convincente, perché arbitraria. “Ecco, facciamo un po’ d’ordine”, sembra pensare colui o colei, mettiamo tutto e tutti a posto, nel rispettivi cassetti, o scaffali.
Quel che voglio dire è che un termine come ‘declinare’, nelle varie forme verbali, usato in questo modo inevitabilmente stravolge il senso del contesto in cui viene applicato, che perciò in qualche modo si adatta ad esso. Ovvero, siamo noi che leggendo o ascoltando, involontariamente, a causa della presenza ingombrante e perentoria di tale termine, stravolgiamo il senso delle cose, perché altrimenti, se diamo a ‘declinare’ il suo senso appropriato, che lo riterrebbe adatto soltanto a certe situazioni (in numero assai limitato) la frase collassa, insomma perde senso.
Ma cosa realmente significa ‘declinare?
Declinare: intr. e tr. [dal lat. declinare, comp. di de– e clinare «chinare, piegare»; in alcune accezioni (v. oltre), dal fr. décliner]. – 1. intr. (aus. avere) a. Piegare, volgersi verso il basso; […] In grammatica, enunciare ordinatamente le forme che un sostantivo, un aggettivo, un pronome assumono nella declinazione… (Treccani)
gramm. flettere un sostantivo, un aggettivo, un pronome o un articolo secondo lo schema della sua declinazione. (De Mauro)
ma anche: rifiutare, spec. con cortese diniego: declinare un invito, un’offerta; declinare ogni responsabilità, evitare di assumerne. (De Mauro)
Declinazione: In morfologia, per declinazione si intende la flessione di un nome, aggettivo, pronome o articolo secondo il genere, il numero e il caso. Il concetto di declinazione è dunque simile a quello di coniugazione, che riguarda però i verbi. La declinazione riguarda, nella lingua italiana, solo genere (maschile e femminile) e numero (singolare e plurale); il caso viene sostituito dall’uso delle preposizioni. Vengono declinati sostantivi, aggettivi, articoli e pronomi. (Wikipedia)1.
Peraltro, ci sono tanti altri esempi analoghi, come quello di ‘resilienza’, ultimamente, a torto o a ragione, usatissimo, mentre fino a pochi anni fa appariva molto raramente. Vuol dire che determinate azioni o situazioni che definirebbe non esistevano? non si resisteva prima? non si agiva o reagiva con pazienza e tenacia trovandosi in situazioni molto difficili? Oppure ‘ricerca’, a sua volta utilizzato spesso impropriamente, come evidenziò, magistralmente, Giorgio Agamben in un suo intervento di qualche anno fa.
È il caso, questo di ‘declinare’, di un termine che da un certo momento in poi viene usato impropriamente, da un numero consistente di persone, in un modo che richiama da vicino un altro uso del tutto improprio, e frequentissimo, quello di ‘piuttosto’ («piuttosto che…»). Tendenze che nascono non si sa bene come e poi proliferano per emulazione, forse perché emanano il fascino perverso di tutto ciò che pare nuovo e inusitato, e pazienza se è privo di senso.
In verità, questa è una di quelle parole il cui senso originario è stato stravolto e sostituito da un altro, vago, che viene legittimato, attraverso un uso intensivo e diffuso, dagli appartenenti a una determinata cerchia. Chi non vi appartiene e legge correttamente il vero senso del termine non capisce, e viene perciò escluso dalla cerchia, finché non deciderà di stare al gioco e fingerà a sua volta di capire. È insomma un caso emblematico di come si possa formare una ideosfera2, ovvero un ambito esclusivo all’interno del quale una comunità di persone si esprime e comunica utilizzando un gergo che non ha cittadinanza al di fuori di tale ambito. Ma il fatto di parlarlo e usarlo nella scrittura determina di fatto una divisione netta fra chi sta dentro e chi sta fuori. È una cosa che aveva bene intuito decenni fa Ivan Illich quando parlava del potere già allora sempre più soverchiante dei professionisti, ovvero degli specialisti che si organizzano in cerchie esclusive in cui ci si esprime, appunto, con un gergo comprensibile soltanto a loro, e che diventa così uno strumento di potere utilizzato per stabilire delle gerarchie fra loro, i professionisti, e gli altri, gli esclusi, spesso anche subordinati, in vari modi.
Lui parlava soprattutto di medici, insegnanti, ingegneri, esperti dell’assistenza istituzionalizzata; in questo caso si tratta di ambiti inerenti a un sapere specialistico, come la critica letteraria e artistica, quest’ultima relativa alla cosiddetta arte contemporanea, dove fra le altre cose ormai si parla quasi esclusivamente la lingua inglese, quella del potere politico-economico globale. A cui peraltro effettivamente pertiene tale ambito professionale.
1 Riporto soltanto alcuni esempi, ma in realtà non sono riuscito a ritrovare neppure un’affinità con il senso di uso corrente del termine in alcun dizionario consultato, anche fra quelli ‘tradizionali’, cartacei, indisponibili online.
2 Ho trovato il termine all’interno di un libro che raccoglie gli atti di un corso di Roland Barthes sul cosiddetto ‘neutro’ (Le neutre). Spero di averlo usato in questo testo con sufficiente proprietà.